Maledetta.

Sera d'estate in Sicilia

La mia Sicilia è una ladra. Ruba il cuore e la pazienza. La mia Sicilia è l’amante che non riesci a lasciare, il desiderio che provi a tacere, il dolce che vorresti evitare.

Passano gli anni e continuo ad amarla e criticarla, perché è maledettamente bella e disgraziatamente trascurata.

Non potrò mai davvero farne a meno, non potrò mai davvero tornarvi.

Emanuele

Bitcoin, non è per noi.

Viviamo nella parte «fortunata» del pianeta. Siamo abituati a dare per scontati e inalienabili tanti privilegi che altrove non lo sono. Questo ci rende spesso incapaci di comprendere potenzialità e opportunità offerte da tecnologie che non sembra possano migliorare il nostro mondo.

Il 7 ottobre 2023, il giorno dell’attacco di Hamas ad Israele, la vita di Yusef Mahmoud, un tassista palestinese di Gaza, è cambiata radicalmente insieme a quella di molti altri. Già prima della guerra, Gaza era afflitta da disoccupazione e fame, con due milioni di persone senza accesso all’acqua potabile.

Non ho intenzione di entrare nel merito della vicenda, sebbene continui ad avere una semplice idea molto chiara.

Da quel giorno l’intero popolo è stato paralizzato, la società devastata, i servizi di prima necessità annientati. Tutto, nella vita di molti, è scomparso e reso un semplice ricordo. Tra le cose polverizzate c’è l’intero sistema economico. I conti bancari di tutti i risparmiatori sono stati freezati, non è più possibile prelevare e si è tornati ad utilizzare baratto e contanti. Questi ultimi, chiaramente, difficili da trasportare e conservare in sicurezza.

In risposta a questa crisi, Yusef ha cercato aiuto online e durante il Ramadan del 2023, attraverso una piattaforma di crowdfunding ha iniziato a chiedere donazioni in bitcoin per acquistare beni di prima necessità per la popolazione.

Da allora Yusef ha distribuito cibo e acqua potabile a oltre 20.000 famiglie.

La natura decentralizzata di bitcoin ha permesso a Yusef di bypassare le restrizioni finanziarie e fornire aiuti diretti, rendendo questa cryptovaluta una risorsa vitale in una zona dove le transazioni bancarie tradizionali sono ormai impossibili.

Bitcoin ha dimostrato di essere più di una semplice valuta digitale: è diventato un mezzo essenziale per sostenere una comunità in crisi, mostrando – in una situazione che vorrei non avesse ulteriori seguaci nella storia – delle potenzialità che vanno oltre la nostra quotidiana immaginazione ma che da sempre sono uno dei pilastri della sua struttura.

Conosco tanti amici incapaci di comprendere in che modo le cryptovalute possano cambiare in meglio il mondo. Io da anni suggerisco di approfondire questi temi e questa triste occasione non può che ricordarci che dovremmo imparare a guardare oltre il nostro orizzonte. Esistono realtà in cui avere una moneta non censurabile, facilmente trasportabile, inconfiscabile e trasferibile a distanza può letteralmente rappresentare la differenza tra l’avere dell’acqua oppure no.

Emanuele

Record permanenti.

Alcuni anni fa, quando ancora partecipavo su Twitter, decisi di fare ordine nella mia casella di posta e cambiare la mail di riferimento all’interno della piattaforma. Per il social network, non si trattò di una modifica di quel campo ma di un nuovo record da mantenere. [1]

Tale comportamento è diffuso tra i vari social network. Twitter (ormai X) non dimentica. E neanche Google, Facebook o Amazon.

Quando però lo fanno, in realtà, è già troppo tardi.

Da tempo infatti si è diffusa la moda del “cancella i tuoi dati più vecchi“. Google permette di farlo, in automatico, per i dati più vecchi di 3 mesi. L’utente pensa di aver gabbato Google e di star proteggendo la sua privacy. In realtà, tutti i metadati da estrarre da quei record, sono già stati recuperati e utilizzati per migliorare il tuo profilo. Che venga eliminato il dato grezzo – a quel punto – è ininfluente per l’utente ma – addirittura – un vantaggio economico per Google (risorse in meno da mantenere).

In realtà, questi strumenti di auto rimozione dei contenuti risolvono ben poco per gli utenti. Gli esperti sostengono che nell’intervallo dei 3 mesi, Google ha già estratto quasi tutto il valore potenziale dai dati, e dal punto di vista della pubblicità, i dati diventano senza valore quando sono vecchi qualche altro mese in più.

«Qualsiasi cosa fino ad un mese è di estremo valore» dice David Dwech, capo del ramo ricerche a pagamento dell’azienda WPromote. «Qualsiasi cosa oltre il mese, probabilmente non sarebbe utile ad inserirti nel target ugualmente».

Google’s auto-delete tools are practically worthless for privacy

L’unico modo per non essere dei record permanenti di queste grosse società è l’utilizzo di strumenti alternativi, etici e rispettosi della privacy. Esistono.

Riprendiamoci i nostri dati.

Emanuele

[1] Se vi vien voglia di verificare, sappiate che nei vostri profili social è ormai presente per legge una sezione attraverso la quale scaricare tutti i vostri dati. Questa è quella di Twitter (attraverso la quale potrete verificare che – appunto – la nuova mail è diventato un nuovo record), questa quella di Google.

Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.

Giorgio Caproni

Stupore.

Raggiungere un’isola dal mare è sempre un momento emozionante. Onda dopo onda, quella terra inizialmente così lontana si trasforma in un punto fermo verso cui fissare occhi e prua.

Lo scorso weekend ho raggiunto Ponza nello stesso modo in cui migliaia di anni fa la raggiungevano i romani ed i turchi e mentre ci avvicinavamo verso quella striscia di terra fortunatamente emersa pensavo allo stupore di cui avranno goduto gli antichi esploratori. L’idea di poter urlare «Terraaa!» ad un gruppo di uomini che per giorni avevano solo visto acqua e sole doveva essere qualcosa di potentissimo.

Un istante che la naturale evoluzione ci ha negato ma che, probabilmente, un giorno vivremo ancora quando sapremo davvero far capolino al di fuori di questa palla blu che ci ospita.

Ponza è un isolotto abitato da poco più di tremila anime e l’arrivo a vela è stato lento, un po’ come lenta è la vita di chi in quei luoghi così belli ma così distanti dal resto ha scelto di vivere.

Ho respirato la loro aria, son tornato a casa felice.

Emanuele

The windy city, again.

Sono tornato a Chicago per la terza volta. La Windy city, come la chiamano gli americani, è diventata la città americana che abbia esplorato di più.

Chicago - Bandiera americana e grattacieli

Questa volta però, prima di addentrarmi nella city ho visitato la zona di West Chicago, Saint Charles e Geneva ed è da lì che vorrei partire nel mio racconto.

Delle zone rurali dell’America del nord, conservo sempre emozioni contrastanti. Apprezzo l’innegabile senso di benessere che le casette fuori città sanno trasmettere ma al contempo ho spesso la sensazione che sia facilissimo sentirsi isolati e distanti.

Angoli deliziosi che al di fuori delle tre vie principali si trasformano rapidamente in zone a bassa densità di popolazione e con qualsiasi servizio raggiungibile esclusivamente in auto.

Nulla di incredibile per l’americano medio probabilmente ma la sensazione di un mondo non più a misura d’uomo mi ha lasciato perplesso: non so se davvero mi piacerebbe vivere lì.

Fuori dalle città tutto è concentrato in giganteschi centri commerciali preceduti da mega parcheggi. Ironicamente pensavo sempre che se mai un giorno gli americani dovessero trovare un parcheggio pieno, immediatamente spianerebbero la zona accanto per crearne uno nuovo altrettanto grande. D’altronde lo spazio lì non manca e, confrontato all’hinterland milanese, questo regalava una bellissima sensazione: tanta aria, tanto verde intorno. Anche per questo, probabilmente, le case si permettono con facilità giardini immensi (tipicamente ben mantenuti) e strade adatte a contenere il più folle dei SUV americani.

Una sera a Geneva siamo andati a prendere una birra in un locale con musica dal vivo e serata karaoke: non tutti avevano grandi qualità canore ma tutti ci provavano con grande semplicità.

Ho ri-assaggiato la Giordano’s pizza, la tipica pizza rialzata di Chicago (che nasce dalle capacità culinarie di una famiglia torinese): chiaramente non è la pizza napoletana o comunque la pizza come la intendiamo noi. La pasta è leggermente diversa (è più simile a quella che si usa in una torta salata, leggermente più biscottosa) ma nel complesso è un buon pasto. Si può avere farcita semplicemente con del formaggio o, come nella versione scelta da me, con un po’ di carne e verdure.

Dei locali americani colpisce sempre la possibilità di consumare al banco. Che sia una birra, un cocktail o un intero pasto, sgabelli e bancone non mancano mai, anche all’interno di ristoranti un po’ più raffinati. I locali poi sono sempre arredati con TV che proiettano sport 24 ore su 24.

A proposito di sport, ho colto l’occasione per andare a seguire la partita tra i Chicago Cubs ed i Miami Marlin. Devo riconoscere che da profondo ignorante la prima mezz’ora di gioco ho letteralmente faticato nel comprendere chi stesse vincendo. Il tabellone dei punteggi è strapieno di numeri alcuni dei quali non son riuscito a decifrare neanche a fine partita. Gli aspetti divertenti e diversi dai nostri son tanti. In primo luogo è apprezzabile l’aria di festa che si respira: a differenza del nostro sport nazionale, la partecipazione è adatta a qualsiasi età. Nonostante il freddo pungente (ma era un problema per me, non per loro…) ho visto anche qualche famiglia con neonato in braccio e nonostante i Chicago Cubs abbiano perso il pubblico è rimasto composto ed è andato via senza particolare (stupida) violenza da sfogare.

Gli inevitabili intervalli di questo sport sono riempiti da quiz sui tabelloni infarciti di pubblicità o da riprese al pubblico (che spesso fa il possibile per essere inquadrato). Inoltre è possibile ordinare cibo o bevande direttamente al posto, senza muoversi (cosa che gli americani gradiscono particolarmente e che si intravede in tanti altri aspetti delle loro abitudini quotidiane…). Immancabile e caratteristico ad un certo punto dell’evento il saluto all’ex-militare in pensione presente sugli spalti: gli americani sentono fortissima la loro potenza militare e spesso i locali o gli eventi hanno tariffe differenti per i veterani. Ogni azione della partita infine è accompagnata da piccoli motivi musicali che enfatizzano il risultato in positivo o in negativo. Insomma, uno show nello show, assolutamente da vivere almeno una volta.

Fare un giro dentro Chicago è stato inevitabile ma ho evitato il tour nei grattacieli avendone visitato più di uno in passato. Ho comunque colto l’occasione per fare l’«Architecture tour» sul Chicago River per scoprire qualche nuovo dettaglio su questi palazzoni così affascinanti.

Ho scoperto così che son solo due i grattacieli a Chicago che contrastano l’azione del vento attraverso un sistema di correzione del baricentro realizzato tramite grossi serbatoi d’acqua posti in alcuni piani non abitabili dell’edificio. Uno di questi è il St. Regis, quel palazzone ondulato visibile nelle foto.

Oppure, ho scoperto che la ragione per cui il «150 North Riverside» ha una base così stretta è che esiste una norma che prevede che gli edifici di Chicago devono essere distanti 35 piedi dalla riva del fiume e tale limite non ha mai avuto deroghe.

A proposito di piedi, sono in attesa che l’evoluzione umana porti all’adozione del sistema metrico decimale anche dalle loro parti. Trovo assurdo ragionare in pollici, spanne, braccia – tutte misure non proporzionali tra loro – e sentire dire al navigatore dell’auto di svoltare a destra tra mille piedi…

Emanuele

Quando si parlava di netiquette.

In un commento sul blog di Nicola scrivevo:

Ci siamo illusi per anni che i blog potessero diventare dei luoghi centrali nella rete. Nella realtà, ormai, sono ai margini dell’informazione: luoghi lenti, piccoli, poco conosciuti e visitati. Al contempo, probabilmente, sono i luoghi più veri ed intimi della nostra partecipazione digitale.

Probabilmente l’errore originale è proprio lì. La rete è un luogo pubblico per eccellenza e il tempo ha dimostrato che esteriorità e per certi versi superficialità, caratteri tipici dei luoghi pubblici, hanno avuto la meglio.

Un peccato originale dovuto all’ingenuità di chi la rete la popolava e la costruiva negli anni in cui la massa ancora non sapeva esistesse. Abbiamo pensato che l’intima relazione che si riusciva a creare tra le persone, in un luogo – al tempo – piccolo e riservato, potesse semplicemente catturare ed educare tutti i nuovi arrivati.

La velocità di adozione però non ha permesso alcuna passaggio di informazioni. La massa è arrivata con le sue dinamiche e la piazza, quel luogo d’incontro fisico nel quale ognuno di noi passeggia col suo cappotto più bello, è arrivata nel digitale, nelle sue stories, nei like dati alla passante dai tacchi scintillanti.

I blog non erano parte delle piazze, erano al massimo degli angoli di quartiere e tali son tornati ad essere. Piccoli anfratti, difficili da trovare che spesso nascondono storie e passioni che più volte abbiamo desiderato potessero ammirare tutti.

Emanuele

Supercar.

Grazie ad un mega-regalo ho potuto vivere l’esperienza di guidare una Ferrari 488 in pista.

Calarsi in quell’abitacolo, impugnare un volante così mitico e cliccare sul pulsante di Start è già un’emozione stupenda ma uscire dai box per fiondarsi tra le curve è stato qualcosa di indimenticabile.

Ferrari F488 sul circuito di Castelletto

Non starò ad elencare tutte le qualità di un’auto meravigliosa, ciò che però io porto a casa quale esperienza è… la difficoltà di staccare bene.

Esatto. Frenare. Tutti gli appassionati di motori sanno bene quanto vengano elogiate le qualità di «staccatori» di alcuni piloti ma al contempo, finché non si vive quel momento, non se ne coglie il senso.

Frenare è molto più difficile che accelerare. Aumentare la velocità è quasi istintivo: quando vedi strada davanti viene naturale affondare sull’acceleratore e cercare di raggiungere quanto prima la prossima curva.

Capire dove iniziare a fermarsi è qualcosa di completamente diverso. Sia perché la 488 ha dei freni meravigliosi ed un beccheggio inesistente, sia perché a «staccare» non siamo proprio abituati.

Nella guida quotidiana infatti, se non in situazioni di emergenza, non inchiodiamo mai. Non siamo dunque naturalmente abituati a valutare gli spazi di frenata a varie andature.

Ogni giro percorso al volante è stato dunque un’occasione in più per prender confidenza con quel pedale. Di giro in giro è stato sorprendente vedere come l’impianto potesse dare sempre di più. Frenare pochi metri più avanti significa lasciare che l’auto viaggi ad alta velocità per alcuni istanti in più con un effetto diretto sul tempo su giro.

Dato che i tempi non erano l’obiettivo della mia giornata, mi son concentrato proprio sul migliorare costantemente i punti di staccata, andando a cercare e richiedere sempre più potenza all’impianto.

Sfortunatamente ad un certo punto è arrivato il momento di rientrare ai box e purtroppo non ho trovato una via di fuga dal circuito…

Emanuele