Gli auguri, quando nevica dentro, sono freddissimi.

Ogni anno, mi piace trovare un senso al Natale che vivo. Se non so dare un nome a quel bimbo che nasce mi vien difficile augurare e trascorrere un Santo Natale.

Nel 2005 mi catturò il senso vero del Natale. Nel 2006 dedicai quel giorno alla difficoltà di un perdono che non sapevo compiere. Nel 2007 ad una persona importante. Nel 2008 ad una persona povera conosciuta quel pomeriggio. Nel 2009 non fu una persona a trasformarsi in Cristo che nasce quanto la freddezza con cui si vive il proprio Credo in questa società.

Da giorni pensavo che il 2010 sarebbe stato caratterizzato dallo stato in cui mio zio vive da 31 giorni ormai. Dorme, è in coma, non so più trovare la differenza ma – giornalmente – continuo a pensare agli ultimi momenti insieme. Cerco di trovare un senso alla sua situazione, mi chiedo quanto e perché Dio vorrà che rimanga così, attaccato a delle macchine che misurano qualsiasi parametro possibile. Eppure, oggi pomeriggio, ho capito che non è questo il senso vero del mio Natale.

Da tempo, quella freddezza che vedevo l’anno scorso, la avverto prepotente tra molte persone decisamente più vicine a me e la cosa mi dispiace e infastidisce per l’impotenza che provo in ogni mio tentativo di cambiamento. Andrò a Messa cercando una risposta perché ho paura di darne io: sarebbero frettolose e forse anche cieche dei disegni più grandi che coinvolgono ognuno di noi.

In ogni caso auguri a Voi per un Santo Natale. E’ un piacere avervi tra queste pagine, giornalmente mi fate compagnia e condividete parte dei miei pensieri e della mia vita.

Fuori fa freddo ma cerchiamo d’essere caldi in Spirito.

Emanuele

L’Audi dei balocchi.

Milano, mi ha accolto in tangenziale con pioggia e traffico. Per evitarlo abbiamo scelto, col mio capo, di cenare fuori.

Parto dalla fine perché dell’inizio vorrei parlare con calma per via delle emozioni contrastanti che mi ha regalato.

Siamo arrivati fuori Teramo nel pomeriggio di ieri. Fatto il check-in e ricevuto il pass per accedere nell’industria siamo saliti al piano in cui ci aspettavano. Dovevamo montare ed avviare quel sistema su cui ho lavorato in queste settimane. Bello, divertente. Ero già – dentro me – al settimo cielo per la sola possibilità di metter piede in quei locali con la borsa da lavoro bloccata sul manico della mia trolley. Poi si è aperto un mondo che non conoscevo e mi ha impressionato.

Ingresso albergo

A fine giornata lavorativa un dipendente dell’azienda mi ha accompagnato in albergo. Lì avevo una stanza già prenotata a mio nome e cena e colazione pagate. Son cresciuto in un mondo acqua e sapone e così ritrovarmi in quella camera mi scombussolava non poco. Da bravo scout (ah, maledetta deviazione…) avevo portato con me la tovaglia per la faccia: nel bagno in camera ho trovato sei tovaglie bianche, riscaldate dal termosifone per teli. Il bagno in camera. Io. E poi perché sei tovaglie? Neanche a casa so usarle sei tovaglie.

C’era anche la tv, il telefono e il frigo bar dove ho dormito. Da un lato dell’albergo vedevo il Gran Sasso innevato, dall’altro, oltre la piscina, una distesa di campi arati a dovere.

Alle 19 ero morto di sonno, il capo era ripartito per Roma e io ne ho approfittato per crollare sul letto prima di scendere per la cena.

Alle 20, un po’ intimorito entro in quella grande sala. Mi attende un cameriere che mi invita a prender posto. Chiedo un menù. Sono abituato, non per tirchieria ma per pura gestione del piccolo patrimonio a controllare i prezzi prima di ordinare. Non c’è menù e mi si invita ad accettare qualche consiglio. Pesce. Ieri sera andava il pesce.

Cena al ristorante

Ho mangiato pesce, da solo, su un tavolo rettangolare, dove all’inizio son stati lasciati sei piatti con antipasti diversi. Cozze, lumache di mare, un’ostrica, sardine, pezzettini di qualche pesce bianco che non saprei riconoscere presentati con dei frutti (bacche?) rossi sopra. Era solo l’inizio però. I piatti si son succeduti con un ritmo che quasi mi lasciava senza fiato. Ne svuotavo uno e accanto avevo già l’altro. Avevo ordinato l’Adriatico a mia insaputa?

Io. A cena in quel ristornate. Non sapendo quanto avrei speso all’inizio avevo rifiutato persino un bicchiere di vino “no, solo acqua, grazie!”. Sia mai che se ordino il vino arriva l’intera cantina…

Dopo un po’ arriva a cena, con la famiglia, uno dei dirigenti di quell’industria. L’avevo intravisto nel pomeriggio e mi viene a salutare. “Buona cena”. “Altrettanto!”.

Mi sentivo catapultato in qualcosa di strano, qualcosa che ancora mi lascia perplesso ma so che ammalia terribilmente allo stesso tempo. Ero sazio, chiedo il conto ma non va bene: mi si obbliga ad assaggiare i dolci della casa, accompagnati da un bicchierino di amaro. Inzuppo qualche biscotto nell’amaro, poi mi alzo sperando di non esser trattenuto ulteriormente.

Torno in camera, finisco di sistemare un po’ il software realizzato, visto che nel pomeriggio mi avevan chiesto qualche modifica e poi mi rannicchio sotto le coperte, in silenzio, guardando Paperissima in quella tv all’angolo della camera. Non riuscivo a prender sonno.

Da un lato ero felice e soprattutto orgoglioso dell’esperienza unica che stavo vivendo, dall’altro avevo una paura – stupida – di perdere ciò che sono. Quello scout, idiota, che spara minchiate con gli amici, che si diverte e ama rotolarsi su un prato, che sente la distanza dal proprio gruppo proprio durante i preparativi per la veglia di Natale. Avrei dovuto chiuder gli occhi subito ma mi era chiarissimo che – in realtà – il vero compito era (e sarà) tenerli aperti.

Emanuele seduto fuori

Alle 8 del mattino ero seduto fuori come vedete nella foto ed avevo già fatto una doccia, ero stato giù a far colazione con la cameriera che, mentre mangiavo da bravo una banana presa dal buffet centrale, è corsa da me chiedendomi “cosa posso portarle?”. Stavo già facendo colazione! Cosa dovrebbe portarmi? Nella mia mente la reazione è stata questa. Ho chiesto solo un caffé, non sapevo immaginare altro. Alle 8 e 20 arriva un dipendente dell’industria farmaceutica con cui avevo preso accordi la sera prima per ritornare da loro.

Ho pranzato da Spizzico, in autostrada verso Milano prendendo persino la macedonia di cui non so neanche il prezzo. Ho cenato da Road House Beef dietro Linate. Ho bevuto addirittura una spremuta d’arancia (mica la Fanta!) in autogrill a metà strada. Quando mai spendere 2 euro e 50 per un bicchiere d’arancia.

Non ho pagato nulla. Nulla di nulla.

Mi fa totalmente impressione questa cosa e in realtà, mi sento anche uno stupido ad esser felice-ma-non-del-tutto. Ci sarà, veramente, da rimanere coi piedi per terra e mi chiedo come mai Dio abbia scelto per me proprio questo settore lavorativo come prima esperienza.

Non voglio cambiare. Se proprio questa vita sarà, voglio rimanere quel tipo idiota che prende il monociclo e si diverte a regalar sorrisi. Di tipi idioti che giocano a fare i ricconi in giro per le città ne è pieno il mondo. Probabilmente che fosse la mia prima trasferta s’è notato perché ero il triplo più gentile con chiunque. Però voglio che rimanga così. O che diventi il quadruplo magari.

Dove mi porterà questa strada? Ne ho fatta tanta negli ultimi anni, mia madre dice che tutto questo è merito dei denti che ho stretto (e so di averlo fatto per svariati motivi…) e della tenacia che ho avuto. L’orgoglio più grande, alla fine, è che il capo s’è sentito tranquillo di lasciarmi in trasferta da solo dopo appena 12 giorni di lavoro in azienda. Solitamente, che io sappia, accade molto ma molto più avanti. Probabilmente il lavoro era semplice ma sono sicuro che la mia determinazione di questo periodo abbia influito parimenti.

Adesso sono nuovamente con una felpa e i pantaloni del pigiama, seduto sul letto di mia sorella, che riguardo le foto di questi due giorni e penso a ciò che sarà. Non voglio sputare nel piatto in cui mangio. Sono stati due giorni bellissimi anche perché rapportarsi coi clienti è qualcosa che mi farà crescere tantissimo, semplicemente non voglio dimenticare le mie radici e spero che questo inizio spumeggiante sia servito a ricordarmelo.

Emanuele

(In)seguiamola ovunque.

Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali.
Però parlatene.

Paolo Borsellino

Uno è morto, l’altro invece dichiarò che Saviano, con Gomorra, ha semplicemente fatto pubblicità alla camorra. Perché la stupidità di certi uomini porta avanti uno stile unico e inconfondibile: nascondere la verità per salvare l’apparenza.

Chissà, forse quello che è morto era fin troppo ingenuo, ma io – tra i due – preferisco dargli almeno l’1% di fiducia in più.

Con questa breve, ma fondamentale, introduzione, voglio segnalarvi un blog, nato due anni fa da alcuni ragazzi che hanno vissuto l’antimafia proprio nella base scout Volpe Astuta di Palermo, un luogo in cui son cresciuto, che gli ha regalato un’esperienza così devastante da spingerli a non dimenticarla e a renderla, al contrario, punto di partenza per un luogo digitale d’informazione.

Lo utilizzano per segnalare eventi sull’antimafia. Probabilmente non piacerà al nostro premier, ma io certi blog, oltre a sentirmi in dovere di segnalarveli, li tradurrei almeno in dodici lingue. Sono esempi dell’internet che vorrei.

Emanuele

Gravatar hovercard su questo blog.

Da alcune settimane ho attivato su questo blog le gravatar hovercard. In pratica, come vedete in figura, fermando il mouse sull’icona di ogni commentatore apparirà una piccola finestrella con la descrizione dello stesso.

Gravatar Hovercard - Emanuele

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Emanuele

Shake up the happiness! =)

Trrrrrrrrrrrrrrrrattenetemi!!! :joy:

Oggi pienone di belle notizie tanto che mi dispiace non poterle dividere in gioie e giorni diversi. Un entusiasmo per notizia, così come meriterebbero!

Vedo di andare con ordine ma so che per ora scrive più il cuore che il cervello e così le parole volano come vogliono loro.

In primis, mentre tornavo a casa dal lavoro, mi chiama un amico: Manu, hai passato i primi due esami di abilitazione!

E già lì, ti verrebbe voglia di lasciare la macchina coi fari accesi nel traffico e ballare con le prime tre persone infreddolite che incontri! Ne ero sicuro, dentro me ero certo dell’esito tanto che li avevo vissuti con molta tranquillità, ma oggi è arrivata la conferma! Adesso mi aspettano altre due prove e così, so già che l’8 Febbraio sarò nuovamente a Palermo! 🙂

Chiuso quest’argomento, andiamo al prossimo che – cavoli – sembra sminuire la prima notizia!

Non so come dirlo diversamente così vado al sodo: domani vado a Teramo!

In queste prime due settimane, in azienda, mi sono occupato di costruire un sistema di simulazione di segnali da dare in pasto ad un marchingegno industriale (una stampante a rullo a sei canali) che dovrà registrare i dati di temperature, pressioni, voltaggi di una macchina dedita alla preparazione di un medicinale in bottiglia (il committente è una grande azienda farmaceutica).

Per questo motivo – in questi giorni – tornavo già felice a casa perché dopo anni di giochi all’università finalmente dovevo occuparmi di un sistema reale, di un problema concreto, di un progetto stimolante, ma adesso è arrivato anche il tempo per un primo collaudo col cliente!

Oggi ci siam divertiti (in azienda) a testare quella stampante a sei canali giocando coi voltaggi ed i segnali in ingresso che generava il mio programma; domani mattina però parto col boss per un primo incontro perché sarò io – in quella grande-azienda-farmaceutica – a spiegare come impostare il sistema, come avviarlo, come dargli in pasto i dati e come assicurarsi che vada avanti per mesi senza problemi… 😎

Ovviamente visto che non arrivo a tornare in giornata, domani notte dormo a Teramo in albergo (paga l’azienda!) e rientro a Milano giovedì. :joy:

Non vedo l’ora d’essere là… e speriamo non sorgano complicazioni!

(adesso corro a cena e nanna che domani la sveglia suona alle 6 e devo capire come prender sonno…). 🙄

Emanuele

PS: l’ho descritto per filo e per segno perché il primo progetto merita d’esser ricordato a vita… 🙂

Castello Sforzesco – Festival della luce 2010.

Domenica scorsa sono andato a vedere l’animazione del Castello Sforzesco di Milano. Scopro solo adesso che l’illuminazione “Tributo a Mike” che avevo fotografato, insieme a quella del video qui sotto, fa parte del festival internazionale della luce LED Festival 2010, in cui sono raccolti un insieme di progetti “luminosi” portati avanti da studenti e professionisti designer (con un occhio al risparmio ambientale, la sostenibilità energetica, la creatività e l’innovazione).

Il video (registrato con l’iPhone) non rende giustizia alla magia di quei dieci minuti… le enormi mura del castello che si accendono in quel modo, con la musica di sottofondo, davanti agli occhi dei passanti fanno credere realmente che le favole siano vere, che le principesse da salvare siano nascoste in qualche stanza e che, a cavallo, possa arrivare un giorno un principe per salvarle.

Emanuele

PS: mi ripropongo (tempo permettendo) di andare a vedere le altre opere sparse per Milano… 🙂

Ma davvero volete sapere tutto tutto tutto?

Io sono un ingegnere informatico ma tutta questa tecnologia mi mette tristezza.

In questi giorni Google ha lanciato Latitude, un nuovo servizio sociale per localizzare i tuoi amici. Nulla di nuovo sotto il sole, esiste già da tempo Foursquare e anche Facebook ha il suo Places. Nulla di complicato da implementare inoltre. Sfrutti i GPS dei dispositivi, popoli una base di dati e poi estrai le informazioni con un’interfaccia più o meno complessa. Il problema di questi servizi pero è uno: mancano di magia.

Mi spiego. Immaginate che io prenda il mio iPhone dalla tasca, apra questa fantomatica applicazione e possa vedere al volo, su una mappa, dove si trova un mio amico. Io sono per strada, lui pure. Lo incontro.

Ecco. È morta la magia. Non è più possibile incontrarlo per caso, sorprenderlo dietro l’angolo, chiedersi come mai sia lì improvvisamente. Arriverò all’incontro già preparato o – al contrario – uccidendo il fato, potrò decidere di non vederlo. Se lui gira a destra io vado a sinistra ancora prima che esista il rischio di scambiarci lo sguardo.

Vedete, io non l’ho con Facebook. Io non sopporto tutto questo surplus di informazioni che rende la vita sempre più meccanica, sempre più gestita, organizzata, pianificata. Perché devo sapere sempre tutto di tutti! Io voglio incontrarti per caso!

Non mi iscriverò mai a FaceBook, non finirò mai su Latitude. Non dirò dove sono né voglio togliermi il piacere, genuino, di scoprire che Pippo e Clarabella escono insieme incontrandoli per strada piuttosto che vedendo i loro avatar passeggiare insieme sul freddo display del mio cellulare.

Sono il solo a conservare ancora questo antico ed invisibile piacere?

Emanuele