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Crescere e partire sono due sinonimi nonostante non sia immediatamente visibile e io, da trecentosessantacinque giorni, mi sto allenando alla tua partenza.

Questi dodici mesi mi hanno permesso di assaggiare il senso de «i figli ti cambiano la vita». La potenza e la pervasività di questa frase è comprensibile solo a chi genitore lo è. Tutto è stravolto, nulla è più come prima. Non in senso negativo però. Al contrario un’energia nuova ti investe e sorregge. Te ne sarò grato eternamente.

Auguri, tanti, a Te.

Emanuele

Chicago mi è piaciuta.

Chicago - 01
Chicago mi è piaciuta. Ordinata, sufficientemente pulita, non troppo caotica. Mi ha divertito la sua metropolitana soprelevata e il caratteristico ferro a vista che la contraddistingue, mi ha sorpreso la quantità di opere sparse in giro per la città. La densità di popolazione pari a quasi un terzo di quella di Milano, fa sembrare questa metropoli americana una città non troppo stresssata e stressante. L’aria pungente e pulita del lago Michigan le donavano un fascino indiscutibile. Gli ultimi due secoli di storia di questa città raccontano gli effetti della rivoluzione industriale: dal commercio dei cereali all’esplosione dell’acciaio e la conseguente ondata migratoria.

A proposito di rivoluzioni: ho amato Uber, l’ho usato e l’ho visto usare con un’assiduità che spero riusciremo a vedere prima o poi anche noi europei. Il vantaggio è evidente: la gente usa Uber e lascia l’auto a casa. Anche alle 6 del mattino, senza difficoltà, in pochi minuti un’auto è passata a prendermi. Entri ed esci dall’auto senza dover pagare, senza dover dare indicazioni, senza doverti assicurare che l’autista non stia approfittando della tua ignoranza per allungare un po’ il percorso. Tutto è pre-stabilito, compreso il prezzo bassissimo. Il pagamento tramite l’app all’arrivo a destinazione è immediato e automatico.

Per la prima volta nella vita, mi son ritrovato in un posto estero senza avere necessità di cambiare un solo dollaro. In Cina non mi era riuscito. Ho pagato cibo, spostamenti, regali e quel che poteva capitare nelle mie quasi-due-settimane americane usando carte di credito o Apple Pay. L’uso della moneta digitale è in maniera evidente un’abitudine, nessuno si è stupito o ha storto il naso di fronte a piccoli pagamenti con circuiti elettronici. Gli americani sono viziati dalle carte di credito, io spero che un giorno sapranno essere trainanti nell’esplosione verso le masse delle cryptovalute.

Chicago, dicevo, mi è piaciuta. Non l’ho vista con il freddo polare, con la neve paralizzante, ma non fosse per la distanza da famiglia e amici, probabilmente ci vivrei. Non per il cibo ovviamente: dopo una settimana tra Tacos, Subway, ali di pollo fritte, hamburger e così via… ho provato un ristorante italiano alla ricerca di un piatto di pasta. Esperienza incredibile. “Fettuccine alfredo”: pasta ben scotta con pezzi di pollo e formaggio come condimento. Non commento ulteriormente.

Ah, ho mangiato anche da Hooters – se siete maschietti e non sapete di che si tratta è bene vi facciate una cultura – e tra le foto storiche del locale ho ritrovato proprio lui, il potus attuale. Donaldino ovviamente non poteva farsi mancare una foto abbracciato stretto a due cheerleader scollate.

Emanuele

7300km più in là.

Ti accorgi che il mondo è più piccolo quando la tecnologia ti permette di vedere, dall’altro lato del mondo, tua figlia che riposa nel suo lettino mentre tu lavori.

Philips Baby Monitor SCD860/27

 
Mesi fa abbiamo comprato il baby monitor SCD860/26 della Philips. Fa parte della linea Avent uGrow e l’abbiamo trovato comodissimo fin da subito ma in questi giorni mi sembra quasi un regalo poter ridurre le miglia che mi separano da casa.

Emanuele

Trump, hai le mie impronte, fanne buon uso.

Stasera ho cenato con un americano che mi raccontava di tutte le ragioni per cui il Kansas City quest’anno sta facendo meglio del Cincinnati: merito del nuovo quarterback, volendo riassumere.

Sento ancora la birra e il jet lag che mescolati insieme mi regalano una strana sensazione di sospensione dalla mia vita. Mi trovo in un paesone al nord di Chicago e l’idea che nessun turista passerebbe da queste parti mi rallegra e convince che queste occasioni, seppur lavorative, siano un modo per scoprire e conoscere il mondo nella sua versione più genuina, naturale e originale. Come quando – in Cina – potei imbucarmi ad un matrimonio locale.

Sarà una lunga settimana, domani mattina ho il training di accesso all’impianto fissato per le 7 del mattino e probabilmente riuscirò a vedere Chicago solo il prossimo weekend. Fino ad allora, freddo, americani e junk food saranno dalla mia.

Emanuele

PS: il tizio con cui ero a cena vive a New York, così la sua squadra sono i Giants che però non son messi benissimo…

PPS: Donald l’autista del taxi che oggi mi ha accompagnato dall’aeroporto in albergo mi diceva che ti considera – testuali parole – un asshole e che non verrai confermato tra due anni perché nessuno ti vuol più. La storia ci svelerà chi dei due avrà ragione…

Shortcuts di iOS12 porta Siri su un altro livello.

Non importa che tu sia un nerd, uno smanettone o un programmatore. Se hai un iPhone e non stai usando Shortcuts (Comandi in italiano) stai usando l’iPhone a metà. Non credevo un’applicazione potesse stupirmi al punto da portarmi a scriverne sul blog ma Shortcuts, introdotta con iOS12 (per tutti i dispositivi che lo supportano) è una meravigliosa novità.

iOS12 App Comandi ShortcutsI flussi di azioni (qualcuno ricorderà Automator su macOS) arrivano sull’iPhone e lo fanno con una semplicità disarmante.

Io ad esempio ho configurato un flusso che automaticamente verifica la mia posizione, analizza il percorso in auto che mi attende verso casa e in base al traffico stima il tempo necessario. Effettuate queste analisi invia automaticamente un messaggio a mia moglie con le informazioni raccolte (ad esempio: «arriverò tra 20 minuti»). Comodo, specie tutte quelle volte in cui «quando stai partendo dimmelo così accendo il forno». L’azione posso attivarla con un singolo click su pulsante o banalmente dicendo a Siri «sto tornando a casa».

Altro esempio? Il classico invito a cena da amici con – altrettanto classica – partenza da casa all’ultimo minuto. Con un singolo click o tramite Siri il task verifica la mia distanza dall’indirizzo di casa dell’amico (presente in rubrica) e gli manda un sms. Niente più: apri Maps, cerca l’indirizzo dell’amico, clicca su “inizia a navigare” per verificare percorso e tempo necessario, apri Telegram, cerca l’amico, inizia a scrivere e digli che stai arrivando mentre fai manovra uscendo dal parcheggio…

Ho visto gente che apre l’auto tramite Shortcuts. Credo che questa applicazione rappresenti il primo step tra “Siri, l’assistente digitale” e “Siri, l’assistente digitale che finalmente fa le cose che vorrei” al posto mio.

Potete trovare nuovi shortcuts nella gallery dell’applicazione e/o condividendoli tramite link tra amici.

Anzi, ecco il mio “Informa tra quanto arrivo” (che ovviamente potrete migliorare!).

Emanuele

Ho incontrato la vita in un filo d’erba.

Alcuni anni fa, durante le fasi conclusive del mio corso di laurea e per ragioni varie e diverse, mi ritrovai a correre. Non era una corsa fisica quanto psicologica: riempivo le giornate fino a farle tracimare nel tentativo di trovare soddisfazione e vita piena. Fu una corsa spasmodica. Questa nuova fase della mia vita è psicologicamente molto più rilassata e l’arrivo di Giorgia mi fa riflettere e concentrare spesso sulle piccole cose che donano grandi piaceri: memorizzo gli attimi in cui fissa i miei occhi o quando mi rendo conto che sta giocando seduta sul suo bel pannolone a pochi centimetri da me che la osservo silenzioso.

Nonostante questa novità, a fine Agosto qualche embolo spastico è partito nella mia testa: c’erano un po’ di cose che andavano fatte e non potevo più rimandare. Da tempo raccoglievo in una lista l’elenco infinito dei tanti lavori che una casa richiede e dopo circa 45 giorni vissuti come un treno, inizio a vivere la soddisfazione di chi – come una formica – ha preparato d’estate il suo nido invernale.

In queste settimane ho carteggiato e ridipinto tutta la recinzione del giardino e tutte le persiane, fatto riparare alcune tegole sul tetto, riverniciato il parapetto dei balconi, riparato con stucco e colore graffi e segni che in tre anni avevamo lasciato sulle pareti interne, migliorato l’impianto elettrico di casa con l’illuminazione degli interruttori delle luci esterne, sgorgato in maniera definitiva il lavandino della cucina, smontato e rimontato l’impianto del citofono, sistemato la cantina, cambiato il silicone ai vetri di alcune finestre, potato il ciliegio e poi – qualche settimana dopo – ridotto tutti i tronchi più grossi a legna per il camino per il prossimo inverno.

Rimangono ancora alcuni lavoretti in lista. Ad esempio devo rimettere in piedi l’impianto di irrigazione, fare manutenzione alla caldaia prima dell’arrivo dell’inverno, montare dei sensori di monossido di carbonio che ho comprato (insieme ad estintore e coperta ignifuga il giorno dopo aver partecipato ad un corso sulla sicurezza). Oggi sono andato a prendere 150kg di sabbia vagliata e altrettanta terra, concime e semi. Qualche settimana fa avevo passato il diserbante, domani dovrei recuperare una motozappa e poi mi cimenterò nel rifacimento del giardino.

Sto godendo di cose mai fatte prima e di lavori manuali che appartenevano al fai-da-te e che ormai sono sempre più demandati al pago-e-risolvo. Mi diverte ed entusiasma e l’arrivo dell’autunno, ben evidente in questi giorni, aggiunge ulteriore fascino.

Arriverà l’inverno, finalmente non potrò montare più due cavalletti in giardino e dedicarmi a queste cose, ma so già che godrò al pensiero di una lista meravigliosamente sfoltita.

Emanuele

Vivere nelle bolle (come internet ci ha separati).

Anni fa leggevo di una ricerca per cui l’utente medio, tende ad avere una navigazione e un’esplorazione del web definita e circoscritta. Rispetto all’infinità delle pagine web disponibili, la percentuale di quelle visitate è irrisoria al punto da poter essere rappresentata da una sotto-rete statica ed isolata. Siamo metodici, abitudinari, prevedibili. Per quanto possiamo tentare di risultare dinamici, i nostri interessi variano lentamente nel tempo e così anche la nostra navigazione.

Il nostro uso di internet è settoriale e nell’epoca dei social network quanto mai statico. Analisi recenti mostrano che per tantissimi utenti la navigazione si consuma, interamente, all’interno di Facebook. Personalmente non uso Facebook, non mi sono mai iscritto, l’unico social in cui assiduamente condivido informazioni (tipicamente non personali) è Twitter e spesso mi sono interrogato circa l’uso che ne faccio. I social network nascono per rendere facile lo scambio di informazioni, di vedute e di opinioni. Da qualche tempo mi domando però quanto di questo scambio abbia valore.

Tutti i social ci invitano a creare “bolle” in cui la nostra friend list è fatta di persone che espandono ma non divergono dai nostri schemi mentali. L’interesse della piattaforma non è accrescere la nostra visione del mondo quanto intrattenerci il più possibile tra le loro pagine e per questo propongono i vari “potrebbe piacerti/potresti conoscere…” e non vedremo mai un “potrebbe NON piacerti…”.

E’ una dinamica tutt’altro che estranea a noi: anche nella realtà andiamo in vacanza con persone con cui condividiamo interessi ma la rigidità con cui “voci differenti” entrano nella mia follow-list è maggiore della possibilità che ho nel quotidiano di interagire con persone di diversa estrazione sociale, politica o culturale.

Uscire da quelle bolle fa scoprire modi di ragionare totalmente diversi, spiazzanti, fastidiosi e – a nostro modo di vedere – assurdi. Per farvi un esempio che sia chiaro, a me che non sono leghista basta andare a leggere i commenti dei sostenitori di Salvini per provare sgomento. In quei momenti sono fuori dalla mia bolla, l’area di confort in cui le persone hanno pensieri simili ai miei.

Non ho ancora trovato risposta alla domanda che, successivamente, cresce in me: quanto di quel flusso di informazioni mi arricchisce nel pensiero? Quanto “rumore” bisogna osservare prima di dire basta e – parimenti – quanto mi fa bene osservare il mondo tramite la mia bolla? Sono convinto ci sia una utilità nell’esplorare bolle differenti dalla mia: l’Italia non va a rotoli per sfortuna ma semplicemente perché esistono percentuali non trascurabili di persone che di quelle bolle fanno parte.

Ultimamente sto iniziando ad apprezzare quegli account che provano ad attraversare continuamente bolle differenti. Gli americani che ci provano, pragmaticamente, scrivono “Retweets are not endorsement” nei loro profili per segnalare che quel che viene condiviso attraverso i loro account sono tentativi di portare alla luce voci di persone diverse nonostante, non sempre, se ne condivida il contenuto. «Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo».

Perseverare nella propria bolla ci rende duri dentro, incapaci di comprendere l’altro, incapaci di provare empatia perché – semplicemente – non alleniamo più quella parte di noi. Un tempo, le piazze cittadine erano il luogo in cui tutti avevano spazio senza distinzioni: un ricco poteva sgomitare con un povero, un bambino con un adulto, un ateo con un prete. Le piazze virtuali odierne hanno dei vetri che isolano finché non proviamo ad attraversarli.

Emanuele