Il mare è di tutti, la spiaggia no.

A Viareggio ero stato qualche anno fa per una cena di lavoro. Era inverno e l’unica cosa che ricordo di quel veloce passaggio è il buon pesce che mangiai. Questo mese però, prima che le donne della famiglia partissero per la Sicilia, abbiamo trascorso una settimana lì tutti insieme.

Gazebo sulla spiaggia con due sdraio ed un tavolino, il mare sullo sfondo

L’anno scorso avevamo organizzato una settimana a Marina di Pisa, poco più giù, ma personalmente ho apprezzato molto di più il lungomare di Viareggio e l’aspetto ridente e vacanziero della cittadina.

Il mare – perdonatemi toscani – non è indimenticabile ma è encomiabile la capacità di sfruttarne la costa. Questo però è un tema complesso e delicato sul quale da anni l’Europa vorrebbe facessimo un po’ di ordine.

Riconosco che i «bagni» abbiano un valore: le strutture del secolo scorso riportano immediatamente alla mente le vacanze da cartolina che molti film italiani ci hanno raccontato ed i servizi disponibili rendono la permanenza semplice e piacevole. Al contempo rimango molto critico per le modalità poco eque di assegnazione delle licenze e per il fatto che, come la montagna, il mare non andrebbe privatizzato. Dalla ruota panoramica di Viareggio si vede una lunga distesa di bagni e individuare la spiaggia libera è un’impresa che ogni anno fa la fortuna di pochi eletti.

Emanuele

La barba, quella cosa che appena fatta non c’è più.

Un amico mi ha detto che ad una certa età arriva una spinta hipster che fa parte dell’invecchiamento.

Sinceramente non so se abbia ragione lui, sta di fatto che da qualche tempo ho abbandonato la barba un po’ incolta e ho sentito il desiderio di tornare in versione BBS.

Si lo so, vi starete chiedendo cosa diavolo significhi BBS: neanch’io lo sapevo prima di entrare nel trip dei rasoi da barba. BBS nel gergo sta per «baby butt smooth»: pelle liscia come il sedere di un bambino. E così, a meno del leggero baffo che ho iniziato a curare tempo fa, ogni settimana provo a tornare liscissimo.

Sono sempre stato affascinato dal rasoio del barbiere (quando torno in Sicilia una tappa fissa è dal mio storico barbiere per un giro di taglio barba e capelli) ma non avevo il coraggio di partire direttamente con una lama esposta: il rischio di uscire da casa come se avessi combattuto con una tigre era dietro l’angolo.

Brevetto del 1094 di K.C.Gilette per un rasoio di sicurezza

Pertanto ho optato per un rasoio di sicurezza, nello specifico ho iniziato con un Mulhe R89 che – insieme al Merkur 34C – rappresenta un punto di partenza per la rasatura tradizionale con uno strumento dolce sul viso ma ugualmente efficace.

Dopo questo primo passaggio, in poche settimane, ho scoperto la differenza tra la schiuma e il sapone da barba e così, nel mio kit, si è inserito anche quest’ultimo con tanto di pennello (il «tasso») per l’applicazione.

Quel momento routinario (e un po’ noioso) si è trasformato ultimamente in un rito lento, d’altri tempi, da apprezzare in ogni sua fase: il cambio della lametta, la preparazione del sapone, i passaggi della lama ordinati e delicati e la pulizia finale di tutti gli attrezzi.

A proposito di delicatezza, una delle grandi differenze con le lamette classiche sta proprio lì: la lama “espostati obbliga ad esser leggero con la mano, a non tentare di scavare la pelle nel disperato tentativo di recuperare quel pelo abbandonato lasciando alla fine una pelle meno stressata e meno irritata.

E tu che tipo sei? Barba lunga o barba corta? Lametta o rasoio elettrico?

Io ho la sensazione che non tornerò più indietro.

Emanuele

Venti avversi.

Questa mattina son partito per lavoro verso Treviso con un bel raffreddore. Nel weekend avrei dovuto raggiungere l’Isola d’Elba a vela. L’intenzione e il programma era quello di ripetere una notturna e navigare per 70 miglia fino a Portoferraio.

Il meteo avverso però ci ha obbligati ad un cambio di programma e costretti a rimanere nel Golfo dei Poeti a giocare con le vele. Non abbiamo navigato con una meta ma l’abbiamo fatto cercando di ripassare (imparare) tecniche, affinare alcune sensibilità e – chiaramente – goderci il panorama.

Il mare è complementare. Ti avvolge, ti forma, ti aiuta, ti accompagna. Serve a capire te stesso e gli altri.

Giovanni Soldini

Ho ancora tantissima strada da fare e più aumentano le miglia più mi accorgo di quanto il mare esiga rispetto e di come una barca a vela richieda competenze per esser gestita.

Mi son divertito nonostante il freddo, la pioggia e il mare mosso che a tratti ci facevano compagnia. L’alba all’Elba m’è sfuggita ma, prima o poi, arriverà anche lei.

Emanuele

Quanto consuma la BMW 320D MSport G20.

Probabilmente la prossima auto sarà elettrica, l’evoluzione e il mercato ci stanno portando lì e personalmente credo siano varie le ragioni per cui questa rivoluzione abbia senso.

Non lascio trasparire molto spesso da queste parti la mia passione per le auto (sono uno di quelli che si alza all’alba per le qualifiche di F1 e lo fa ininterrottamente dai tempi di Schumacher) ma prima di finire su un ferro da stiro viaggiante, l’anno scorso ho deciso che – prima che fosse troppo tardi – avrei voluto provare un’auto a trazione posteriore.

La scelta in questo caso era vincolata anche dalle esigenze della famiglia, dal fatto che un’auto troppo estrema si sarebbe conciliata poco col dover montare tre seggiolini e così gli occhi e il cuore sono stati rapiti da uno dei miei sogni da diciottenne: la BMW Serie 3.

Presa la decisione, ho optato per una 320d Touring con allestimento MSport (assetto più rigido, freni maggiorati e quattro dischi autoventilanti, cerchi da 19″, cambio al volante, sterzo con risposta variabile e tanto altro). Ogni giorno in cui la guido è un piacere e sebbene non abbia più l’età delle cazzate non posso nascondere di aver provato ad assaggiare le qualità di un’auto con assi a ruote differenziate, bilanciamento dei pesi 50-50 e una vocazione prettamente sportiva di cambio, telaio e posizione di guida.

La 320D (versione tecnica G20) è una mild-hybrid, perciò abbina al motore endotermico da 190CV un’altra dozzina di cavalli in elettrico che vengono utilizzati per il supporto dell’andatura a velocità costante (il cosiddetto veleggio). Il motore elettrico scarica i suoi kW in fase di accelerazione sulla trasmissione solo quando l’auto è in modalità Sport.

Il resto del lavoro lo fa il B47D20 versione 6, l’arcinoto e collaudatissimo motore BMW, con due turbocompressori in configurazione “bi-stadio variabile” e il cambio automatico ad 8 rapporti.

Chiaramente l’ingegnere che è in me ha iniziato ad annotare tutto (della Giulietta ho un diario di bordo di tutti i 182.000km nei quali l’ho guidata) e anche in questo caso non sarò da meno.

So di non aver comprato quest’auto valutando le alternative in base ai consumi (tra l’altro sto rifornendo solo con diesel+) ma dato che è sempre difficile trovare valutazioni reali sui consumi delle auto, provo a raccontare qui i miei.

Al momento ho percorso poco più di 15.000km attraversando poca città (evidenziato dal fatto che la velocità media globale sia di oltre 60km/h) e in un contesto di strade statali e autostrade la BMW trova il suo ambiente naturale per cui viaggiare molto rapidamente è possibile con un filo di acceleratore. In ottava marcia l’auto viaggia a 136km/h con il motore sotto i 2000rpm.

Come accennavo non sono stato in grado di guidare tutti i 15.000km in modalità relax ma data la distanza considerevole si può dare un quadro verosimile dei consumi dell’auto.

I cerchi da 19″ della Serie 3 non sono catenabili pertanto nei mesi invernali ho dovuto montare le gomme da neve che notoriamente hanno impatto sui consumi.

Il periodo storico infine non aiuta a fare record particolari, i carburanti alle stelle (prezzo medio dei miei rifornimenti diesel+ 1,83€/l) hanno comportato un costo medio per 100km di 11,51€. Un prezzo in assoluto non bassissimo.

In tal senso però è utile un confronto con la Giulietta, un’auto diversa che ho guidato sugli stessi percorsi e della quale, come dicevo, ho registrato ogni rifornimento. Bene, il consumo medio globale è stato di 9,43l/100km di GPL e 0,39l/100km di benzina (le auto a GPL commutano su quel carburante solo dopo che il motore ha superato i 60°C). Attualizzando il prezzo del GPL e della benzina, significa che la Giulietta consumava 8,23€/100km (GPL a 0,797€/l e benzina a 1,855€/l).

In pratica la Serie 3 consuma circa 3€/100km in più di un’auto a GPL pur avendo una potenza, delle dimensioni e delle prestazioni decisamente diverse.

Non è mia intenzione capire se sia una vittoria o meno, come dicevo non ho scelto quest’auto guardando la scheda consumi però è una valutazione interessante. Tra l’altro le differenze tra le due auto anche in termini di qualità di vita a bordo sono evidenti: silenziosità di marcia, spazio, servizi di bordo e tecnologie di assistenza alla guida sono su un altro livello.

Tra i dati interessanti in tal senso, c’è la capacità di quest’auto di percorrere tutto lo stivale con una sola sosta (l’estate scorsa, partendo da Milano sono arrivato in Sicilia facendo un solo rifornimento verso Salerno) o la capacità di percorrere in retromarcia – in autonomia – gli ultimi 50 metri, evitando qualsiasi preoccupazione quando per errore si finisce in un vicolo cieco.

Da un punto di vista più appagante è difficile non menzionare la precisione dello sterzo o la capacità dei sistemi di controllo, in modalità Sport, di lasciare un accenno di sovrasterzo di potenza alle ruote posteriori (tutto ben controllato dall’elettronica ma quell’accenno regala emozioni quando si da gas in curva). Inoltre la distribuzione dei pesi ideale e il baricentro basso fanno sì che l’appoggio nei curvoni veloci sia impressionante al punto da farmi ammettere che non avrò mai il coraggio di osservarne il limite.

In definitiva, non so che marca, forma e motore avrà la prossima auto ma mi auguro che nonostante tutte le rivoluzioni cui stiamo andando incontro, il piacere di guida possa mantenersi vivo nella testa dei progettisti perché, per tanti, le auto non sono solo un mezzo di trasporto.

Emanuele

«Sole mio, illuminami il cuore, scaldami la pelle e dammi la felicità».

Per festeggiare la Pasqua abbiamo trascorso un paio di settimane in Sicilia. Ho riempito la pancia, gli occhi ed i polmoni. La campagna siciliana in primavera è piena di colori e l’aria fresca e il sole caldo ci hanno regalato tanti giorni meravigliosi distanti dal caos.

In questo periodo le pecore mangiano bene e producono la ricotta migliore dell’anno così abbiam fatto qualche giretto nell’entroterra per – ehm – verificare con mano che fosse tutto in regola.

Il titolo di questo post è una preghiera che ho sentito recitare ad un marinaio. Ho immaginato le notti in barca e il suo saluto all’alba verso quel sole che inaridisce e invecchia la sua pelle ma al contempo rappresenta la certezza di tornare a casa.

Emanuele

Sono nato l’otto Marzo.

Questa cosa, fin da quando ho memoria, ha comportato da parte degli amici battute che non spiccavano mai di originalità.

Il tempo mi ha abituato alle due fasi di molti degli auguri che ricevo. Oggi però sono quaranta tondi e l’ironia mi sembra simpatico folclore, quel che pesa più nella mente è la consapevolezza di essere inequivocabilmente nel pieno della vita.

Questi anni stanno scorrendo con una rapidità disarmante e cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno significa che sto vivendo una vita ricca di emozioni. In effetti, probabilmente è così.

Oggi raggiungo il primo giro di boa e il mio obiettivo, come per tutti, è quello di compiere un secondo giro… se mi sarà concesso.

Emanuele

Gli spazi piccoli.

Se vuoi comprendere la differenza tra un network e una comunità, chiedi ai tuoi amici su Facebook di aiutarti ad imbiancare casa.

Credo sempre più fermamente che una rivoluzione nel mondo digitale – se mai avverà – potrà realizzarsi solo quando abbandoneremo i social network in favore di comunità online, probabilmente più piccole, ma certamente più umane.

Penso che, in qualche modo, i gruppi tra amici (quelli che abbiamo su Signal, Telegram o Whatsapp o qualche altro micro-ambiente digitale chiuso) siano il luogo oggi più vicino a quel concetto lì. Spazi in cui puoi parlare senza paura di essere frainteso, luoghi dove le opinioni – con più facilità – tendono ad incontrarsi piuttosto che polarizzarsi.

Forse è anche per questo che riesco sempre meno a partecipare alla vita “pubblica” del web, quella stra-piena di centinaia di sconosciuti pronti a mettere un cuore, una stella o un pollice giù. L’effetto di quelle caramelle sulla nostra mente è impressionante (e tale dipendenza è stata la fortuna delle multinazionali dell’informazione) ma ancor di più lo è la distanza e la rapidità con la quale si stabilisce un giudizio.

«Accetta l’opinione di tutti, ma fà un uso parsimonioso del tuo giudizio» scriveva Shakespeare nell’Amleto. La nostra società oggi invece è invasa da piattaforme piene di icone utili per classificare ogni informazione. Come se ogni testo, ogni messaggio, avesse bisogno di un punteggio.

Apprezzo i ritmi lenti di quei luoghi dove queste dinamiche sono meno presenti, dove un eventuale confronto deve basarsi su argomentazioni e dove l’interlocutore non ha alcuna necessità di business (penso alle starlette del web nostrano) nello sbeffeggiare la capra di turno.

Cerco quotidianamente di propormi online con questo piglio ma volli, e volli sempre, e fortissimamente volli un mondo digitale più piccolo, un mondo più a misura di ciò che siamo e che non siamo: uomini e donne e non applausometri.

Emanuele