Una notte da scartare, come un pacco di Natale…

Oggi pomeriggio sono andato a cambiare una camicia da Celio* in bicicletta e dire che stavo rischiando di perdere i mignoli è poco: la sciarpa e il cappello di lana facevano il loro dovere ma ero senza guanti!

Milano - Decorazioni natalizie

Comunque, questi giorni son proprio volati. Mi son persino dimenticato di dirvi che dal giorno della trasferta sono stato in vacanza (chiamarle ferie mi suona strano che non mi sono ancora abituato all’idea d’essere un lavoratore…) e lo sarò ancora per qualche giorno.

Questi giorni però non sono rimasto a poltrire (o meglio, ho anche poltrito… mamma che strano ‘sto verbo: io poltrisco, tu poltrisci egli poltergeist…) ed ho dipinto da cima a fondo la cantina (che secondo me i vecchi proprietari c’avevano squartato un vitello o nascosto un cadavere per com’era combinata), sistemato un lampadario, dato un ritocchino ad una parete con stucco e colore… insomma, oggi andarmi a fare quel giretto è stato piacevolissimissimo. 🙂

Però non finisce qui! Questo 2010 scoppiettante, spumeggiante, strabiliante, s… s… (no, mi sa che i sinonimi che iniziano con la s li ho esauriti!) è stato caratterizzato da una costante chiarissima: il mio vagare per l’Italia senza potermi mai sentire a casa.

E così, per concludere in bellezza, domani mattina prendo il primo treno per Venezia e passerò la notte dell’ultimo giorno dell’anno tra le gondole! :joy:

Un regalo bellissimo, un invito degli ultimi giorni di mia sorella (che è lì da dopo Natale…) e… come potevo dir di no?! 🙂

Credo di dovervi iniziare a fare gli auguri perché non porterò con me il MacBook e non so se troverò wi-fi per far sfogare le mie dita tramite l’iPhone!

Mi raccomando non bevete troppo, non sparate i botti che son pericolosi alle mani, non guidate se avete alzato il gomito e soprattutto… se giocate a carte contro me lasciatemi vincere! :eeeh:

Emanuele

Pevché questo è un luogo in!

Stamattina sono andato a tagliarmi i capelli. Non sarebbe un evento da raccontare se non fosse che – convinto da mia madre – sono andato a finire in un barbiere-parrucchiere tipico di Milano.

O meglio, “andato a finire” è già un eufemismo, perché per entrare bisogna prenotare.

Appuntamento fissato, esco a piedi sprezzante del freddo (e spinto da quel timido sole che oggi ha fatto capolino…) e arrivato nel locale una signorina mi aiuta a togliere la giacca e va a conservarla in uno stanzino. Un gesto che forse vi sembrerà normale ma che a me faceva già capire l’antifona.

Perché per me il Barbiere è qualcosa di maschio. Il canovaccio tipo è il seguente: io arrivo senza aver avvisato, chiamato, prenotato (che neanche so se abbia il telefono lì!) e se il barbiere è in vena e non sta già parlando di calcio mi saluta. Aspetto leggendo il giornale che dalle 8 del mattino è consumato dai clienti e poso la giacca – da solo – dove capita. Se son fortunato c’è un appendi abiti. Se son fortunato c’è una sedia libera. E basta.

“Si può accomodare lì, la chiamiamo noi” mi informa la signorina con un tono dolcissimo (oh, se lo merita). Anzi, volendo parlare delle signorine, come direbbe un carissimo amico sembrava fossi finito alla sagra della figa (ok, sono ufficialmente volgare anche sul blog). Secondo me, seppur non possano scriverlo a chiare lettere, le selezionano in base al fisico. Penso di avere dei gusti particolari, ma di quelle non ne avrei scartata nessuna… o l’avrei scartata come dico io (ok, ufficialmente volgarissimo). 😎

Aspetto con aria confusa e – a tratti – milanese anch’io guardo l’iPhone rileggendomi gli sms ricevuti (no, non ho ancora deciso se fare una flat dati…) finché non mi invitano ad accomodarmi (ACCOMODARMI!) nella poltrona per il lavaggio.

Tutto avveniva nel massimo della gentilezza. Non c’era il figlio del proprietario che si mette a fumare la sigaretta davanti la porta e poi torna a massaggiarti i capelli con lo shampoo, non c’era il proprietario che un po’ taglia i capelli e un po’ cambia la musica alla radio (o sceglie gli mp3 sul portatile). Nessuno m’ha chiesto se volessi farmi la barba.

Che poi no, la barba preferisco sempre farla a casa, che è un rito tutto personale, però cavoli: il mio barbiere – che tratta solo con uomini – mi chiede sempre se voglio fatta la barba! Puntuale, matematico! Mi seggo e parte: “facciamo anche la barba?”. Lì ero circondato da donne. Una raccontava che era stata, nel suo passato, una di quelle manager tacchi a spillo e tailleur e che un bel giorno ha lasciato tutto per dedicarsi alla barca a vela (ahhhh… che sacrificio!). Un’altra chiedeva come avessero festeggiato il Natale e poi rifletteva che fare il pranzo il 24 è “molto meridionale” (ho sempre immaginato che certe frasi le avrei sentite solo dalla satira tv nella mia vita…!).

A fine taglio, il barbiere (o pseudo-tale), mi chiede “vuoi una sciacquata?”. Io mi guardo allo specchio un po’ sorpreso ed esclamo un si deciso! Cavoli, sembravo l’orso grizzly che esce da un pagliaio dopo aver inseguito una gallina! Seriamente c’è chi si rimette la giacca con il volto tutto pieno di capelli?! Certo che voglio una sciacquata! E devi anche togliermi tutti i pelucchi dalle orecchie!

In definitiva è chiarissimo che è la prima ed ultima volta che mi vedranno, anche perché mia madre mi aveva istruito e dovevo esser più sveglio prima di uscir da casa: “guarda che sanno che a casa siamo così, blablabla… sanno che tua sorella invece blablabla…”. Insomma, quel covo di donne non era il posto migliore per sistemarsi i capelli ed inoltre – già all’andata – mi domandavo perché le donne raccontino così tanto ai propri parrucchieri. Il mio barbiere – da bravo – non sa neanche che mi son laureato nonostante sia andato a tagliarmi i capelli la settimana prima.

Si fa i cazzi suoi e camperà cent’anni.

Emanuele

Le luci di natale…

Ho voglia di zucchero filato! Sai quando ti si incollano insieme indice e pollice perché lo zucchero si scioglie e rende tutto appiccicoso, oppure quando – mentre lo mangi – te ne rimane un pezzetto attaccato sopra le labbra o sotto la punta del naso; oppure quando lo hai quasi finito e la bacchetta di legno risulta amarissima ma finché c’è dello zucchero sopra continui a mordicchiarla.

Ho voglia di zucchero filato, sarà colpa delle luci natalizie… 🙂

Emanuele

Sometime ago I was watching the leaves…

Elisa - Copertina album "Ivy"

Ci sono cose che ti restano dentro, senza che tu sappia spiegartene il motivo, cose che ti appartengono e a cui tu appartieni… e la loro bellezza e la loro forza è simile alle emozioni che trovi nella natura. La forza della semplicità, la forza dell’armonia, della dolcezza e della purezza.

Inizia così la presentazione di Ivy, l’ultimo album di Elisa. Diciassette brani che ripercorrono passato e futuro, rivisitazioni di brani storici insieme a nuove composizioni.

Mi son già innamorato della nuova versione di Forgiveness ma anche “Anche Tu, Anche Se (Non Trovi Le Parole)” cantata insieme a Fabri Fibra risulta un’esperimento interessante. Da brividi la cover di “Ho messo via” di Ligabue.

Elisa, se non la conoscete, provate a farla vostra tramite quest’intervista mandata in onda la settimana scorsa. Non è ciò che dice ciò che colpisce ma il fatto che – nonostante il suo successo – sia rimasta una persona molto timida, riflessiva, attaccata alle risate spontanee o alla paura di dir cose che non siano state ben pensate prima. Tutto l’opposto del mondo dello spettacolo insomma.

Brava Elisa. Non so dire altro.

Emanuele

PS: Ivy significa edera, una pianta che non fa fiori ma è sempreverde e che nella sua strada verso l’alto, abbraccia e fa proprio tutto ciò che incontra. 🙂

Gli auguri, quando nevica dentro, sono freddissimi.

Ogni anno, mi piace trovare un senso al Natale che vivo. Se non so dare un nome a quel bimbo che nasce mi vien difficile augurare e trascorrere un Santo Natale.

Nel 2005 mi catturò il senso vero del Natale. Nel 2006 dedicai quel giorno alla difficoltà di un perdono che non sapevo compiere. Nel 2007 ad una persona importante. Nel 2008 ad una persona povera conosciuta quel pomeriggio. Nel 2009 non fu una persona a trasformarsi in Cristo che nasce quanto la freddezza con cui si vive il proprio Credo in questa società.

Da giorni pensavo che il 2010 sarebbe stato caratterizzato dallo stato in cui mio zio vive da 31 giorni ormai. Dorme, è in coma, non so più trovare la differenza ma – giornalmente – continuo a pensare agli ultimi momenti insieme. Cerco di trovare un senso alla sua situazione, mi chiedo quanto e perché Dio vorrà che rimanga così, attaccato a delle macchine che misurano qualsiasi parametro possibile. Eppure, oggi pomeriggio, ho capito che non è questo il senso vero del mio Natale.

Da tempo, quella freddezza che vedevo l’anno scorso, la avverto prepotente tra molte persone decisamente più vicine a me e la cosa mi dispiace e infastidisce per l’impotenza che provo in ogni mio tentativo di cambiamento. Andrò a Messa cercando una risposta perché ho paura di darne io: sarebbero frettolose e forse anche cieche dei disegni più grandi che coinvolgono ognuno di noi.

In ogni caso auguri a Voi per un Santo Natale. E’ un piacere avervi tra queste pagine, giornalmente mi fate compagnia e condividete parte dei miei pensieri e della mia vita.

Fuori fa freddo ma cerchiamo d’essere caldi in Spirito.

Emanuele

L’Audi dei balocchi.

Milano, mi ha accolto in tangenziale con pioggia e traffico. Per evitarlo abbiamo scelto, col mio capo, di cenare fuori.

Parto dalla fine perché dell’inizio vorrei parlare con calma per via delle emozioni contrastanti che mi ha regalato.

Siamo arrivati fuori Teramo nel pomeriggio di ieri. Fatto il check-in e ricevuto il pass per accedere nell’industria siamo saliti al piano in cui ci aspettavano. Dovevamo montare ed avviare quel sistema su cui ho lavorato in queste settimane. Bello, divertente. Ero già – dentro me – al settimo cielo per la sola possibilità di metter piede in quei locali con la borsa da lavoro bloccata sul manico della mia trolley. Poi si è aperto un mondo che non conoscevo e mi ha impressionato.

Ingresso albergo

A fine giornata lavorativa un dipendente dell’azienda mi ha accompagnato in albergo. Lì avevo una stanza già prenotata a mio nome e cena e colazione pagate. Son cresciuto in un mondo acqua e sapone e così ritrovarmi in quella camera mi scombussolava non poco. Da bravo scout (ah, maledetta deviazione…) avevo portato con me la tovaglia per la faccia: nel bagno in camera ho trovato sei tovaglie bianche, riscaldate dal termosifone per teli. Il bagno in camera. Io. E poi perché sei tovaglie? Neanche a casa so usarle sei tovaglie.

C’era anche la tv, il telefono e il frigo bar dove ho dormito. Da un lato dell’albergo vedevo il Gran Sasso innevato, dall’altro, oltre la piscina, una distesa di campi arati a dovere.

Alle 19 ero morto di sonno, il capo era ripartito per Roma e io ne ho approfittato per crollare sul letto prima di scendere per la cena.

Alle 20, un po’ intimorito entro in quella grande sala. Mi attende un cameriere che mi invita a prender posto. Chiedo un menù. Sono abituato, non per tirchieria ma per pura gestione del piccolo patrimonio a controllare i prezzi prima di ordinare. Non c’è menù e mi si invita ad accettare qualche consiglio. Pesce. Ieri sera andava il pesce.

Cena al ristorante

Ho mangiato pesce, da solo, su un tavolo rettangolare, dove all’inizio son stati lasciati sei piatti con antipasti diversi. Cozze, lumache di mare, un’ostrica, sardine, pezzettini di qualche pesce bianco che non saprei riconoscere presentati con dei frutti (bacche?) rossi sopra. Era solo l’inizio però. I piatti si son succeduti con un ritmo che quasi mi lasciava senza fiato. Ne svuotavo uno e accanto avevo già l’altro. Avevo ordinato l’Adriatico a mia insaputa?

Io. A cena in quel ristornate. Non sapendo quanto avrei speso all’inizio avevo rifiutato persino un bicchiere di vino “no, solo acqua, grazie!”. Sia mai che se ordino il vino arriva l’intera cantina…

Dopo un po’ arriva a cena, con la famiglia, uno dei dirigenti di quell’industria. L’avevo intravisto nel pomeriggio e mi viene a salutare. “Buona cena”. “Altrettanto!”.

Mi sentivo catapultato in qualcosa di strano, qualcosa che ancora mi lascia perplesso ma so che ammalia terribilmente allo stesso tempo. Ero sazio, chiedo il conto ma non va bene: mi si obbliga ad assaggiare i dolci della casa, accompagnati da un bicchierino di amaro. Inzuppo qualche biscotto nell’amaro, poi mi alzo sperando di non esser trattenuto ulteriormente.

Torno in camera, finisco di sistemare un po’ il software realizzato, visto che nel pomeriggio mi avevan chiesto qualche modifica e poi mi rannicchio sotto le coperte, in silenzio, guardando Paperissima in quella tv all’angolo della camera. Non riuscivo a prender sonno.

Da un lato ero felice e soprattutto orgoglioso dell’esperienza unica che stavo vivendo, dall’altro avevo una paura – stupida – di perdere ciò che sono. Quello scout, idiota, che spara minchiate con gli amici, che si diverte e ama rotolarsi su un prato, che sente la distanza dal proprio gruppo proprio durante i preparativi per la veglia di Natale. Avrei dovuto chiuder gli occhi subito ma mi era chiarissimo che – in realtà – il vero compito era (e sarà) tenerli aperti.

Emanuele seduto fuori

Alle 8 del mattino ero seduto fuori come vedete nella foto ed avevo già fatto una doccia, ero stato giù a far colazione con la cameriera che, mentre mangiavo da bravo una banana presa dal buffet centrale, è corsa da me chiedendomi “cosa posso portarle?”. Stavo già facendo colazione! Cosa dovrebbe portarmi? Nella mia mente la reazione è stata questa. Ho chiesto solo un caffé, non sapevo immaginare altro. Alle 8 e 20 arriva un dipendente dell’industria farmaceutica con cui avevo preso accordi la sera prima per ritornare da loro.

Ho pranzato da Spizzico, in autostrada verso Milano prendendo persino la macedonia di cui non so neanche il prezzo. Ho cenato da Road House Beef dietro Linate. Ho bevuto addirittura una spremuta d’arancia (mica la Fanta!) in autogrill a metà strada. Quando mai spendere 2 euro e 50 per un bicchiere d’arancia.

Non ho pagato nulla. Nulla di nulla.

Mi fa totalmente impressione questa cosa e in realtà, mi sento anche uno stupido ad esser felice-ma-non-del-tutto. Ci sarà, veramente, da rimanere coi piedi per terra e mi chiedo come mai Dio abbia scelto per me proprio questo settore lavorativo come prima esperienza.

Non voglio cambiare. Se proprio questa vita sarà, voglio rimanere quel tipo idiota che prende il monociclo e si diverte a regalar sorrisi. Di tipi idioti che giocano a fare i ricconi in giro per le città ne è pieno il mondo. Probabilmente che fosse la mia prima trasferta s’è notato perché ero il triplo più gentile con chiunque. Però voglio che rimanga così. O che diventi il quadruplo magari.

Dove mi porterà questa strada? Ne ho fatta tanta negli ultimi anni, mia madre dice che tutto questo è merito dei denti che ho stretto (e so di averlo fatto per svariati motivi…) e della tenacia che ho avuto. L’orgoglio più grande, alla fine, è che il capo s’è sentito tranquillo di lasciarmi in trasferta da solo dopo appena 12 giorni di lavoro in azienda. Solitamente, che io sappia, accade molto ma molto più avanti. Probabilmente il lavoro era semplice ma sono sicuro che la mia determinazione di questo periodo abbia influito parimenti.

Adesso sono nuovamente con una felpa e i pantaloni del pigiama, seduto sul letto di mia sorella, che riguardo le foto di questi due giorni e penso a ciò che sarà. Non voglio sputare nel piatto in cui mangio. Sono stati due giorni bellissimi anche perché rapportarsi coi clienti è qualcosa che mi farà crescere tantissimo, semplicemente non voglio dimenticare le mie radici e spero che questo inizio spumeggiante sia servito a ricordarmelo.

Emanuele

(In)seguiamola ovunque.

Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali.
Però parlatene.

Paolo Borsellino

Uno è morto, l’altro invece dichiarò che Saviano, con Gomorra, ha semplicemente fatto pubblicità alla camorra. Perché la stupidità di certi uomini porta avanti uno stile unico e inconfondibile: nascondere la verità per salvare l’apparenza.

Chissà, forse quello che è morto era fin troppo ingenuo, ma io – tra i due – preferisco dargli almeno l’1% di fiducia in più.

Con questa breve, ma fondamentale, introduzione, voglio segnalarvi un blog, nato due anni fa da alcuni ragazzi che hanno vissuto l’antimafia proprio nella base scout Volpe Astuta di Palermo, un luogo in cui son cresciuto, che gli ha regalato un’esperienza così devastante da spingerli a non dimenticarla e a renderla, al contrario, punto di partenza per un luogo digitale d’informazione.

Lo utilizzano per segnalare eventi sull’antimafia. Probabilmente non piacerà al nostro premier, ma io certi blog, oltre a sentirmi in dovere di segnalarveli, li tradurrei almeno in dodici lingue. Sono esempi dell’internet che vorrei.

Emanuele