Amica: Manu alla fine vieni tu?
Io: no, vengo all’inizio! Alla fine non ha senso! Starete dormendo!
Amica: Manu alla fine vieni tu?
Io: no, vengo all’inizio! Alla fine non ha senso! Starete dormendo!
Quelle luci di Natale illuminano la strada, laggiù dove il mare e la città si incontrano!
Possano tutti i tuoi problemi presto scomparire…
oh le luci di Natale continuino a risplendere.
Un giubbottino con la cerniera alzata fin sotto il mento. Le luci di una città che si prepara al Natale. Il fumo che esce dai camini dei palazzi. I riflessi delle vetrine e delle decorazioni sulle auto ancora bagnate da una rapida pioggia. Il vapore che esce dalla bocca quando parli. I vetri dell’auto appannati che ti costringono a fare dei cerchi con un fazzolettino tenuto in pugno pur di ripartire.
Le sciarpe colorate. Quelle ragazze che vedi attraversare con i paraorecchie e gli stivaletti in lana pressata. La gente che fissa le vetrine e che poi magari decide di entrare. Quel cappottino rosso. I miei passi decisi, utili anche a sentir meno il freddo sulle guance. Le mani. I guanti.
Manca la neve. Ti avrò. Ti scioglierai.
Emanuele
PS: i Coldplay mi han fatto il regalo di Natale (il video è girato a Londra!) e così, da giorni, non faccio altro che ascoltarla… 🙂
Qualche giorno fa un’amica ha esaudito un desiderio che avevo da anni: rivedere qualche foto di me coi rasta! E’ assurdo ma nonostante li abbia tenuti quasi due anni di quel periodo non trovo foto e ogni volta che mi chiedono “devi farmi vedere come ti stavano!” non so mai come giustificare la cosa. Finalmente ne è arrivata una, preziosissima, con la speranza che riesca a recuperare anche le altre foto che dovrebbero esistere! 🙂
La foto che vedete mi fu fatta durante un campo scout e i capelli erano ben più selvaggi perché ai campi – nella mia visione delle cose di quell’età – si doveva vivere tipo Mowgli. Solitamente usavo una fascia per alzarli (anche perché i rasta davanti erano un fastidio tremendo per vedere). 😛
Quel periodo della mia vita fu proprio strano e nacque per puro caso. Dovevo tagliarmi i capelli e mia sorella mi disse, molto disinteressatamente, «perché invece di tagliarteli non provi a farti i rasta?». E io, quel senso di sana-pazzia penso di averlo sempre avuto e così, come ho imparato ad andare sul monociclo semplicemente perché ho visto una ragazza passeggiare in centro su quella ruota, presi quelle parole molto sul serio e non andai più dal barbiere.
Iniziarono mesi strani, soprattutto per uno che non ha mai fumato neanche una sigaretta e che, considerando anche la salute e il proprio corpo un dono di Dio da rispettare, non si divertirebbe mai a farlo. Ovunque andassi c’era chi mi chiedeva se avessi cartine, fumo, sigarette o semplicemente un accendino. Poi c’era anche chi mi chiamava rastaman aspettandosi da me qualche segno di approvazione mentre io capivo ben poco di tutto quello stile… 🙂
La cosa più bella (ehm!) di quel periodo però fu scoprire quante ragazze fossero affascinate da quei capelli! Ogni tanto, anni dopo, ho persino pensato di farmeli nuovamente semplicemente per quel motivo… 😉
Una volta una ragazza mi si mise letteralmente davanti la bicicletta pur di fermarmi per farmi i complimenti. Non si dimenticano certe esperienze, così come agli scout, quei capelli risultarono uno strumento incredibile per esser conosciuti. C’erano ragazzi che venivano a salutarmi o che ormai mi conoscono semplicemente perché in quel periodo “ebbi i rasta”. E’ assurdo!
Certo, il lato negativo esiste in ogni cosa e così ricordo d’esser stato rimproverato da un professore o fermato dai carabinieri semplicemente per i miei capelli… però era qualcosa che potevo sopportare all’epoca.
Altri due aneddoti da ricordare riguardando mio padre e il modo per farsi i rasta. Il primo perché quando due anni dopo li tagliai, vedendomi entrare a casa rasato esclamò – testuali parole – «Ho recuperato un figlio!», come se l’aver tenuto i capelli in quel modo fosse stato sinonimo di un figlio allo sbando. Il secondo aneddoto invece merita ore di racconti, ma sinteticamente, prima di finire da un ragazzo africano (cui bastarono una birra e 10€ per farmi sistemare i capelli) mi ritrovai con le mani di tutti gli amici immerse tra i capelli. La cosa grave però non furono le loro mani ma le loro idee. Provammo col caffè, con lo zucchero, con qualsiasi cosa passasse per la fantasia di ognuno di noi. Finché mi fu chiaro che non erano idee geniali, li lavai e cercai una strada un tantino più sicura… 😐
Tutto questo per dirvi una cosa: fate attenzione quando mi proponete qualcosa. Potrei prendervi sul serio… 🙄
Emanuele
PS: la foto la metto piccolina che sono a petto nudo e questo blog deve rimanere adatto ai bambini. 😛
PPS: certo che adesso – da ingegnere – sarebbe strafigo presentarsi in ufficio camicia e rasta… 😎

Come direbbe Sheldon Cooper…
Guarda questo timbro. Con che autorità gli è permesso mutilare gli avventori quando entrano?
Emanuele
PS: e mi raccomando, The Big Bang Theory va seguito rigorosamente in inglese! 🙂

La felicità si insinua dentro la tua vita attraverso una porta
che non sapevi di aver lasciata aperta.Ethel Barrymore (attrice statunitense)
Emanuele
Ieri sera ero immerso in un altro mondo e proprio mentre le note della frase del titolo venivano sparate a 140 decibel nelle orecchie di trecento persone mi rendevo conto di quanto quel mondo fosse distante dal mio e da ciò che io cerco intorno a me.
Tutto e iniziato dall’invito di un’amica “ho una festa di compleanno in un locale e poi andiamo a ballare, vieni con me?”. Perché tirarsi indietro? Questo periodo è volato senza molti svaghi (ma strapieno di gioie…) e poi devo pur sempre iniziare a conoscere gente qui.

La festa nel locale era una di quelle feste che solo a Milano puoi vedere e che classificherei così: riunioni di gente piena di sé che va – in mezzo ad altra gente – a dirsi d’esser figa guardando se stessa.
La serata è passata con tante ragazze che si scattavano foto come dive o vamp davanti un pannello bianco e due lampade da fotografo. Tra parrucche, maschere, tette finte (e tette vere mostrate come fosse frutta in vendita) ho capito quanto non potrò mai diventare un milanese come loro. C’erano ragazze che si facevano autoscatti col cellulare e sono stra-sicuro che oggi finiranno tutte su feisbuk. Perché loro – sì – sono fighe. Loro si fanno le serate cocktail e divertimento.

Non contento però (e forse un po’ curioso) sono finito in una discoteca che ha voluto 25€ per entrare! Classico mi direte voi amanti delle piste da ballo! Classico un par de p… vi dico io! Non è il mio mondo la discoteca, questo l’ho chiarissimo ma vedere certi prezzi mi sembra una follia (25 per entrare, 15 per la giacca, 10 per il cocktail…). Che poi non è che sia uno che non balla e si addormenta di lato su un divanetto, semplicemente però quella gente mi sembra totalmente distante da ciò che piace a me. Di ragazze belle, per carità, ne ho viste a decine. C’erano i taxi fuori dalla discoteca, come nelle più tipiche serate della milano da bere e queste miss con tacchi mozzafiato e minigonne erano lì a sfoggiare il loro corpo più di ogni altra cosa, però capite, secondo me la bellezza è altro. A me le ragazze impupate come Barbie-prostituta non sanno di dolce ed è proprio la dolcezza un aspetto che amo di più vedere in chi ho di fronte.
E’ un mondo strano quello. Ho visto la festeggiata del compleanno conoscere un tipo in discoteca e scomparire con lui fino alla fine della serata.
Sono tornato alle 5 e dopo 2 cocktail e quasi 24 ore sveglio (per andare a lavoro m’ero alzato alle 7…) ero totalmente andato. Però la dolcezza non la dimenticavo ed era proprio questo contrasto ad infastidirmi più di ogni altra cosa. Ero rinchiuso in una gabbia che era cool secondo le riviste di gossip patinate che ogni giorno finiscono in edicola ma non lo era – assolutamente – per i miei gusti. 🙂
Evviva le persone acqua e sapone.
Emanuele
Stamattina Milano s’è svegliata con la nebbia. Mia madre, che ancora come il resto della famiglia non è diventata milanese, mi ha svegliato dicendomi “guarda, qui la mattina il cielo è così…”.
Grigio. Non si vedevano le Alpi, non si vedevano neanche i palazzi di alcuni isolati più avanti. Era tutto grigio, un grigio che si mescolava a quello dei camini del riscaldamento dei palazzi e al fumo che si arrotolava sotto le luci gialle delle strade. Eppure per me era un giorno speciale, così verso ora di pranzo c’era il sole.
Oggi primo giorno di lavoro. Devo ancora rendermi conto che è – realmente – iniziato un nuovo periodo perché per ora mi sento ancora mezzo-studente, mezzo-non-so-cosa e sono sicuro che sarà così ancora per giorni. Devo imparare a non lasciarmi scappare un velatissimo sorriso quando dico “vado a lavoro!”.
Milano mi ha dato il benvenuto condendo la giornata con un traffico allucinante (2 ore 2 per tornare a casa…) ma nulla era sufficiente per farmi smettere di vedere giallo ovunque. Al contrario, in macchina, ero felice. All’andata ringraziavo Dio per cosa stavo per iniziare, al ritorno lo ringraziavo per tutto ciò che era successo.
Sapete, io penso non ci si debba mai preoccupare troppo nella vita, perché chi si Affida riceve risposte (Chiedete sarà Dato vi dice niente?) e così nonostante sappia già che – ad esempio – il contratto scatterà dal 3 Gennaio (perché conviene fiscalmente all’azienda), qualche amico mi aveva chiesto se avrei perso la retribuzione per questi giorni di lavoro… e invece oggi il boss mi ha anticipato che cercherà di capire come pagarmi anche Dicembre sebbene fuori contratto! :joy:
Un po’ come quando, dopo aver visto tante schifezze durante lo sviluppo della tesi, pensavo che la mia tesi non sarebbe stata apprezzata più di tanto e invece è caduto dal cielo il massimo dei voti per la tesi più un punto bonus non previsto neanche dal regolamento. Piccole soddisfazioni che arrivano come veri e propri regali…
Perché bisogna saper pazientare e non pretender troppo. 🙂
Adesso scappo a farmi una doccia che domani la sveglia suona nuovamente alle 7 e per le 8 sarò nel traffico (tempo che sfrutto ormai facendo chiamate e mandando sms… :-P).
Gooooood night (si ma come mi addormento stasera?!?).
Emanuele
Nella vita, secondo me, esistono sempre occasioni che favoriscono un cambio di ritmo. Sono attimi diversi dal solito ma fondamentali per la costruzione di nuove vie. Prendere la nave, è uno di quei momenti perché l’aereo in poche ore ti fa calpestare il suolo che vuoi raggiungere, mentre, quel mezzo così grande e pasciuto se la prende comoda e ti obbliga a saper aspettare. Saper aspettare. Appena ho scritto queste due parole ho fatto una pausa.

La nave, l’altro ieri, è andata via molto lentamente da Palermo e mi ha regalato anche la possibilità di vedere la mia città luce per luce, da una prospettiva diversa. Ecco, vivere in una città di mare è una fortuna incredibile anche per questo. Quando vedi il golfo e tutta la città che lo abbraccia da destra a sinistra; quando dalle luci, dalle forme, riconosci posti e luoghi del tuo passato ti sembra che – anche lei – voglia salutarti. Palermo la immaginavo illuminata per me. Sono stato a guardarla finché il vento sulla testa non faceva intendere che ormai quelle luci erano irraggiungibili anche per un nuotatore esperto. Non mi sentivo strappato dalla mia terra, no questo no, la velocità cui andavamo indicava tutt’altro che un atto di violenza. Però ero felicemente consapevole dei motivi per cui, per l’ennesima volta, la stavo salutando. Avrei voluto avere le braccia più larghe del golfo stesso per poterla abbracciare tutta.
La vita sulla nave è molto rilassata e grazie anche al periodo anomalo per i viaggi in mare c’era pochissima gente a popolarla, così spesso e volentieri potevo trovare angoli in cui rilassarmi o mettermi a pensare anche semplicemente fissando le luci annegate nei soffitti.
Sono stato parecchio a guardare le onde, a vederle andare e venire, infrangersi sui fianchi di questi palazzi galleggianti e poi morire pochi metri più in là. Che poi, le navi di una volta non esistono più. Ormai c’è il cinema, c’è il piano bar la sera, c’è la piscina, c’è la sala discoteca, c’è il bar in cui pochi pazzi (visti i prezzi) decidevano di intrattenersi.
Stranamente durante il viaggio ho avuto poca voglia di leggere: ero troppo distratto dai miei pensieri, dalle storie future e passate che si avvicendavano nella mia mente per poterne leggere di altre. Ho richiuso il libro poco dopo e l’ho rimandato a giorni un po’ più tranquilli interiormente.
Domani inizierò una nuova avventura – e questa cosa – il poter parlare in prima persona, il poter dire a me stesso “Manu, tocca a te, ci sei riuscito!” dopo anni passati a sognare questo momento è qualcosa che mi rende difficile prender sonno la sera. Non l’altro ieri sera sulla nave però. Forse il dondolare della nave conciliava…
E’ stato davvero un bel viaggio. Sei isolato dal mondo, la wi-fi costava 5€ l’ora e non ti viene neanche nei peggiori pensieri la voglia di chiedere informazioni. Per cosa poi? Vivo in un mondo perennemente connesso. Anni fa riuscivo a lasciare il cellulare a casa, era una necessità, un rifiuto dall’essere sempre “raggiungibile”. Col passare del tempo quella bella abitudine l’ho un po’ persa. M’è capitato qualche pomeriggio, ma per distrazione e gli unici momenti in cui avevo la possibilità di “staccare” erano i campi scout in cui – e i miei ormai da anni c’avevan fatto l’abitudine – evitavo di sentire anche loro, per potermi godere quei giorni immerso in altro. Ecco cos’è stata la nave. Il cellulare era in modalità “aereo” e se solo avesse saputo che andavamo a 40km l’ora…
Sulla nave c’era chi leggeva, chi ha dormito (e russato) per quasi tutto il viaggio, chi invece sottolineava appunti di chissà che materia o progetto o chi aveva voglia di chiacchierare ed ogni scusa era buona per attaccar bottone coi vicini di poltrona. Io – che osservavo silenziosamente – sorridevo, buttavo un’occhio alle onde dal vetro accanto alla mia poltrona e mi rendevo conto di quanto quel mezzo enorme ma così lento, stesse segnando un confine marcato tra passato e futuro.
Emanuele