E se il 2200 fosse così?

In alcuni luoghi del mondo la vita è sempre stata difficile. L’ultimo secolo però ha trasformato quelle aree in luoghi estremi dove la vita (r)esiste grazie alla tecnologia. Nonostante tutto però, per alcuni versi – e per assurdo – la vita sembra rappresentare il nostro mondo tra qualche secolo.

Vista di Manama dal pub di un hotel, manca solo qualche auto volante...

Sono stato in Bahrein per alcuni giorni. Ho sperimentato un caldo umido impressionante. Nulla di paragonabile a quello provato in una delle tante estati siciliane o a quello vissuto in Africa. Vivere con 46°C alle 9:30 del mattino era… soffocante. Proprio per questo però, da quelle parti, la vita si consuma in gigantesche bolle. Immagino che un giorno la vita su Marte o sulla luna non sarà tanto diversa da quella vista la settimana scorsa.

Ho guidato per le strade della capitale, Manama, dove il 99% delle persone viaggiava in auto chiuse e climatizzate mentre era rarissimo incrociare una moto nonostante non piova praticamente mai.

Nessuno vuol affrontare quel caldo e le varie persone con cui ho parlato mi raccontavano che fino ad un paio di settimane prima del mio arrivo le giornate fossero molto più estreme.

Abbandonate le auto, la vita si consuma prevalentemente in grandissimi centri commerciali (il “The Avenues” ad esempio è lungo 1,5km) al cui interno si può trovare letteralmente tutto (persino una pista di pattinaggio sul ghiaccio).

Molto tristemente, la globalizzazione e il senso di ammirazione che tanti popoli hanno dell’Occidente, fa sì che gran parte delle vetrine siano in realtà l’ennesimo punto vendita dei marchi mondiali occidentali. Così, a meno di non andare a visitare un souq (i bazaar locali), passeggiare nei centri commerciali è letteralmente come fare un giro in centro a Milano.

Ho alloggiato in una camera al ventisettesimo piano di un hotel a cinque stelle dove il premurosissimo personale era attento a metterti il tovagliolo sulle gambe, portarti la valigia in camera o portare e recuperare l’auto dal parcheggio. Da quel grattacielo, quando tramite un comodo pulsante aprivo le tende e facevo sparire la TV all’interno della scrivania, potevo ammirare un mondo che sembrava uscito da un film di fantascienza.

Ho dovuto percorrere alcuni chilometri fuori dalla “Diplomatic area” (l’area finanziaria piena di grattacieli dove solitamente finiscono gli occidentali) per riuscire a trovare un locale caratteristico ed assaggiare il Machboos, uno dei caratteristici piatti locali. [1]

I Souq, sporchi, confusionari, disordinati, pieni di fake-gadgets e di negozi improvvisati alla meno peggio, sono ormai ridotti ad un luogo di folklore dedicato ai turisti che vogliono rivivere lo spirito e la storia della città del secolo scorso. Il Bahrein Souq un tempo sul mare, è oggi ad alcuni chilometri dalla costa per via dell’incredibile riqualificazione delle aree voluto dai monarchi. Tonnellate di sabbia hanno cambiato la costa e allungato la terra.

Il Bahrein National Museum è un po’ lo specchio di questo mondo cresciuto velocemente dopo la scoperta del petrolio nel secolo scorso. Una parte del piccolo museo è dedicato ai pochi oggetti recuperati nell’area e provenienti da tutta la Mesopotamia, un’altra ai tumuli sepolcrali della cultura Dilmun (esistita intorno al 2000 B.C.). La storia recente è raccontata molto molto brevemente, come a ricordarci che senza la rivoluzione industriale, queste terre sarebbero rimaste isolate e scarsamente popolate.

Anche la Moschea Al-Fateh capace di ospitare cinquemila fedeli all’interno e altri duemila all’esterno – una delle più grandi al mondo – è stata costruita su un’area che cinquant’anni fa era mare. Un’opera faraonica, costata oltre venti milioni di euro e impreziosita con materiali pregiati recuperati da ogni angolo del pianeta.

Ho poca memoria dei suoni. Ovunque mi trovassi tutto era molto ovattato, tra moquette morbidissime e ambienti o auto dai vetri sigillati, i suoni sono forse il ricordo che meno ho impresso nella memoria. Ho passeggiato a due passi dal mare ma anch’esso, delimitato artificialmente e reso innocuo, trasmetteva meno di quel che saprebbe fare se lasciato libero.

Questo strano, elettrico, silenzio mi ha accompagnato fino sopra l’aero del ritorno. Il finger del bellissimo aeroporto era arredato anch’esso con della meravigliosa (e incredibilmente pulita) moquette beige chiaro. Solo l’arrivo a Malpensa (e il suo finger rivestito con plasticaccia ruvida e sporca) mi han riportato alla realtà di un’europa che da alcuni punti di vista vive di rendita dei fasti del passato.

Il saluto al duemiladuecento si è concluso con l’accesso alla “The Pearl lounge“, una delle più belle lounge al mondo. Ho visitato altre lounge in giro per il mondo in passato ma mai nessuna è stata bella come questa. Bastano 72$ per accedere ad un luogo che ti proietta mentalmente fuori dall’aeroporto.

Suddivisa in dieci sale arredate con cura, offre open bar e buffet con piatti da ogni angolo del pianeta, bagni con doccia e divani così comodi che iniziavo quasi a sperare che il mio volo potesse ritardare almeno per un po’.

Emanuele

[1] Il Machboos è un famoso piatto di riso che può essere cotto con pollo o carne. L’unicità di questo piatto deriva dall’uso del Bahrat (una speciale miscela di spezie) ed il Loomi (conosciuto in Italia come lime nero). Il Bharat crea un’esplosione di sapori infusi in bocca mentre il Loomi aiuta ad esaltare il gusto.

1 commento » Scrivi un commento

  1. Hai reso benissimo l’atmosfera del paese. Un titolo alternativo avrebbe potuto essere “Il potere dei soldi” o, più preciso, “Il potere del petrolio”. Non invidio i colonizzatori su Marte e neanche chi vive in Bahrein.

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