Perfezione.

Per quanti fogli potesse riempire, Tom non trovava mai quello perfetto. Li leggeva e rileggeva sempre con grande attenzione, smussava le virgole, intonava gli accenti, verificava i tempi, controllava e rivedeva ogni parola ma nessuno di quei racconti riusciva mai a soddisfarlo pienamente. Ogni pagina sembrava, puntualmente, perdere d’equilibrio da qualche parte. C’era quella che partiva veloce e rallentava dopo alcune righe, quella che stentava a decollare e che poi, come un arco di parabola con un fuoco altissimo, saliva ripida in maniera vertiginosa così che la linea perdeva di coerenza con quanto scritto prima, come se il colore nero potesse mai essere d’antifona per un giallo pieno e acceso. C’era quella che, infine, non sembrava mai acquisire alcun tono, nonostante l’indiscutibile quantità d’inchiostro riversata su quelle righe.
Il più delle volte, però, era l’armonia delle parole a non convincerlo totalmente. Perché casa, chiesa, curva, chiasso erano tutte parole che in bocca gli si impasticciavano terribilmente o c’erano quelle lunghe, troppo lunghe per esser dette con la giusta quantità di fiato, che proprio non riusciva a sopportare. Un giorno fissò la parola metamorfosi per svariate ore prima di riuscire ad accettarla nella sua opera. Era un lavoro certosino il suo, un lavoro che – di tanto in tanto – non capiva neanche perché si ritrovasse a fare. << Tanto non lo leggerà nessuno, tanto non importa a nessuno del mio lavoro >> ripeteva sottovoce quando lo sconforto aveva la meglio sulla sua passione. Eppure era li, davanti quello scrittoio che aveva ormai impressi sul legno i segni di una vita passata a spalmare su carta parola su parola, sillaba su sillaba.

<< Non scriverò mai la pagina perfetta >>. Iniziò così l’ultimo suo tentativo. Voleva essere un racconto breve questa volta. Voleva che i rischi di un equilibrio precario fossero minimi, voleva che le parole – selezionatissime – funzionassero tutte a dovere e che ogni singola lettera fosse capace di dar senso al resto del testo in maniera inequivocabile. Aveva in mente gli haiku giapponesi del diciassettesimo secolo. Ne aveva letti a migliaia nella sua vita. Quelle brevissime poesie composte da 31 sillabe erano fonte d’ispirazione. Inizio e fine. Yin e yang del suo lavoro.

La mano, tremante, quella sera, aveva quasi paura d’avanzare. Sapeva che il minimo errore avrebbe vanificato il lavoro delle ore precedenti; non tanto per la correzione dell’inchiostro che avrebbe marchiato inesorabilmente il foglio, quanto perché, nella sua mente era certo che il modo migliore per assicurarsi che tutto funzionasse a dovere era quello di non arrancare mai.

Quello, aveva deciso, sarebbe stato l’ultimo tentativo prima di rassegnarsi, una volta per tutte, all’idea di essere un poeta mediocre, uno di quelli che sui libri di filosofia vi finisce solamente come paragrafo secondario nella sezione “autori minori”. Sentiva di star stretto lì, la sua vita era stata più importante di quella sezione.

Così, tra un pensiero e un tremolio delle dita, le lettere iniziarono a scorrere sul foglio, finché, dopo poco non raggiunse il punto. Era la prima volta che si interrompeva di scrivere così velocemente, e mentre con la mano sinistra teneva lo spigolo del foglio, lesse nuovamente, con stupore, ciò che in quell’attimo era balzato fuori.

Poche semplici parole che gli fecero brillare gli occhi. Incredulo le fissava senza distogliere lo sguardo.

Qualcosa di grande era accaduto. L’equilibrio era rotto ma lui riusciva a sorriderne.

Emanuele

Tempi moderni #2.

Il mio collega ieri mi ha presentato la sua ragazza. In videochiamata. Su Skype. Faceva ciao con la manina e io, ovviamente più scemo di lei, ripetevo a specchio.

Quant’era bello quando le persone le incontravi per strada e sentivi “ah, lei è blablabla, finalmente posso presentartela!”.

Si lo so che si trova a Barcellona per ora e tutto ciò sarebbe stato abbastanza difficile, però buh, il gusto di una conoscenza così cambia totalmente.

Quando l’ho sentita parlare a scatti non ho potuto non domandare se fosse balbuziente o meno. 😐

Emanuele

L’incontro.

Non era più questione di quando e neanche questione di come. Lei l’aveva aspettato e sempre l’avrebbe fatto. Sapeva che un giorno, uno qualunque, si sarebbero incontrati e mai più lasciati. Il trucco, diceva lei, sta sempre nella fermezza del pensiero. Un concetto, quando vacilla, è già caduto, perso, destinato all’oblio. Era tutta questione di particolari che avrebbero catalizzato per un istante l’universo intero. La precisione del gesso che lascia un solco su una lavagna nera e ben pulita, la decisione di una voce che convince, l’irremovibilità di uno sguardo che ipnotizza. Tanti erano gli elementi che avrebbe descritto e, di giorno in giorno, sembrava poterne inserire di nuovi. Come se quella lista destinata un giorno ad esser condivisa, non sarebbe stata completa se non pochi istanti prima, quando le due realtà sarebbero coincise, quando il sogno, il tempo e lo spazio si sarebbero uniti per descrivere un infinitesimo di ciò che significa, per un uomo avveduto, la libertà. Qualcosa che solo l’incessante trascorrere delle ore poteva far comprendere. L’enormità dello scorrer della vita paragonato all’infinitamente piccolo: la sensazione di un odore. L’odore. Ecco cosa portava dentro. Ecco cosa la spingeva a dar vita alla lista, a custodirla gelosamente e – contemporaneamente – a darne assaggio a chi aveva intorno. L’odore di qualcosa che non conosceva neanche ma che sapeva con assoluta certezza di dover mostrare. Di aver posseduto, forse in un tempo, in un’altra vita o – addirittura – in un futuro non ancora vissuto. Era tutto ciò che aveva, che era e che gli avrebbe donato prima o poi, se solo lui…

Emanuele

3003.

Giusto per segnalare che, da queste parti, si è raggiunta quota 3003 post cavolate. Non ho festeggiato per il 3000-esimo post perché mi piace giocare coi numeri (ne ho un paio che rivedo sempre nella mia vita) e 3003 è un numero palindromo, non un insulso tremila-qualsiasi. 🙂

Senza contare questo post, ho usato la bellezza di cinquemilioniduecentosessantottomilaottocentodue caratteri suddivisi in appena 810.194 parole: un vero test di resistenza per le tastiere usate.

Voi intanto mi avete fatto un regalo bellissimo con i vostri 15.110 commenti sparsi qua e la. Per quanto mi sforzi a scrivere… i veri scrittori siete voi. 😉

Emanuele

PS: le stastistiche in real-time le trovi in fondo al blog, cliccando sull’ideogramma giapponese che scommetto neanche sapete cosa significhi! 🙄

Non mi fai mancare nulla.

Sapete, io sono più che convinto che anche le cose più strane che ci accadono nella vita abbiano un senso che magari salta fuori dopo tempo. Inoltre, alla stregua di un codice antichissimo per un archeologo, più incomprensibili sono ai nostri occhi, maggiore sarà il tempo necessario per dar loro un significato.

In questi giorni, ad esempio, ho dato un senso ancor più netto all’acquisto della Panda a metano. Era stata una fortuna “in più” tra tante altre ma ancora non riuscivo a trovarne la ragione.

Considerate che quando si decise di rottamare la Cinquecento (che, in effetti, aveva 11 anni) io non ero totalmente convinto: è vero, era incidentata (ma mi rimborsarono), c’erano gli incentivi anti-inquinamento ma in famiglia c’erano tante spese e non ero certo che fosse la scelta migliore in quel momento anche perché sapevo già che l’avrei usata solo io.

Adesso invece ne ho apprezzato in maniera più chiara la fortuna di averla. A Maggio ho percorso quasi ogni giorno circa 70km, di cui buona parte tra autostrada-tangenziale, così viaggiare su un’auto con ABS, EBD e comunque tutti i comfort del caso ha fatto la sua differenza (oltre al risparmio dovuto proprio a quella scelta stranissima in quel momento di un’auto a metano). Nella Cinquecento la radio era a cassette e non si sentiva più bene… già solo solo questo vale l’auto intera: fare tanta strada, da soli, senza poter ascoltare musica sarebbe stato ancora più pesante.

Mi piace dare un senso alle cose che ho o che vivo. Ancora devo trovare il senso di tante e tante cose, ma non ho fretta: so affidarmi a Chi queste fortune o “sfortune” le architetta per me. 🙂

Emanuele

PS: la parola sfortuna è tra virgolette perché non credo tanto nella sfortuna… o meglio, esistono le giornate sfortunate ma se si impara a dare un senso anche a quelle, diventano ricchezza e dunque fortuna anch’esse, no? 🙂

L’iPad è in Italia.

Oggi, dopo pranzo, giretto all’Apple Store. La fila fuori, fortunatamente, era terminata ma i Genius della Apple erano tutti indaffarati a dar consigli, mostrare funzionalità, esporre video esemplificativi.

Il blog di Emanuele su iPad - header

Io ho preso un iPad e ho giocato un po’. E’ un bel giocattolo utile quando si è a casa e si vogliono comodamente recepire informazioni (video, news, blog, mappe, foto…), molto meno utile quando si vogliono inserire informazioni (scrivere, creare documenti, mandare e-mail corpose…). La tastiera è reattiva e sicuramente con un po’ di esercizio in più avrei scritto ancor più agevolmente però, secondo me, continua a rimanere distante dalla comodità di una tastiera fisica.

Per 500€ (prezzo base), avete tutto questo tempo libero per star sul divano e sfogliare un po’ di contenuti digitali?

Se la risposta è si, l’oggetto è ottimo, altrimenti valutate l’acquisto: non è comodissimo da portare in giro e sicuramente non sostituisce l’iPhone o qualsiasi altro smartphone in mobilità. E’ un bel gadget da sfruttare a casa piuttosto.

Caratterialmente io amo inserire informazioni (vedi questo blog che tra pochi giorni raggiungerà quota 3000 post…) e navigare semplicemente mi sta stretto. E’ indubbio che però non tutti vivano il web come me e questo strumento per tutti loro può essere una valida alternativa da non sottovalutare…

Emanuele