Deumanizzati

Prima di poter fare qualcosa di cattivo verso le persone con la coscienza pulita, tu devi deumanizzarle. Nel settore della tecnologia i designer e gli sviluppatori possono costruire sistemi che tracciano, profilano e monitorano la gente e poi andare a casa ad abbracciare i loro figli perché quelle non sono persone per loro, ma sono semplicemente «utenti» e «dati».

Emanuele

Giochi del secolo scorso.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una conversazione su Twitter in cui vari teenager (generazione Z?) si dicevano sorpresi dallo scoprire che i prefissi del telefono fisso fossero differenti in base alla provincia. Alcuni conoscevano solo il prefisso internazionale, altri credevano che il proprio prefisso locale fosse uguale in tutta Italia. E’ evidente che il telefono col quale siamo cresciuti noi è ormai morto, io non ho il numero del fisso di vari amici ed allo stesso tempo non ho comunicato loro il mio.

Riflettevo che le mie figlie mi guarderanno perplesse quando – tra qualche anno – dirò loro di giocare al «telefono senza filo».

I telefoni sono senza fili.

Emanuele

«I’ve nothing to hide».

Per tutti quelli che «ma io non ho nulla da nascondere», ho appena scoperto che su Wikipedia esiste una pagina utile a smontare la superficialità di questo argomento.

Tra le critiche, mi è piaciuta molto quella del filosofo Emilio Mordini che sostiene che questo paradigma sia essenzialmente paradossale:

La gente non ha bisogno di avere “qualcosa da nascondere” affinché sia possibile nascondere “qualcosa”. Quel che è nascosto non è necessariamente importante. Invece, un’area che possa essere sia nascosta che celata solo ad alcuni è necessaria da quando, parlando da un punto di vista psicologico, noi diventiamo individui attraverso la scoperta che potremmo nascondere qualcosa ad altri.

Biometrics, identity, recognition and the private sphere – 2018

Bello. La privacy come tassello delle fondamenta di ciò che siamo.

Emanuele

Hanno vinto loro?

Pensavo di titolare questo post «Hanno vinto loro.», senza punto interrogativo. Poi però, guardare in alto mentre scrivevo, mi metteva tristezza così ho deciso di trasformare quel punto.

Viviamo in un mondo digitale sempre meno libero ma questo concetto è sistematicamente ignorato. Poco importano le notizie sui giornali che passano veloci. Poco importano gli esempi in cui libertà fondamentali vengono ridotte o violate tramite la tecnologia. «Non ho nulla da nascondere» è la frase più stupida di questo millennio e nonostante ciò l’ho sentita miliardi di volte con leggerezza, disinvoltura, arroganza.

Nel frattempo ieri sera leggevo un report degli attacchi sistematici compiuti dalla Cina verso la minoranza uigura.

«Questo testimonia uno stato di polizia incredibile, nel quale è praticamente possibile indigare su persone che non hanno fatto nulla di realmente sbagliato», ha detto Adrian Zenz, un antropologo e ricercatore focalizzato su Xinjiang e Tibet.

Da un po’ di tempo ho preso l’abitudine di collezionare tutti gli spunti sul tema all’interno del mio account mastodon (e nella barra a destra di questo blog) nel misero tentativo di amplificare, nella mia cerchia, l’esistenza di queste dinamiche.

So bene che non siamo ai livelli cinesi, questo però non significa che siamo fuori dal rischio di tecno-controllo.

In queste ore Element, un client di chat, ha segnalato l’estromissione dal Play Store di Google senza alcuna comunicazione preventiva. Per chi non sapesse cosa sia, Element è un client di chat, che si collega a migliaia di server nel mondo che utilizzano il protocollo Matrix. Per chi avesse qualche anno in più, Element è l’equivalente di un client IRC “moderno”. Non è strettamente legato ad un server, ma è l’utente a scegliere dove collegarsi.

Element, come gli sviluppatori stessi hanno fatto notare, non ha controllo sui contenuti. E’ come dire che un browser web sia responsabile dei siti visitabili o un client mail (Outlook?) sia responsabile dei contenuti che possono arrivare.

Purtroppo questo genere di informazioni, per chi decide di premere il grilletto, sono molto chiare. Element permette di comunicare in maniera sicura e decentralizzata. Questo, sempre più frequentemente, oltre a infastidire il business di tante multinazionali del web, viene considerato – e venduto – come un grosso problema da parte degli Stati. Le rivelazioni di Snowden su questi temi credo siano inconfutabili ma, al contempo, l’utente medio preferisce far finta non sia successo nulla.

Viviamo in un mondo digitale in cui delle multinazionali possono decretare quali applicazioni possiamo installare sui nostri cellulari e tutto questo ci sta bene. Finché c’è il social, il sistema di messaggistica, ci sono i selfie e un posto attraverso cui inveire o indignarsi quotidianamente, allora il web è sufficientemente libero e aperto indipendentemente da cosa avvenga dietro quell’interfaccia giocattolosa. Poco importa se, in tante parti del mondo, queste politiche creano danni che entreranno nei libri di storia o se da qualche parte del mondo l’assenza di sistemi sicuri e veramente privati può significare la perdita totale della libertà.

Personalmente, da tempo, ho preso una direzione diametralmente opposta ma al contempo, da ingegnere informatico, vivo questa fine come una sconfitta. L’informatica che per anni ho incentivato tra gli amici meno tecnologici oggi è un’arma pericolosa dalla quale devo cercare di tenere distanti.

Il web non era così vent’anni fa. Non so che luoghi digitali vivranno le mie figlie, nel frattempo però – vi prego – fatemi rivedere un internet bello. Non voglio mettere punto.

Riprendiamoci i nostri dati.

Emanuele

Zero email!

Il mio indirizzo e-mail più vecchio ha quasi venticinque anni e da allora non ero mai riuscito ad avere la cartella della posta in arrivo vuota.

Quando un paio di anni fa ho abbandonato GMail ho colto l’occasione per fare una buona pulizia della corrispondenza, riportando la quota disco sotto i 3GB. Nonostante fossi già abituato ad etichettare e filtrare la posta, svuotare la cartella in arrivo è rimasto un compito quasi impossibile.

Zero email nella Inbox significa tornare a gestire la posta in maniera umana, senza la sensazione di scoperchiare un vaso con decine di argomenti che richiedono d’esser affrontati e col nostro Io che non vede l’ora di fuggire da quella pagina.

D’ora in avanti, una nuova email si trasformerà in tre possibili flussi:

  • rispondi subito
  • elimina
  • posticipa

La vera rivoluzione sta proprio nell’ultima possibilità. Perché mantenere davanti agli occhi qualcosa che non può ricevere risposta immediata? FastMail permette di posticipare determinate conversazioni in modo da mantenere visibile esclusivamente la corrispondenza gestibile sul momento. La posta viene temporaneamente traslocata nella cartella “Snoozed” e tornerà nella Inbox una volta scaduto il tempo di snooze impostato per quella mail.

«Life-changing!» direbbero gli inglesi.

Emanuele

Verificare la scadenza di più domini via shell script

Molto brevemente: gestisco un certo numero di domini ma ero stanco di dover effettuare il whois dei singoli domini per verificare lo stato delle registrazioni e la loro data di scadenza.

Ieri sera, preso dalla voglia di risolvere una volta per tutte, ho scritto un mini-script bash per effettuare il whois dei domini presenti in un file domini.txt e mostrare la data di scadenza in output nella shell.

#!/bin/bash
rm risultato-whois.txt
for dominio in `cat domini.txt`
do
echo $dominio
`whois $dominio >> risultato-whois.txt`
done
egrep -i '(Domain:|Domain Name:|Expir[ey] Date:)' risultato-whois.txt | awk '{$1=$1};1'

Lo script è molto grezzo, non fa più di quel che ho detto e certamente può esser ampliato o modificato per estrarre più informazioni o essere più flessibile. In ogni caso, qualora servisse, nel file risultato-whois.txt è possibile trovare l’intero risultato dei domini monitorati.

Emanuele

Alla ricerca di una sedia da studio.

Questo immenso lockdown mi ha fatto concentrare tantissimo sul comfort a casa. A Settembre abbiam messo la carta da parati e in autunno il falegname ci ha consegnato quanto avevamo ordinato a Febbraio così, finalmente, lo studio ha preso vita.

Un elemento non ancora definito però sono le sedie per le due scrivanie. Le sedie ergonomiche da ufficio, quando si sta seduti tante ore, fanno la differenza e durante l’anno ne ho preso in prestito una proprio da lì ma la necessità di trovare qualcosa di carino e definitivo mi ha spinto in una ricerca che, ad oggi, non ha ancora risposta.

AvoChair by Autonomous

Alcuni mesi fa ho provato ad ordinare due AvoChair da Autonomous che però ho rimandato indietro il giorno dopo esserci state consegnate. Il motivo? Il mesh a dispetto delle immagini è abbastanza plasticoso e la parte anteriore della seduta ha un cuscino orizzontale proprio dove il mesh viene fissato alla struttura della sedia. L’effetto, data la differente risposta alla pressione era di avere un panchetta iniziale e una zona più flessibile sotto il sedere. Fastidiosissime, sono state bocciate subito e rimandate al mittente con FedEx.

ErgoChair 2 by Autonomous

Prima di arrendermi ho voluto provare la ErgoChair 2. Questa volta ne ho ordinato solo una per evitare di dover rendere due pacchi enormi. Ho deciso di provarla qualche settimana ma, alla fine, anche la ErgoChair 2 è tornata al mittente. Le ragioni in questo caso sono varie, la principale è che il supporto lombare è molto sporgente al punto da risultare fastidioso. Si può regolare in altezza ma non in profondità. Oltre questo la sedia non regala grande sensazione di solidità per via del fatto che anche la seduta può scorrere e quando fissata non rimane immobile ma ha sempre qualche gioco o scricchiolio. La qualità percepita era inferiore al prezzo pagato.

In questo momento sono tornato alla mia sedia dell’ufficio ma i suggerimenti sono benvenuti. Ricapitolando, sto cercando due buone sedie, sono disposto a spendere qualcosina dato che, potenzialmente, durano una vita e se hanno un design carino tanto meglio. I commenti sono aperti: su che sedia state quando lavorate da casa?

Emanuele

Questo sito non ti traccia.

«Think outside the box» è un modo di dire nato tra gli anni ’70 e ’80 per spronare la gente ad usare nuovi approcci verso problemi classici. Molti tecnici del web (webmaster si usa ancora?!) sembra abbiano dimenticato la possibilità di utilizzare soluzioni alternative. Dovunque tu possa navigare, la tecnica è sempre simile: JavaScript, CDN e risorse esterne quasi fosse il medico a prescriverle.

Il problema ovviamente non sta nell’utilizzare strumenti altrui (sono d’accordo, non ha senso reinventare la ruota) quanto piuttosto nel dare il fianco a profilazione, dispersione dei dati e blanda gestione della privacy con tutti gli effetti sempre più evidenti che questo comporta.

Il più delle volte però basterebbero piccole attenzioni e un paio di modifiche per incrementare in maniera enorme il livello di privacy fornito da un sito web.

Questo sito non ti traccia e difende i tuoi dati e mi piacerebbe che questa fosse un’occasione per tanti colleghi-blogger per rivedere le proprie scelte.

Nel mondo reale il portiere del palazzo non va dicendo a chiunque se oggi gli sei passato davanti. I siti odierni invece comunicano puntualmente a terzi il nostro passaggio.

Pulsanti di Facebook, share su Twitter, font di Google… sono davvero necessari? Hai la matematica certezza che l’interazione sul tuo sito sia amplificata in maniera netta tramite questi servizi? Oppure non hai mai approfondito l’argomento ma data la pressante offerta hai creduto e ceduto ai proclami di maggiore socialità?

Ogni volta in cui un utente carica quei contenuti attraverso la tua pagina, i gestori di quel servizio aggiungono un tassello al tracking verso l’utente: «è passato da qui, alle ore X, usando il browser Y, collegato con IP 1.2.3.4 e dunque geolocalizzabile in zona K, usando un device Z, pochi minuti fa era sul sito blablabla e solitamente tra un po’ lo vedrò apparire sul sito BBB».

Tutelare la privacy di chi visita il tuo sito è una forma di rispetto in formato digitale.

In queste pagine, non esistono Google Fonts remoti (i font sono offerti localmente), non esistono i pulsanti di condivisione, non esistono contenuti multimediali remoti e di recente ho sostituito il mio feed di Twitter con il feed del mio account Mastodon servito direttamente da questo dominio. In condizioni come queste HTTP/2 e Lazy Loading delle risorse mostrano tutti i loro benefici.

In pratica, quando passi da queste parti nessun servizio esterno sarà informato della tua visita. Puoi saltellare tra le pagine di questo blog senza che nessuna big corporation si ponga qualche domanda. 🤣

Se hai un sito, che aspetti a rivedere le tue scelte?

Riprendiamoci i nostri dati.

Emanuele