Debug di uno script batch quando usato nel task scheduler.

Problema: ho creato un file batch che ogni tot ore svuota delle cartelle su un drive di rete mappato sotto Windows 2003 Server. Se mandato in run manualmente lo script esegue il compito in maniera egregia, se invece lo si avvia tramite task scheduler qualcosa fallisce.

Il log dello scheduler non è sufficiente a risolvere il mistero (il batch viene lanciato correttamente quindi il file è accessibile e l’utente di riferimento ha tutti i diritti per eseguirlo) ma l’azione non viene compiuta (le cartelle rimangono piene).

Come uscire dal problema?

Create un ulteriore file batch (debug.bat) da avviare tramite schedulazione e scrivete al suo interno queste istruzioni:

echo [%date% - %time%] Log start > C:\log.txt
CALL "C:\my_real_script.bat" >> C:\log.txt 2>&1

Sostituite my_real_script.bat con lo script che non vi funziona ed eseguite tramite schedulazione debug.bat

In log.txt avrete sia l’elenco delle azioni eseguite (lette in my_real_script.bat) che le eventuali risposte di errore da parte del sistema operativo. Il trucco sta in quel 2>&1 che redireziona l’output sul file.

E adesso, se volete sapere perché il mio script non andava, la risposta è semplice: Windows non ha accesso ai drive mappati quando esegue un’azione chiamata dallo scheduler (vi ricordo che lo script funziona benone se lanciato manualmente) e risponde con “The system cannot find the path specified.” in quanto il mapping dei drive viene effettuato solo per l’utente corrente.
Per risolvere il mio problema, nello script batch, ho dovuto usare la path UNC del tipo \\ip-address\folder_name.

Emanuele

L’apicoltore di Maxence Fermine, un capolavoro senza tempo.

Copertina de "L'apicoltore" di Maxence FermineFossi Roberto Benigni, io direi “che ho voglia di fare l’amore con lei… ma non una volta sola, tante volte, ma a lei non lo dirò mai solo se diventassi scemo direi, direi che farei all’amore anche ora qui davanti casa per tutta la vita…” ma non sono Roberto e – soprattutto – mi riferisco ad un libro. Però è stata questa la sensazione: quando non lo leggevo mi mancava. Quando mi immergevo tra quelle pagine, la sua delicatezza, sembrava dovesse rompersi e finire troppo presto tra le mie mani. Maxence Fermine, fosse una donna, avrebbe me come stalker.

L’apicoltore era una perla, un dolce che aspettavo di gustare nei mesi in cui andavo avanti con Dostoevskji… come un’amata che sai che non ti sfuggirà perché il destino l’ha assegnata a te.

Il libro era già garanzia di successo. Mi ero innamorato di Neve, un capolavoro bellissimo che porto nel cuore (e nascosto nel footer di questo blog…) e la descrizione de L’apicoltore non lasciava spazio alle alternative: sarei caduto – tra quelle pagine – come una pera cotta.

Il giovane Aurélien Rochefer, vive in un paesino del sud della Francia alla fine dell’Ottocento, vuole realizzare il suo sogno, fare l’apicoltore. Gli alveari che costruisce vengono incendiati da un fulmine, mentre una misteriosa femmina nera che gli appare in sogno lo invita a raggiungerlo. Aurélien si imbarca per l’Africa, dove passerà di avventura in avventura, tra re ricchi e avidi, mercanti spietati e una Regina delle Api che gli farà un magico dono. Solo al ritorno a casa, egli troverà la forza di dedicarsi a una ciclopica impresa e saprà scoprire dentro di sé un puro amore per l’unica donna che lo ha sempre aspettato.

Descrizione de “L’Apicoltore” di Maxence Fermine

C’è l’Africa. C’è l’oro – il miele – giallo, che mi ricorda il mio giallo interiore di qualche tempo fa. C’è una donna che sai che non scappa, dolce e silente. C’è la ricerca, la necessità di esplorare… ok, non sto facendo una recensione. Sto letteralmente vaneggiando come si fa quando si descrive una persona di cui si è fulminati follemente.

Lo stile di Fermine è sempre fenomenale: con poche parole riesce a trasmettere colori, sensazioni, stati d’animo. Sembra abbia ricevuto il dono della sintesi che non va interpretato come una perdita. Le poche parole che adornano le sue pagine sono una ricchezza e, più volte, ti domandi quante volte sia tornato su un singolo vocabolo prima di giudicarlo come definitivo.

E’ finito prestissimo. Proprio come un dolcino che vuoi assaggiare in tutti i suoi mille sapori, ho tentato invano di rallentarne la lettura. Certe sere leggevo appena due pagine, cercando di ribellarmi a quella incorruttibile legge che prevede che ogni libro abbia – ahimé – l’ultima pagina.

Emanuele

Detersivo e ammorbidente.

L’inettitudine di un uomo, che puoi tentare (per alcuni minuti) di spacciar per minimalismo o filosofia ecologica non la si evince dalle sue scelte di vita, dalla sua storia o dalla sua cultura. L’uomo sarà eternamente diverso da un esemplare di homo sapiens sapiens del sesso opposto per un motivo semplicissimo: usa solo due flaconi di composti chimici per gestir la lavatrice contro i cinque di una donna.

L’armadio è vuoto, l’ambiente ringrazia, la lavatrice si abitua. I vestiti, non so (ma la specie sembra ancora florida).

Emanuele

PS: potrebbe (non) interessarvi anche @manulocale (le avventure di un uomo in un monolocale).

PlayStation Vita: la PS agli steroidi che strizza l’occhio all’iPod touch.

Questo è un post sponsorizzato ma le considerazioni espresse sono formulate in totale libertà.

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Se c’è una cosa che piace ad un nerd come me, quella è vedere l’inarrestabile evoluzione tecnologica compiuta dall’uomo attraverso continue ricerche in ogni campo. La proposta di questo post mi ha riportato alla mente quando, vari anni fa, accompagnai un amico a comprare la sua PlayStation. L’hardware dell’epoca oggi si trova sui cellulari di fascia più bassa a dimostrazione di quanto si sia andati avanti negli anni.

La PlayStation Vita, l’ultimo sforzo/prodotto della Sony vuol essere un punto di riferimento per le console portatili. Tra le caratteristiche che esibisce vi è un display OLED touchscreen da 5 pollici, un sensore GPS, un sensore giroscopico, la doppia videocamera (anteriore e posteriore), connessione 3G/wi-fi e – presenza abbastanza particolare – un touchpad posteriore.

Sony Playstation Vita

Sembra che i tecnici Sony, nel classico form-factor ben rodato della PS siano riusciti ad integrare una miriade di sensori e strumenti per un’esperienza di gioco che possa coinvolgere il più possibile. Personalmente immagino già integrazioni in realtà aumentata delle due videocamere all’interno dei giochi ma, per vecchie esperienze (esercizi di stile più che veri giochi secondo me) non so ancora fino a che punto tali tecnologie possano regalare quel boost emozionale in più. Staremo a vedere cosa saprà proporre la creatività degli sviluppatori di giochi…

La PS Vita però non è solo questo. Il suo apparato di connettività strizza l’occhio alle funzioni tipiche di un iPod touch (che risulta essere una apprezzata piattaforma di gioco portabile ma non solo) e infatti tra microfono e fotocamera permette l’uso di Skype, Facebook, Twitter, FourSquare attraverso la sua interfaccia, in maniera nativa. Basterà questo a fermare la scalata – quasi inarrestabile – della piattaforma creata dalla Apple?

La marcatura stretta non finisce lì. La PS Vita integra infatti un network che permette di scoprire a quali titoli abbiano giocato i propri amici e – cosa originale – attraverso il modulo GPS permette di accedere a bonus nei giochi quando, ad esempio, ci si trova in un luogo fisico già visitato/sbloccato da un altro giocatore.

Basterà tutto questo ad inserirsi nel mercato rosicchiando le fette di mercato, cannibalizzate da Apple, in maniera decisa?

Emanuele

Articolo sponsorizzato

L’idiota di Dostoevskij: il vivere inimitabile.

Copertina de: "L'idiota" di DostoevskijIeri sera ho finito di leggere L’idiota di Dostoevskij e dire che sia stata un’avventura impegnativa è dir poco. Le 480 pagine del libro definito “uno dei massimi capolavori della letteratura russanon sono sempre facili da seguire. Vuoi per la miriade di personaggi dagli impronunciabili nomi russi (alcuni esempi: Elizaveta Prokof’evna Myskin, Gavrila Ardalionovic, Ardalion Aleksandrovic Ivolgin) vuoi per i dialoghi ambientati in ricchi salotti della Russia dei primi dell’800, vuoi per gli intrecci familiari non sempre chiari fin da subito, vuoi per la prolissità che, in alcune pagine, diventa estenuante e per gli eventi che si susseguono freneticamente e quasi caoticamente tra storie d’amore, furti, viaggi, malattie, morti, duelli, litigi. Nel mio cammino sono stato molto fortunato perché quando stavo iniziando a leggerlo, un’amica mi ha proposto di farlo insieme e così, per rispettar l’impegno, ho cercato (nei limiti della disponibilità di tempo) di mantenere il passo fino alla fine.

L’idiota narra di un uomo estremamente buono. Dostoevskij lo descrisse in questo modo:

Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto.

Dostoevskij

E il principe Myskin, definito “idiota” perché affetto da crisi epilettiche era un uomo estremamente buono con un senso morale elevatissimo a tratti insostenibile, un uomo capace di mettere la soddisfazione altrui davanti alla sua, cosa che – ovviamente – destava scompiglio nell’animo di chiunque avesse a che fare con lui. A giro, tutti i personaggi entrati a contatto con quell’animo nobile, mostrano – impotenti ed incapaci di ribellarsi a questo destino – il lato più scuro e meschino del loro essere.

Personalmente, a tratti, ho letteralmente odiato il libro. Avevo voglia di arrivare alla fine prima possibile come fosse una tortura cui mi stavo sottoponendo per non so quale scelta. Alla fine però, ieri sera, quando leggevo le ultime pagine, sentivo una sorta di malinconia. Le parole diventavano importanti, si stava concludendo una lunga storia, un libro tenuto vicino al letto per alcuni mesi e il saluto ad ogni personaggio era diventato importante in me. Quando ho chiuso gli occhi ho provato una strana nostalgia.

Potete star certi che Colombo non era felice nel momento in cui scoperse l’America, bensì quando era in viaggio per scoprirla […] L’importante non era quel Nuovo Mondo, che magari poteva anche inabissarsi. […] L’importante sta nella vita, solo nella vita, nel processo della sua scoperta, in questo processo continuo ed ininterrotto, e non nella scoperta stessa! […] Del resto, voglio aggiungere che ogni idea nuova o geniale concepita da un uomo, o anche, semplicemente, ogni idea seria gemmata nella mente di qualcuno, resta sempre qualcosa che è impossibile trasmettere agli altri uomini, anche se si scrivessero interi volumi e si impiegassero anche trentacinque anni nell’intento di interpretarli; rimarrà sempre qualcosa che si rifiuterà in ogni modo di uscire dalla vostra testa e resterà sempre chiuso in voi… (Ippolìt; 3, III)

Tratto da: “L’idiota” – Dostoevskij

L’idiota non è un libro per tutti e bisogna nutrire una gran curiosità per concluderlo senza lasciarlo impolverare. Di morali che si possono trarre da questo romanzo ve ne sono parecchie, una fra tutte è che l’estrema bontà – sebbene regali un onore invidiabile ed indiscutibile – nella vita paga poco a livello umano in quanto non è certezza di soddisfazione personale…

Emanuele

So delicate, so pure.

Prima imbiancata invernale

But it’s you, so delicate, so pure, enough to seem unreal.
Yes it’s you, so delicate, so pure, it’s so hard to believe.
I love your laugh, the way you say my name.
I want to be hard, I wanna know your pain, I was so wrong, but now I see the truth.
I blame it on my youth and I’m coming back to you.

Elisa – So delicate, so pure

Emanuele