Tra 24 ore.

Tra 24 ore la mia vita cambia ancora. 12 giorni fa tornavo a Palermo, da solo. Iniziavo ad affrontare un mese indimenticabile.

Domani mi raggiungerà la famiglia. Saranno giorni intensi, veloci, felici. Non ho mai modo di annoiarmi e devo continuamente ringraziare Dio perché giorno dopo giorno arrivano valigie e cambiamenti nella mia quotidianità. Non ho modo di abituarmi ad un ritmo che ne subentra un altro come una valanga prepotente. Questo, devo ammettere, mi rende vivo – in uno stato di perenne agitazione – consentendomi di vivere tutto con continuo e rinnovato entusiasmo.

Intanto ho poco meno di 24 ore per finire di sistemare casa, dare un’ultima passata di aspirapolvere e straccio ovunque, preparare i letti con le lenzuola pulite e riordinare quel poco che ho lasciato in giro. La casa poi si riscalderà, tornerà a vivere, le luci saranno accese e sarà – sicuramente – un piacere sentire il pianoforte tornare a suonare.

Emanuele

Siate portatori di cambiamento!

Io credo che – nella vita – il cambiamento non sia una rivoluzione che un bel giorno mentre dormi, ti sveglia, tu alzi la serranda e vedi un corteo di migliaia di uomini sfilare, coi cartelli in mano, direzionati verso non sai dove.

Il cambiamento è una rivoluzione sottile, invisibile, silenziosissima. L’unica arma necessaria, tra l’altro l’abbiamo già e bisogna solo credere di poterla mettere in atto: la nostra testimonianza.

A Maggio, quando mi trasferii la prima volta a Milano, trovai la mia famiglia che, insediata da quelle parti da circa un anno, aveva preso l’abitudine di bere acqua in bottiglia. A me questa cosa non andava a genio così mi informai, chiesi sul blog ma anche ad amici milanesi finché non seppi rispondere in maniera convincente (soprattutto a mia madre che con la salute-che-passa-dall’igiene è più fissata). Fatto sta che adesso bevono tutti acqua dal rubinetto e sono scomparse le preoccupazioni, i dubbi e le perplessità che in quei giorni circolavano a pranzo e cena. E’ stata una piccola-grande soddisfazione quella. Ero lì da pochi giorni ma seppi dire la mia su qualcosa che non accettavo e condividevo. Quell’occasione mi ha fatto riflettere tanto su quanto, certe volte, basta davvero poco per rimescolare delle carte che non possiamo tenere in mano. 🙂

Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo! (questa stupenda frase di Gandhi mi torna sempre in mente).

Emanuele

PS: ah, se volete informarvi meglio sull’acqua e perché sia giustissimo bere quella del rubinetto, andate a leggere questo recentissimo post di Ecoalfabeta!

Continua a girare…

Trottola del film Inception

Ieri sera, complice anche il raffreddore, ho preferito non uscire e rimanere a casa. Ho visto Inception con una coperta di pile per riscaldarmi e una tazza di ciobar tra le gambe.

Nonostante i fazzolettini sempre pronti però, stavo bene, perché – specialmente a fine film – riflettevo che questo è un periodo della mia vita veramente felice. Tra pochi giorni mi laureo, ho già una proposta di lavoro, ho imparato a cavalcare il monociclo, tra un mese cambio città e vita. Cos’altro devo desiderare?

Non svegliatemi… (o lasciatemi perso in questo sogno!).

Emanuele

Se vi chiedete di chi son figlio.

Emanuele, i poli dialettici della vita sono il bene e il male e l’apparire e l’essere.

Mia madre, in risposta ai miei racconti, cercando di rassicurarmi che c’è modo e modo di vivere la vita.

Frasi che aprono dialoghi infiniti.

Emanuele

PS: è lei che m’ha insegnato il piacere di conoscere la radice delle parole. 🙂

Il sistema universitario è fatto di manuali vuoti.

Qualche giorno fa è venuto a casa mia un collega. Vediamo la tua tesi, vediamo la mia. Ah… la presentazione è così, wow, perfetta, benissimo così. Tante belle cose simili. Questo collega – sotto mio consiglio – qualche tempo fa ha acquistato un Mac.

« Ah, ti ho appena mandato una e-mail con un link, aprila e scarica quel software… ». Lui parte per aprire Safari (il browser) e io (ingenuamente) « Non hai configurato ancora Mail? ».

Alt. Ferma. Pausa. La sua risposta adesso doveva essere: « No, non ho avuto tempo ». L’avrei accettata, quasi quanto « Non so cosa sia Mail ». Invece il non so cosa sia Mail s’è trasformato in una richiesta di spiegazioni su cosa fosse un client di posta. « Ah, wow, quindi potrò vedere la mia posta senza andare più sul sito? ».

Si caro mio. Si mio-caro-tra-qualche-giorno-siamo-ingegneri. Nel mentre però – a me – nascevano tic da tutti i lati ma lui non era soddisfatto. Glielo configuro, scarica la posta, finisce le sue faccende e conclude: « E adesso come faccio il logout? ».

Ok, detto ciò (ma era la vana speranza a non farmelo ammettere prima) avevo tutto chiaro. Non hai mai visto un client di posta. E se io ti parlo di connessione IMAP che facciamo allora? E se ti dico protocollo POP3? Server SMTP? Tutte belle parole? Hai pure fatto un corso CISCO tu! Un corso CISCO!

Avevo i brividi perché certe cose sono la base. Sono gli albori dell’informatica. Sono i primi studi, sono i primi tentativi di creare l’internet come il mondo la conosce oggi. Sono cose necessarie come un server FTP, uno DNS o un filo di rame. Anzi – i brividi – li ho ancora ripensando a quel momento. Perché, cavoli, l’università, sulla carta, ti ha formato. E tu dopo anni non sai ancora cosa sia un client di posta. Hai giocato al pc?!

Non l’ho con te mio caro amico (se mai dovessi leggermi). L’ho solo ed esclusivamente con la mia università. Anzi, con l’università che sento davvero poco mia. Perché certe cose le penso da tempo, ma forse solo adesso che ho finito posso togliermi qualche sassolino dalla scarpa.

Non può esistere un ingegnere informatico che non sappia cosa sia un client di posta. Non lo ammetto neanche da un ignorante (per carità, avrà fatto altro nella vita) che crede di conoscere il piccì esclusivamente perché ha preso la patente ECDL.

Sono disgustato da questo modo di educare, di istruire, di formare. Perché l’università ti ha insegnato tante cose belle che forse non hai assimilato. E quando mi chiedi « Non capita anche a te di imparare a fare certe cose e poi di dimenticarle? » mentre non riesci a risolvere un problema al computer mi rendo totalmente conto di quale sia il problema. Hai nozioni. NOZIONI. Hai letto un manuale, due manuali, dieci manuali. Ma non c’hai messo la testa… e l’università non ha saputo mai e poi mai valutare la tua testa ma – semplicemente – la tua memoria. E’ un sistema che non funziona.

Io lo so che ti sei impegnato. Ti sei rotto il culo e lo credo davvero. Lo ripeto: non l’ho con te. Però perdonami se ti ho preso come esempio e permettimi d’essere nuovamente infastidito perché così come il client di posta esisteranno miliardi di altre cose che per te saranno « ah, wow…! ». Che figura farai un bel giorno davanti al tuo datore di lavoro?

Ben vengano allora tutti quelli che si son fermati al diploma e si son buttati in pasto alle aziende. Non volevo crederci. Volevo credere che l’università facesse la differenza ma, in giro, vedo fin troppo spesso persone che cercano solo un pezzo di carta. Poco importa l’argomento. Nessuno parla più di esser portati, nessuno ti descrive la passione che ha fatto avanzare questo mondo. Nessuno mette l’anima. Gli studenti e i professori. Sono pochi quelli che salverei, da entrambi i lati. Qualcuno lo conosco, è vero. Ho colleghi cui farei un inchino ogni volta che incontro. Però c’è troppa gente educata diversamente.

Mia sorella, quando le ho raccontato questo piccolo aneddoto di vita quotidiana mi ha risposto di botto: « ma l’hanno chiuso nella casa del grande fratello? ». Ed ha ragione. Ha assolutamente ragione!

Io ho tanto da imparare. In azienda, nei mesi di tirocinio, mi sono accorto che il mondo del lavoro è totalmente diverso dall’ambiente universitario, ma di una cosa posso esser certo. Ho passione, ho voglia di imparare, giocare, smanettare, passare le ore dietro queste cose. L’ho avuta fin da piccolo ed è come per un pittore la necessità, che sente dentro e si sfoga nelle sue mani, di riempire una tela. Né più né meno. Non siamo nerd. Siamo pittori. Ecco.

Ho l’animo da ingegnere e lo dico con orgoglio. Ho quell’animo e non mi riferisco ai software di un computer che so gestire. A me incuriosisce come funziona un estintore, una lavastoviglie, o una penna a molla. Da piccolo, dall’oculista, mia madre mi rimproverò aspramente perché mi ritrovò a smontare un macchinario da visita dall’oculista.  Grazie a Dio ho avuto la fortuna anche di mettermi a ripararle – le lavastoviglie – insieme a lavatrici, impianti idraulici ed elettrici. Mi piace capire quali regole descrivano ogni cosa ed è anche per questo che – spiego spesso ad alcuni amici – amo seguire la Formula 1. Una macchina che corre innanzitutto sfida le leggi della fisica e poi è un concentrato di tecnologie e studi. L’aerodinamica, il teorema di Bernoulli, l’effetto Venturi. Sono tutti lì, sotto gli occhi di coloro che sanno apprezzarli. Sono un ingegnere perché quando sono in volo mi metto a riflettere sull’aereo che non è nel vuoto ma avvolto da un gas che lo sorregge. Sei tu ad essere ingegnere, non l’università a renderti tale. E’ solo quando ci si accorge di questa bella differenza che tutto acquista colori diversi. Ingegnere è una descrizione, una parola che deriva da ingegno, non una nomina! Le nomine servono a chi non ha certe qualità e vuol supplire alla loro assenza. « Ti nomino cavaliere… »: un cavaliere è cavaliere nella vita tanto quanto una persona educata lo è senza necessità di nomine.

Mi auguro che anche tu possa scoprire quella spinta interiore e che un giorno, possa scrivere sfoghi come questi. Quel giorno – se ti va – mandami una e-mail…

Emanuele

Memoria olfattiva.

Ma capita anche a voi di tornare indietro nel tempo sentendo degli odori?

L’altra sera mentre ero a letto ne ho sentito uno che mi ha riportato in mente una ragazza con cui ballai – ad una festa di compleanno – svariati lenti (…) alla tenera età di 14 anni. Incredibile anche perché neanche ricordo più il nome di quella ragazza… iniziava con la G. Gloria? Gaia? Mmm… forse Giada. Si, Giada. Chissà che fine abbia fatto.

Però non è solo questo. Io so ancora tornare a Londra sentendo un odore mentre salgo per le scale oppure quando qualche tempo fa ho cambiato marca di deodorante m’è tornata viva in mente una ragazza che – a questo punto – ho capito che deodorante usava.

E’ memoria olfattiva probabilmente. A me tornano in mente situazioni, persone, cose… basta un odore e scatta un flash visivo incredibile.

Ricordo che a 15 anni mi affacciavo dalla finestra della casa in cui ero ospite a Londra per “catturare gli odori” perché ero convinto che fossero importanti da ricordare al pari delle foto. Ancora oggi so ricordare l’odore che si sentiva…

E’ una cosa bellissima perché non dipende da ciò che sto facendo, dall’umore o da cosa mi dicono.

E’ un ricordo invisibile nell’aria. 🙂

Emanuele