Qualche giorno fa è venuto a casa mia un collega. Vediamo la tua tesi, vediamo la mia. Ah… la presentazione è così, wow, perfetta, benissimo così. Tante belle cose simili. Questo collega – sotto mio consiglio – qualche tempo fa ha acquistato un Mac.
« Ah, ti ho appena mandato una e-mail con un link, aprila e scarica quel software… ». Lui parte per aprire Safari (il browser) e io (ingenuamente) « Non hai configurato ancora Mail? ».
Alt. Ferma. Pausa. La sua risposta adesso doveva essere: « No, non ho avuto tempo ». L’avrei accettata, quasi quanto « Non so cosa sia Mail ». Invece il non so cosa sia Mail s’è trasformato in una richiesta di spiegazioni su cosa fosse un client di posta. « Ah, wow, quindi potrò vedere la mia posta senza andare più sul sito? ».
Si caro mio. Si mio-caro-tra-qualche-giorno-siamo-ingegneri. Nel mentre però – a me – nascevano tic da tutti i lati ma lui non era soddisfatto. Glielo configuro, scarica la posta, finisce le sue faccende e conclude: « E adesso come faccio il logout? ».
Ok, detto ciò (ma era la vana speranza a non farmelo ammettere prima) avevo tutto chiaro. Non hai mai visto un client di posta. E se io ti parlo di connessione IMAP che facciamo allora? E se ti dico protocollo POP3? Server SMTP? Tutte belle parole? Hai pure fatto un corso CISCO tu! Un corso CISCO!
Avevo i brividi perché certe cose sono la base. Sono gli albori dell’informatica. Sono i primi studi, sono i primi tentativi di creare l’internet come il mondo la conosce oggi. Sono cose necessarie come un server FTP, uno DNS o un filo di rame. Anzi – i brividi – li ho ancora ripensando a quel momento. Perché, cavoli, l’università, sulla carta, ti ha formato. E tu dopo anni non sai ancora cosa sia un client di posta. Hai giocato al pc?!
Non l’ho con te mio caro amico (se mai dovessi leggermi). L’ho solo ed esclusivamente con la mia università. Anzi, con l’università che sento davvero poco mia. Perché certe cose le penso da tempo, ma forse solo adesso che ho finito posso togliermi qualche sassolino dalla scarpa.
Non può esistere un ingegnere informatico che non sappia cosa sia un client di posta. Non lo ammetto neanche da un ignorante (per carità, avrà fatto altro nella vita) che crede di conoscere il piccì esclusivamente perché ha preso la patente ECDL.
Sono disgustato da questo modo di educare, di istruire, di formare. Perché l’università ti ha insegnato tante cose belle che forse non hai assimilato. E quando mi chiedi « Non capita anche a te di imparare a fare certe cose e poi di dimenticarle? » mentre non riesci a risolvere un problema al computer mi rendo totalmente conto di quale sia il problema. Hai nozioni. NOZIONI. Hai letto un manuale, due manuali, dieci manuali. Ma non c’hai messo la testa… e l’università non ha saputo mai e poi mai valutare la tua testa ma – semplicemente – la tua memoria. E’ un sistema che non funziona.
Io lo so che ti sei impegnato. Ti sei rotto il culo e lo credo davvero. Lo ripeto: non l’ho con te. Però perdonami se ti ho preso come esempio e permettimi d’essere nuovamente infastidito perché così come il client di posta esisteranno miliardi di altre cose che per te saranno « ah, wow…! ». Che figura farai un bel giorno davanti al tuo datore di lavoro?
Ben vengano allora tutti quelli che si son fermati al diploma e si son buttati in pasto alle aziende. Non volevo crederci. Volevo credere che l’università facesse la differenza ma, in giro, vedo fin troppo spesso persone che cercano solo un pezzo di carta. Poco importa l’argomento. Nessuno parla più di esser portati, nessuno ti descrive la passione che ha fatto avanzare questo mondo. Nessuno mette l’anima. Gli studenti e i professori. Sono pochi quelli che salverei, da entrambi i lati. Qualcuno lo conosco, è vero. Ho colleghi cui farei un inchino ogni volta che incontro. Però c’è troppa gente educata diversamente.
Mia sorella, quando le ho raccontato questo piccolo aneddoto di vita quotidiana mi ha risposto di botto: « ma l’hanno chiuso nella casa del grande fratello? ». Ed ha ragione. Ha assolutamente ragione!
Io ho tanto da imparare. In azienda, nei mesi di tirocinio, mi sono accorto che il mondo del lavoro è totalmente diverso dall’ambiente universitario, ma di una cosa posso esser certo. Ho passione, ho voglia di imparare, giocare, smanettare, passare le ore dietro queste cose. L’ho avuta fin da piccolo ed è come per un pittore la necessità, che sente dentro e si sfoga nelle sue mani, di riempire una tela. Né più né meno. Non siamo nerd. Siamo pittori. Ecco.
Ho l’animo da ingegnere e lo dico con orgoglio. Ho quell’animo e non mi riferisco ai software di un computer che so gestire. A me incuriosisce come funziona un estintore, una lavastoviglie, o una penna a molla. Da piccolo, dall’oculista, mia madre mi rimproverò aspramente perché mi ritrovò a smontare un macchinario da visita dall’oculista. Grazie a Dio ho avuto la fortuna anche di mettermi a ripararle – le lavastoviglie – insieme a lavatrici, impianti idraulici ed elettrici. Mi piace capire quali regole descrivano ogni cosa ed è anche per questo che – spiego spesso ad alcuni amici – amo seguire la Formula 1. Una macchina che corre innanzitutto sfida le leggi della fisica e poi è un concentrato di tecnologie e studi. L’aerodinamica, il teorema di Bernoulli, l’effetto Venturi. Sono tutti lì, sotto gli occhi di coloro che sanno apprezzarli. Sono un ingegnere perché quando sono in volo mi metto a riflettere sull’aereo che non è nel vuoto ma avvolto da un gas che lo sorregge. Sei tu ad essere ingegnere, non l’università a renderti tale. E’ solo quando ci si accorge di questa bella differenza che tutto acquista colori diversi. Ingegnere è una descrizione, una parola che deriva da ingegno, non una nomina! Le nomine servono a chi non ha certe qualità e vuol supplire alla loro assenza. « Ti nomino cavaliere… »: un cavaliere è cavaliere nella vita tanto quanto una persona educata lo è senza necessità di nomine.
Mi auguro che anche tu possa scoprire quella spinta interiore e che un giorno, possa scrivere sfoghi come questi. Quel giorno – se ti va – mandami una e-mail…
Emanuele