Benvenuti nella civilità delle migliaia di cose.

Per migliaia di anni, le cose che avevamo avevano una storia – più o meno – conoscibile. Il proprietario di un martello sapeva che lo aveva fatto Lope, quello della bottega dell’isolato a fianco, il figlio di Trini, la cugina dello zio Pedro. Ora no: e poi abbiamo così tante cose che se ne conoscessimo la storia non avremmo tempo di fare altro.

Abbiamo vissuto così per millenni: con poche cose davvero necessarie, ottenute a fatica, che conoscevamo e apprezzavamo. Adesso le cose non significano nulla: si possono buttare, sostituire, non vale la pena aggiustarle o ripararle perché è più facile e più economico comprarne altre. E niente ci piace più di comprare altre cose.
Il sistema economico mondiale ha bisogno che noi abbiamo bisogno di sempre più cose, perché vive della loro produzione.

Fonte: Internazionale

Quando vivevo nel monolocale riuscivo a conservare tutto quello che di cui avevo bisogno. Adesso, ho spesso la sensazione che i centottanta metri quadri nei quali vivo siano strettamente necessari per vivere bene. Siamo collezionisti dell’inutile e del superfluo.

Emanuele

Amazon hai vinto tu.

Sono sempre stato filosoficamente contrario alle multinazionali che monopolizzano i mercati e uccidono la concorrenza. Ricordo che vari anni fa – e per tanto tempo – tentai di boicottare Amazon cercando di acquistare esclusivamente dai vari negozi online che si affacciavano all’ecommerce italiano [1]. Un bel giorno però creai un account su Amazon in quanto era comodissimo per cercare e comprare libri. Era il 14 Maggio 2009.

Per un po’ di anni lo usai esclusivamente come libreria rapidissima da consultare per trovare nuovi libri da leggere, col tempo però si è trasformato in un supermercato dal quale passo continuamente per verificare prezzi ed offerte. Per pura curiosità ho realizzato un riassunto, resi compresi, degli acquisti fatti in questi anni per comprendere meglio come sia cambiato il mio utilizzo di Amazon negli anni.

Acquisti Amazon
Ho scoperto che la prima esplosione nell’utilizzo del mio account è targata 2015. Era l’anno del matrimonio e l’anno dell’acquisto della casa. Un anno in cui il tempo scarseggiava in maniera importante e Amazon si presentò scintillante in tutta la sua comodità. Gli anni successivi è stato un proseguio dell’abitudine: casa ancora da arredare, miliardi di cose che decidi ti mancano in maniera imprescindibile e così via. Una spesa media di poco inferiore i 100€ al mese è una cifra che oggi non spendo in nessun altro negozio online.

Ultimamente ho iniziato a mettere a fuoco le ragioni per cui utilizzo Amazon e, sorpresa, non è la tanto acclamata velocità nelle spedizioni ad ammaliarmi. Non entro in ansia se aspetto 2 o 3 giorni per un pacco, non ho mai fatto l’abbonamento ad Amazon Prime e ho l’abitudine di fare ordini cumulativi quando ho bisogno di qualcosa al di sotto dei 29€. La vera ragione per cui acquisto su Amazon è la qualità del servizio post-vendita. Mi accorgo che sempre più spesso, se un oggetto costa fino ad un 10% in più su Amazon, preferisco comunque prenderlo lì perché son sicuro di ricevere supporto in caso di necessità.

Nel 2017 è “esplosa” anche la quantità di resi effettuati e ogni volta è stata un’esperienza indolore. Amazon sa che in quelle situazioni una persona vuol raggiungere una soluzione il più rapidamente possibile. Non ha voglia di iniziare a combattere con garanzie, contratti, condizioni e clausole. Personalmente quel tempo perso lo considero un costo. In qualche occasione Amazon mi ha sostituito – senza alcun costo – un prodotto malfunzionante anche fuori garanzia: sono convintissimo che da nessun’altra parte potrei contrare su un’esperienza simile.

Sono consapevole dei costi “etici” di un sistema simile e così il dilemma interiore fatica a dileguarsi ma credo anche che i negozianti online dovrebbero partire proprio da quest’aspetto per poter provare a far concorrenza ad Amazon: chi compra qualcosa vuole la serenità di non essere abbandonato qualora dovesse incontrare problemi. Tanti negozi online si concentrano esclusivamente sulla guerra dei prezzi (non possono competere sulla rapidità delle spedizioni) dimenticando il supporto post-vendita. Amazon non ti abbandona. Amazon mi telefona dopo pochi secondi quando non ho voglia di chattare con loro. [2]

Emanuele

[1] Il mio primo acquisto su internet lo feci nel 1998, un masterizzatore CD della Waitec che ricordo con affetto: era il periodo in cui si scaricava una canzone per volta. Da lì iniziarono gli ordini di campane di CD sullo storico Nierle.de che spediva direttamente dalla Germania…

[2] Anche per questo, ad esempio, ultimamente evito eBay. Pur essendo un altro colosso del settore non può vantare un servizio assistenza così rapido, comodo ed efficace.

La morte del web.

Da tempo mi domando quale sia l’aspettativa di vita del web. Nulla è eterno e in questi ventidue anni su internet ho visto tanto “web” andar via per sempre.

Siamo tutti destinati a morire e con noi, le nostre vite digitali si vanno spegnendo pian piano (come diceva una canzone “uno solo ce l’ha fatta, ma era raccomandato“). La loro durata è, probabilmente, ancora non quantificabile [1] ma praticamente certa. Anche questo blog un bel giorno non esisterà più.

Alcuni anni fa entrai in possesso del diario di un mio bisnonno e di recente ho scoperto ne esiste un altro di uno dei miei nonni. Carta che ha oltre cento anni e che racconta ancora storie, ricordi, situazioni.

Queste pagine non hanno alcuna pretesa, ma il vecchio romantico che è in me, inizia a credere che anche i miei avi, un giorno, potranno avere la stessa curiosità.

Come far sopravvivere tutto ciò? Questo blog esisterà finché le tecnologie su cui si basa saranno disponibili, finché l’hosting e il dominio saranno rinnovati e finché qualcuno lo manterrà protetto da eventuali falle di sicurezza. I diari di carta, in questo caso, sembrano capaci di una longevità maggiore per via di una complessità inferiore.

La società mi sembra indifferente a problemi del genere: viviamo rinchiusi in social network che faticano a recuperare i post che abbiamo scritto 3 anni prima, figurarsi l’idea di conservare per sempre un diario. Buona parte di quel che scriviamo probabilmente non merita d’esser tramandato e per le grandi piattaforme del web odierno gli account inattivi, tanto quanto i vecchi post, sono un fardello inutile che non porta introiti. Non c’è ragione per cui preoccuparsi della loro conservazione. Persino Google sembra abbia smesso di indicizzare e mantenere nei suoi archivi il web che non è attuale.

Esistono servizi che tentano di conservare una traccia. La WayBack Machine, ad esempio, è una sorta di biblioteca del web: tutto quel che viene archiviato lì dentro è conservato nel tentativo di preservarlo nel tempo. Ho l’abitudine di segnalare quel che leggo ma so bene che quella biblioteca esisterà finché avrà fondi a sufficienza.

Forse, un bel giorno le blockchain (!), potranno garantire il mantenimento imperterrito dei dati ma al giorno d’oggi non è economicamente sostenibile trasferire una quantità di dati così grossa su quei database decentralizzati. Da un po’ di tempo sto riflettendo se non effettuare un backup su DVD di tutto quanto: audio, video, foto, testi e software utilizzato per il funzionamento di queste pagine nella speranza di avere un pro-nipote che un bel giorno sappia cosa fare (e trovi un lettore DVD ;-)).

E’ un limite non indifferente della nostra generazione. Un tempo era quasi inevitabile: un effetto collaterale del possedere un diario era che dopo la nostra morte, molto probabilmente, sarebbe stato letto da altri. Le nostre generazioni, che non scrivono più su carta dovranno accontentarsi di esser ricordate attraverso aneddoti tramandati per un paio di generazioni?

Forse un giorno, un menestrello, canterà una storia…

Emanuele

[1] Quanto tempo impieghi a dissolversi la traccia digitale di una persona morta dipende da tanti fattori: livello di presenza nella rete, qualità dei servizi sui quali si è presenti, politiche di conservazione dei dati e così via.

Il prologo poco conosciuto di Cambridge Analytica

Attraverso internet è idealmente possibile raggiungere ogni singolo cittadino con un messaggio su misura. Finalmente le aziende possono dire le cose giuste, alle persone giuste, usando il medium che meglio riesce a raggiungerle.
[…] Ma mi rendo conto: tutto ciò sembra più simile a una narrazione distopica che alla realtà. Quindi, ci si focalizza sulle conseguenze (la Brexit, Trump, le notizie false) e, per quanto riguarda le premesse (l’enorme scia di dati che ciascuno di noi continua imperterrito a produrre e a consegnare a questa o a quella entità della rete) si fa finta di niente. Ma potrebbe non essere una buona idea.

Fonte: Internazionale

Sto vivendo un periodo di profonda riflessione su questi temi. Mi domando sempre più fin dove la nostra società ignara e indifferente voglia spingersi.

Cerco di mettere paletti nella mia vita. Amo la tecnologia, ho a che fare con lei durante le mie ore lavorative e durante le ore da dedicare agli hobby, ma non amo il tecno-controllo cui stiamo andando incontro. Amo i protocolli, le intelligenze artificiali, la robotica asservita all’uomo. Non l’informatica sfruttata per manipolare l’uomo.

Emanuele

Il capitalismo della sorveglianza.

“‎La sorveglianza che ci è imposta oggi supera di gran lunga quella che c’era nell’Unione Sovietica. Per amore della libertà e della democrazia dunque è necessario eliminarne la maggior parte”.

Scrive così, Richard Stallman, uno dei padri del software libero, in un suo articolo pubblicato sul The Guardian.

Qualche giorno fa, leggendo un altro bell’articolo, ho trovato una definizione perfetta per descrivere il periodo storico nel quale viviamo: “Surveillance Capitalism”.

Quando ci renderemo conto che è nocivo procedere su questi binari? Nel mio piccolo in questi giorni ho eliminato un po’ di social-app dal mio iPhone.

Piccole prese di posizione che se condivise possono cambiare il percorso della storia. La domanda che mi son posto mentre facevo pulizia era: “quale irrinunciabile miglioria ha la mia vita? Gli eventuali vantaggi valgono la perdita di frazioni della mia privacy?“.

Emanuele

The death of the newsfeed

You would not send 10 pictures of your child or dog to everyone in your address book very often, if ever, and most people (under 50) would not send every funny or enraging news article they see to everyone in their address book either, but the asymmetric feed makes posting at that kind of frequency normal instead of rude. Since you’re posting it to ‘your’ feed instead of sending it explicitly to someone, it’s OK to post lots and to post less important things.

Benedict Evans, in questo lungo ma interessantissimo post, ad un certo punto delinea una regola aurea con la quale si scontrano i social network:

“Tutte le social app crescono finché non hanno bisogno di un newsfeed.
Tutti i newsfeed crescono finché non hanno bisogno di un feed basato su algoritmi.
Tutti i feed basati su algoritmi crescono finché non sei stufo di non vedere quel che cerchi (o vedere roba sbagliata) e vai via verso nuove app con meno overload di informazioni.
Tutte le nuove app crescono finché…”.

Emanuele

Riprendiamoci i nostri dati.

Eliminando qualsiasi dubbio da complottismo paranoico lo scandalo #CambridgeAnalytica dimostra che Facebook (e i suoi servizi) sono utilizzati per il controllo delle masse.

Lo ripeto: sono utilizzati per il controllo delle masse.

Manipolare le elezioni americane, influenzare la Brexit, sono tutti eventi che non possiamo – ulteriormente – ignorare.

Il controllo delle masse si esplicita in fenomeni di controllo di questo tipo (e non nella banale idea che qualcuno controlli il piatto di pasta che avete fotografato). Siamo di fronte ad una tecnologia capace di alterare la storia a suo piacimento.

Sono un grande estimatore della tecnologia. Quando iniziai i miei studi, durante una delle prime lezioni, un professore ci fece notare che il nostro corso di laurea, in fin dei conti, era relativo alla gestione delle informazioni. Ingegneria informatica si occupa di organizzare e rendere fruibili le informazioni. Un bit o una notizia, sono informazioni da gestire. Amo questo mondo digitale che mi accompagna ormai da più di vent’anni.

Credo però, sia responsabile riconoscere che piega stiano prendendo queste tecnologie. Credo sia importante aprire gli occhi. Il prossimo scandalo potrebbe riguardare il nostro paese e io non ho voglia di essere manipolato. Non ho voglia di consegnare a mia figlia uno Stato il cui governo non è eletto democraticamente ma silenziosamente manovrato da pochi.

Il famoso “ma io non ho nulla da nascondere” si rivela in tutta la sua stupidità. Nessuno di noi ha ragionevoli motivi per nascondere l’insalata mangiata a pranzo. Il valore dell’informazione non sta nell’insalata, ma in tutto quel contorno che se ne può rilevare. La somma dei contorni moltiplicata per un popolo intero mostra un quadro preciso, definisce confini, evidenzia preferenze.

People power

Io non ho nulla da nascondere, ma non voglio essere cotone per questa maglia. Non ho nulla da nascondere ma non voglio che quel che mangio venga psico-analizzato digitalmente e sfruttato per rendere vana la mia preferenza durante le prossime elezioni. La mia è una consapevole scelta politica. Non voglio lamentarmi se i politici eletti non mi sembrano all’altezza e il giorno dopo tornare a girovagare su Facebook o postare foto su Instagram facendo finta di non sapere. Voglio preservare e custodire il mio voto.

Non sono un cyber-punk, non sono un cypher-punk. Banalmente non voglio consegnare a mia figlia un mondo in cui il suo voto non vale più nulla perché la macchina-influenza-massa è ormai rodata e ben funzionante.

La privacy è necessaria per una società aperta nell’era digitale. Dobbiamo difenderla se vogliamo avere libertà.

Emanuele

Ricorrenze

Giorgia oggi compie 4 mesi. Io 420. Condividere questo giorno con qualcuno non è mai stato così bello. I suoi sorrisi illuminano le giornate e sbiadiscono le mie paure.

Emanuele