Waltr Pro per trasferire file verso l’iPhone.

Qualche giorno fa, in un gruppo di nerd, arriva una domanda: «Come trasferite i file verso i vostri iPhone?».

Ho scoperto che il cloud per tanti la fa da padrone. Io non amo far transitare, seppur temporaneamente, file all’esterno se – il fine – non è quello di portare i file fuori dalla mia rete. Uso il cloud molto poco (quando lo faccio, ho il mio personale) così uso AirDrop o la app Documents che fornisce un accesso webDAV al dispositivo.

Altra soluzione interessante di cui kOoLiNuS ha preparato una guida dettagliata è Waltr Pro. La sto provando da qualche giorno e nome bruttino a parte, l’applicazione fa quel che promette e lo fa molto bene: trasferisce rapidamente file all’iPhone senza passare da servizi esterni.

In un mondo sempre più orientato alla raccolta dati in cambio di un semplice servizio, fa piacere vedere che esistano ancora sviluppatori convinti che soluzioni decentralizzate possano avere il loro spazio.

Emanuele

Non pensarci due volte: compra una balance bike.

Quando due anni fa Giorgia iniziò ad andare in giro con la sua balance-bike ero curioso. Ai miei tempi credo non esistessero bici senza pedali. Nei miei ricordi si passava dall’inseguire i fratelli o amici più grandi seduti su un triciclo alla magia della bicicletta con le rotelle che pian piano venivano sollevate.

Giorgia ha tre anni e mezzo e per Pasqua le abbiamo regalato una bicicletta con i pedali raggio 16″. Nei miei piani era un regalo in anticipo e credevo avremmo dovuto attendere la fine dell’estate per vederla, con calma, fare progressi (la mamma era incerta anche sulle dimensioni della bici, io molto più fiducioso). Invece è già partita e a meno di difficoltà in partenza in quanto tocca terra con la punta dei piedi e per la stessa ragione nel momento in cui deve fermarsi, sa già pedalare in equilibrio molto bene e il mio compito è semplicemente quello di correrle accanto da bravo padre terroremozionato.

Giorgia non ha mai avuto una bicicletta con le rotelle così credo che l’uso di queste nuove “balance-bike” sia fenomenale per l’apprendimento. I bambini infatti possono concentrarsi fin da piccoli nel sentire l’equilibrio seduti su un sellino senza preoccuparsi di altro.

Elena, nel frattempo, studia e tenta di imitare tutto quello che fa Giorgia e ovviamente è incuriosita dal nuovo enorme mezzo. Chissà che dopo aver imparato a camminare in anticipo rispetto alla sorella tra un po’ di tempo non riesca a stupirmi anche lei…

Emanuele

Aiutiamo le sorelle Pilliu.

Immaginate di tornare un giorno a casa vostra e di trovare un costruttore legato alla mafia lì davanti. Immaginate che vi dica che quella non è casa vostra, ma sua. E che, qualche anno dopo, ve la danneggi gravemente per costruirci accanto un palazzo più grande. E immaginate di dover aspettare trent’anni prima che un tribunale italiano vi dia ragione. Immaginate che, dopo tutto questo tempo, vi riconoscano un compenso per i danni, che però nessuno vi pagherà mai dato che il costruttore nel frattempo è stato condannato perché legato alla mafia e lo Stato gli ha sequestrato tutto. E ancora, immaginate che di quella somma, che non riceverete mai, l’Agenzia delle entrate vi chieda il 3 per cento.

Pif e Marco Lillo hanno scritto un libro sulla storia delle sorelle Pilliu e della loro casa. I proventi del libro andranno tutti alle due sorelle nella speranza che quegli spazi possano trasformarsi in un centro di integrazione come indelebile segno di resistenza.

Cerca online, o nella tua libreria preferita, “Io posso – Due donne sole contro la mafia“.

Emanuele

Noia o vecchiaia?

Non ho ancora chiaro se sia questione di età o dipenda da altro, ma sono in una fase della vita in cui nutro fastidio e disinteresse nell’idea di dover convincere o, semplicemente, presentare ad estranei le mie idee.

Non so se questa sia la causa della mia attuale incapacità di interagire sui pochi social network nei quali rimango presente o se, al contrario, siano stati i social ad innescare questo fastidio.

In ogni caso, mi diverte essermi trasformato in lurker, figura che per anni (decenni?) ho faticato a comprendere. L’idea che si potesse leggere senza interagire un tempo era estranea a me e al mio modo di vivere internet, uno spazio nato per la comunicazione tra individui.

Oggi invece ovunque guardi, mi sembra di vedere gente che sa sempre tutto di tutto e quella arroganza e sicumera mi porta a credere che sia difficile poter offrire un parere o un semplice suggerimento, così il più delle volte lo tengo per me. So che il tempo risparmiato, tra l’altro, posso trasformarlo in altro il che non mi sembra un vantaggio da trascurare.

Cambierà? Andrà sempre peggio? Questa è la domanda alla quale ancora non so dare risposta.

Emanuele

A Cypherpunk’s Manifesto

La privacy è una necessità per una società aperta nell’era dell’elettronica. La privacy non è “segretezza”. Una faccenda privata è qualcosa che non si vuole far conoscere al mondo intero, mentre una faccenda segreta è qualcosa che non si vuole far conoscere a nessuno. La privacy è la facoltà di rivelare se stessi selettivamente al mondo.


Se due parti hanno qualche tipo di accordo, ognuna mantiene memoria dell’interazione. Ogni parte può rivelare ciò che ricorda, come si potrebbe mai prevenirlo? Si potrebbe renderlo illegale, ma la libertà di parola, ancor più della privacy, è fondamentale per una società aperta; non dovremmo mai restringerla. Quando molte parti parlano assieme, ognuna può parlare a tutte le altre aggregando ogni conoscenza individuale o parziale. La potenza delle comunicazioni elettroniche, che ha reso possibile questa condivisione, non sparirà solo per un nostro eventuale desiderio.


Siccome vogliamo privacy, dobbiamo assicurarci che ogni parte di una transazione sappia solo ciò che le è direttamente necessario. Siccome ogni informazione può essere rivelata, dobbiamo assicurarci di rivelare il meno possibile. In molti casi l’identità personale non è rilevante. Se compro una rivista in edicola, pagando in contanti, non esiste necessità per alcuno di sapere chi sono io. Se chiedo ad un mio provider di messaggistica di mandare e ricevere messaggi, questi non ha bisogno di sapere con chi sto parlando, cosa sto dicendo o cosa stanno dicendo a me: deve solo sapere come fare arrivare il messaggio a destinazione e quanto chiedere eventualmente in ricompensa.


Se la mia identità è rivelata automaticamente dallo stesso meccanismo che sottende lo scambio, allora non ho più alcuna privacy. Non posso più scegliere di rivelare me stesso selettivamente: sono costretto a rivelarmi sempre interamente.


Perciò, mantenere privacy in una società aperta necessita di sistemi di scambio anonimi. Fino ad ora, il contante è stato il principale sistema di questo tipo. Un sistema di scambio anonimo non è comunque un sistema di scambio segreto. Un sistema anonimo permette agli individui di rivelare la loro identità solo quando lo desiderano e non prima: questa è l’essenza della privacy.


La difesa della privacy in una società aperta richiede l’uso della crittografia. Se dico qualcosa, voglio che sia ascoltato solo dai destinatari scelti. Se il contenuto del mio discorso è accessibile al mondo intero non ho più alcuna privacy. Cifrare significa esprimere un desiderio di privacy, farlo con una crittografia debole indica un desiderio debole. Inoltre, per rivelare la propria identità quando il default è l’anonimato, è necessario l’utilizzo delle firme crittografiche.


Non possiamo aspettarci che governi, corporazioni e altri grandi organizzazioni senza volto ci concedano la nostra privacy per loro benevolenza. E’ nel loro interesse parlare dei fatti nostri, e dovremmo aspettarci che lo facciano. Cercare di prevenirlo significa lottare contro la realtà dell’informazione. L’informazione non solo vuole essere libera: esige di esserlo. L’informazione si espande a riempire tutto lo spazio disponibile. L’informazione è la cugina più giovane, e più forte, del pettegolezzo; l’informazione corre più veloce, ha più occhi, conosce di più e capisce di meno rispetto al pettegolezzo.


Dobbiamo difendere la nostra privacy, se vogliamo mantenerne anche solo un po’. Dobbiamo unirci per creare sistemi che permettano scambi anonimi. Le persone hanno difeso la loro privacy per secoli con sussurri, ombre, lettere, porte chiuse, strette di mano segrete e messaggeri. Le tecnologie del passato non permettevano una privacy forte, ma le tecnologie elettroniche si.


Noi Cypherpunks abbiamo come missione la costruzione di sistemi anonimi. Difendiamo la nostra privacy usando crittografia, sistemi di inoltro, firme digitali e denaro elettronico.


I Cypherpunk scrivono codice. Sappiamo che qualcuno deve scrivere software che difendano la privacy, e poiché non possiamo davvero ottenere la nostra privacy fino a che tutti otterranno la loro, ci apprestiamo a scriverli noi. Sappiamo che il software non può essere distrutto, e che un sistema ampiamente decentralizzato non può essere spento.


I Cypherpunks deplorano la regolamentazione sulla crittografia, perché la cifratura è un atto fondamentalmente privato. Persino le leggi contro la crittografia arrivano solo tanto lontano quanto i confini di uno Stato e il braccio della sua violenza. La crittografia si diffonderà inevitabilmente su tutto il globo, e con essa il sistema di scambi anonimi che rende possibile.


Affinché la privacy sia diffusa deve essere parte di un contratto sociale. La gente deve unirsi e mettere in piedi tali sistemi per il bene comune. La conquista della privacy arriva tanto lontano quanto la cooperazione dell’uno con l’altro, nella società. Noi, i Cypherpunks, aspettiamo le vostre domande e i vostri dubbi, e speriamo di interagire con voi così da non farci troppe illusioni. Ma non ci lasceremo in ogni caso distogliere dal nostro sentiero, solo perché qualcuno non concorda con i nostri obiettivi.

I Cypherpunks sono attivamente impegnati a rendere la rete un posto più sicuro per la privacy. Procediamo assieme, velocemente.


Avanti.


A Cypherpunk’s Manifesto” Eric Hughes – March 9, 1993

Quasi trent’anni fa, quando il mondo non conosceva neanche il concetto di e-mail, c’era chi aveva già riconosciuto l’impatto che il mondo tecnologico avrebbe avuto sulla nostra sfera personale.

Dovremmo imparare a dare del credito a chi è un passo avanti.

Emanuele

Come disattivare FLoC sul tuo sito web

La sete di tracciamento delle abitudini degli utenti durante la navigazione è sempre più grande. Di recente Google ha dichiarato che non userà più i cookie (resi sempre meno interessanti per via delle restrizioni sempre maggiori implementate nei browser) per passare ad una tecnologia totalmente client-side, definita – per gli addetti ai lavori – FLoC.

Molto brevemente – tramite FLoC – il tuo browser saprà indicare alle piattaforme di advertising a che tipologia di utente appartieni basandosi sulla tua cronologia recente. Pensa che bello: sarà direttamente il tuo Google Chrome scintillante ad effettuare il tracking, senza rendere complicata la vita a Google!

Sfortunatamente la scelta di Google è quella di rendere FLoC attivo di default sul suo browser demandando agli utenti l’eventuale scelta di opt-out dal sistema di tracciamento.

Come utente puoi decidere (fallo oggi!) di rimuovere Google Chrome passando ad un browser alternativo.

Come gestore di servizi web invece, puoi scegliere di segnalare che il tuo sito non vuol essere inserito nella lista dei siti dell’utente utili al campionamento. Questa operazione può esser effettuata attraverso una nuova Permission policy chiamata interest-cohort. Di default, se non presente, questa opzione avrà valore permetti.

Per rimuovere il tuo sito da FLoC, devi inviare tale permission policy attraverso l’header della risposta HTTP.

Permissions-policy è un nuovo header che permette ad un sito di controllare quali funzionalità e API possono essere utilizzate dal browser.

Per effettuare l’opt-out dunque, utilizza questo header:

Permissions-Policy: interest-cohort=()

Se hai accesso al file .htaccess sul tuo server Apache, puoi modificarlo inserendo questo codice per impostare tale Permissions-Policy:

<IfModule mod_headers.c>
  Header always set Permissions-Policy: interest-cohort=()
</IfModule>

Infine, puoi usare questo sito per verificare se l’implementazione della policy sia avvenuta correttamente.

Questo blog, ha già implementato tale funzione, rendendo la tua navigazione tra queste pagine, un affare strettamente riservato. 😉

Emanuele

La nostra storia, decisa da algoritmi.

Carole Cadwalladr è la giornalista del The Observer che nel 2018 fece esplodere lo scandalo di Cambridge Analytica. E’ stata, per questo, candidata al premio Pulitzer. Facebook, dopo lo scoop, l’ha bannata a vita dal social network.

Da giornalista, la cosa che più la lascia senza parole, è l’impossibilità di investigare. Combattiamo contro una scatola nera in mano a dei privati. Capire come e quanto la Brexit sia sta influenzata da questi strumenti è difficile: non c’è più una fonte, un giornale da analizzare per capire meglio cosa possa esser stato raccontato.

Le tracce di un sistema capace di influenzare un popolo non rimangono alla storia.

Le nostre timeline sono personalizzate in maniera differente e la selezione di quei messaggi non è pubblica, non è investigabile. Facebook, ovviamente, si rifiuta di condividere tali informazioni: i dati che gestisce sono il valore stesso dell’azienda.

Quando in elezioni democratiche serratissime, si riesce a spostare l’ago della bilancia dell’1 o del 2% e quella percentuale rappresenta la differenza tra un si e un no, non si è cambiato la storia?

Pochi giorni fa, a proposito della nostra capacità di filtrare gli input esterni, è stato pubblicato uno studio titolato «Saresti in grado di accorgerti se le fake news abbiano modificato il tuo comportamento? Un esperimento sugli effetti della disinformazione sul nostro inconscio».

La risposta alla domanda – purtroppo – è no: le nostre armi interiori attuali non riescono ad eliminare del tutto gli effetti del mondo che ci viene mostrato.

Emanuele

Come ha potuto, il sogno di un mondo connesso, finire per dividerci?

Tra le tante ore spese su Netflix, ti suggerisco di riservarne qualcuna a «The great hack», film documentario sulla storia di Cambridge Analytica e del suo coinvolgimento negli eventi di storia recente che ci riguarda.

The great hack

In vari Stati del mondo le elezioni politiche sono state influenzate da algoritmi alimentati dai nostri dati personali. Le opinioni personali vengono quotidianamente polarizzate verso estremismi sempre più difficili da smontare.

The great hack racconta cosa sta accadendo eliminando la possibilità, per ognuno di noi, di dire «non sapevo».

Non è una questione politica, non è una questione di destra o sinistra. La posta in gioco è l’integrità della nostra democrazia. Fino a che punto vorrai far finta di nulla?

Riprendiamoci i nostri dati.

Emanuele