Il libro finito ieri mi ha un po’ spiazzato. Da un lato c’è Baricco, che ho amato all’inverosimile in Oceano Mare, dall’altro c’è questa storia che non mi ha convinto. Probabilmente proprio per via del confronto interno che non ho saputo abbandonare non sono riuscito a gustarne a pieno la genialità. Perché in effetti la trama non è una stupida storiella ma un intreccio armonioso e complicato di storia (vera! Come, ad esempio, l’elogio all’architetto francese Hector Horeau o il velato richiamo a Mendeleev) e di soggetti fantasiosi dalle vite spesso poco convenzionali.
“Castelli di rabbia” narra la vita di alcuni personaggi che ruotano intorno a Quinnipak, luogo forse reale, forse immaginario. Approfondendo un po’, sul web, le motivazioni che hanno spinto Baricco a scrivere questo libro, scopro che – in effetti – non è il suo libro più venduto ma, al contempo, rappresenta quello più aspro e meno “addolcito” o addomesticato per il pubblico. In effetti molti passi presentano una crudezza che non mi aspettavo di trovare e che mi sorprendeva ma che, contemporaneamente, non stona assolutamente.
La trama si dipana in decine di differenti micro-storie collegate tra loro. Dall’amore segreto, forse morto, ma legato eternamente, a quello adultero, nascosto ed indicibile di una donna col suo figliastro, dai racconti di guerra di un soldato superstite, alla geniale follia di un uomo che sentiva – nel mondo – le note invisibili: quelle nascoste tra due tasti consecutivi di un pianoforte.
Personalmente, nella mia testa, Baricco che scrive è identico ad un pianista contorto sul suo strumento che, attraverso gli spasmi del corpo, mostra il coinvolgimento con la musica che riesce a far uscire. I periodi, le pagine dei suoi libri sono giochi artificiosi, un po’ ancorati allo stile classico di un libro, un po’ spumeggianti, come certi capitoli, confezionati giocando tra grandi spazi, decine di puntini persi nel nulla, frasi gettate lì come suoni che arrivano lentamente da un grosso tubo che trasmette segnali da un angolo remoto del pianeta.
Dev’essere così, questa cosa dei figli, pensò Horeau: nascono con dentro quello che nei padri, la vita ha lasciato a metà. Se mai avrò un figlio, pensò Horeau tagliando meticolosamente una sottile fetta di carne in salsa di mirtilli, nascerà pazzo.
Tratto da “Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco
Baricco non è pazzo, ma si diverte a fare il compositore di parole (con risultati degni).
Emanuele


“I pesci non chiudono gli occhi” è la storia d’amore estiva dell’infanzia. E’ la tenerezza della scoperta della mano di quella bambina che, fino a qualche istante prima per te era solo un altro essere, qualcosa che non poteva scuoterti all’interno. E’ la strana sensazione che si prova nell’aver pronunciato, in piena inconsapevolezza, una frase che trasuda di romanticismo. E’ la scoperta della parola “amore” stessa: un termine che fino ad una certa età si fatica a comprendere: perché “i grandi” stanno male per essa? Perché farebbero di tutto per averne? Perché sembra così bella ma è intrisa di odio e vendetta? Domande innocenti di un bambino che non l’ha ancora scoperta.
Fossi Roberto Benigni, io direi “che ho voglia di fare l’amore con lei… ma non una volta sola, tante volte, ma a lei non lo dirò mai solo se diventassi scemo direi, direi che farei all’amore anche ora qui davanti casa per tutta la vita…” ma non sono Roberto e – soprattutto – mi riferisco ad un libro. Però è stata questa la sensazione: quando non lo leggevo mi mancava. Quando mi immergevo tra quelle pagine, la sua delicatezza, sembrava dovesse rompersi e finire troppo presto tra le mie mani. Maxence Fermine, fosse una donna, avrebbe me come stalker.
