Le cryptovalute sono qui per restare.

Lo so che siete spaventati. Le cose nuove, per loro natura, affascinano e spaventano allo stesso tempo. So che è difficile trovare fonti di informazione che ne sappiano parlare bene e mi accorgo che l’informazione di massa in Italia fatica nel comprendere (e dunque nell’esporre) tanti passaggi di questa tecnologia che ormai va per i dieci anni.

Riconosco anche che, in questo periodo di confusione, tanti approfittatori stanno inondando di spam le vostre caselle email o le vostre pagine internet con promesse di guadagni stratosferici in poco tempo.

Le Iene qualche settimana fa ha proposto un servizio intrigante dal punto di vista speculativo, poco da quello tecnico, in cui si parla di Bitcoin. Sebbene non ne abbia apprezzato il taglio fino in fondo, devo riconoscere che l’informazione fatta è di buona qualità (probabilmente perché alcuni degli esperti intervistati sono di prim’ordine).

Durante gli ultimi due mesi avrete letto di tutto e di più. Io continuo a consigliare a tutti gli amici di investire quel che si è disposti a perdere. Non tanto perché mi piacciano le scommesse, quanto perché – semplicemente – non c’è alcun fanatismo da parte mia.

Le cryptovalute tra cinquant’anni saranno normalità e riconoscerle oggi è un’opportunità che ci è data. La volatilità di queste valute è l’effetto di uno strumento che l’umanità non ha mai avuto fin ora: come quotarne esattamente il valore?

Le cryptovalute, tra i tanti effetti positivi, consegnano nuovamente nelle mani dei cittadini la privacy durante gli scambi economici: in un mondo in cui i pagamenti digitali sono la norma è assurdo non accorgersi che – tecnicamente – stiamo regalando tutti i nostri usi e costumi [1] agli Stati e alcuni privati (VISA, Mastercard, istituti bancari, etc.). Fino a cinquanta anni fa nessuno era in grado di tracciare le spese quotidiane di ognuno di noi. Le cryptovalute eliminando quegli intermediari riportano – semplicemente – lo status quo a quegli anni lì. Io potrò comprare le mie caramelle preferite senza comunicarlo al mio istituto bancario oppure potrò fare una donazione ad un ente che la mia azienda non approva ma che io eticamente apprezzo, senza essere obbligato a consegnare del contante in una busta.

«Si ma le cryptovalute sono usate dagli uomini brutti e cattivi per comprare droga o compiere illeciti». Forse ho vissuto in un mondo parallelo ma ho l’impressione che tutto questo fosse già possibile anche prima delle cryptovalute. La droga si compra coi dollari o con gli euro e la gente è persino in grado di pagare sicari per commettere omicidi. Insomma, come qualsiasi strumento, neanche le cryptovalute elimineranno il male del mondo (oserei dire che nessuno strumento ci riuscirà mai). La droga, anche senza cryptovalute, verrà venduta ugualmente. Utilizzare queste teorie per screditare le cryptovalute è come mettersi il prosciutto sugli occhi e credere che fino ad oggi il commercio di droga, armi e malavita non sia mai esistito o che gli strumenti attuali ne abbiano reso impossibile il proliferare.

Perché parlo di cryptovalute e non di Bitcoin? Perché – rullo di tamburo mio caro giornalista – Bitcoin è semplicemente un software e come tale, nel tempo sono arrivati strumenti più evoluti. Già adesso Bitcoin non è il più avanzato tecnologicamente, semplicemente si parla di lui perché i giornali non sanno fare informazione in questo settore: per fare un paragone, parlano della CocaCola perché non hanno mai messo piede in un pub. Esistono soluzioni con maggiori prospettive di crescita, scalabilità, possibilità di diventare denaro programmabile. Sto pensando ad Ethereum ma non solo. La Rai, sorprendentemente, era riuscita a mandare in onda – la scorsa estate in orario notturno – un servizio di ottima qualità per utenti alle prime armi.

Insomma, il mio invito è quello di approfondire e se necessario domandare. Non al Corriere o a Repubblica però. Se volete, i commenti qui sotto sono aperti.

Emanuele

[1] mostrare dove, come, quando e per cosa si spende è un’informazione per nulla secondaria.

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