Coraggio Flickr!

C’è del tenero nelle ultime comunicazioni di Flickr. Da quando in primavera l’azienda ha annunciato di voler cambiare strategia è stato un continuo segnalare agli utenti il superamento del limite per gli account gratuiti.

Tale limite, per stravaganti strategie commerciali è stato fissato in appena 50 foto. Nell’epoca di Instagram, TikTok, Snapchat, Facebook e così via vale a dire «non fatevi strane idee, siamo una piattaforma di condivisione foto a pagamento».

Il mio account, stando a quel che racconta la cortese e ripetuta email di avviso, contiene 50.498 foto. Un po’ troppe. «Emanuele, per favore, cancellale, è l’ultima volta che te lo diciamo o forse no».

Io non sono arrabbiato con Flickr. Comprendo che le strategie commerciali possano cambiare. Suggerii di non lasciarsi ammaliare dalla loro offerta nello stesso momento in cui raccontai come utilizzarla.

Flickr mi sembra un social che ha perso l’onda sulla quale stava surfando egregiamente e un po’ come Yahoo! o Napster cerca adesso di ritagliarsi uno spazio finché l’ennesima società di investimento non proporrà al suo CDA una nuova politica, l’ennesima, sfiaccando così l’entusiasmo della sua community.

La mail, dicevo, è tenera perché da mesi minaccia di eliminare tutte le foto ma continua a non avere il coraggio di farlo. Il senso è molto chiaro: quale utente rimane in un social che ad un tratto cancella tutto se non paghi?

Mio caro Flickr, continuerò a mettere alla prova i tuoi nervi, nell’attesa che un bel giorno quell’incertezza si trasformi in coraggio. D’altronde, anche nel mondo dei social, vola solo chi osa farlo.

Emanuele

Avevano un granaio e il passo a tempo di chi sa ballare.

Fiore pomelia

La prima figlia nacque nell’incoscienza. Non sapevo cosa mi aspettasse, non sapevo come sarebbe cambiata la mia vita. Sentivo però che era quel che volevo e avevo fiducia che, nonostante tutto, la vita potesse rimanere ancora come il giorno prima. Scoprii presto che nulla sarebbe più stato uguale, ma da allora tutto è stato bello ugualmente.

La seconda figlia arrivò con consapevolezza. Sapevo cosa significasse star svegli la notte, pulire un culetto, gestire le urla o preparare un biberon. Ero pronto ed esperto. Il velo di stupore era un po’ andato via ma, per certi versi, permetteva di godere ancor di più della bellezza.

Le mie figlie scorrono nelle mie vene. La giornata tipo è un incastro tra gli impegni e le loro esigenze. E’ il tetris in versione reale e, come nel gioco, quando completi una riga non puoi festeggiare: c’è già altro da risolvere.

Nonostante ciò, non desidero una vita diversa. Mi sto divertendo, ci stiamo divertendo. Questi sono probabilmente gli anni migliori della nostra vita.

All’esterno di questa meraviglia la vita però è un delirio totale: pandemia, guerra, recessione, disoccupazione, riscaldamento globale. La lista probabilmente non si esaurirà qui. La nostra generazione è continuamente bombardata da argomenti che spingono a non credere nel futuro.

Alcuni mesi fa mi ritrovai in un caldo abbraccio di fronte ad una domanda cui risposi così.

A Dicembre diventeremo cinque.

Emanuele

Le certezze si sgretolano al sole.

Dodici anni fa Milano si presentò diversa dalla mia terra per tantissimi aspetti. Era grande, efficiente, veloce. Frenetica al punto che decisi di non vivere esattamente tra i suoi quartieri. Milano, e il nord in generale, però non mi colpirono esclusivamente per questo.

Nel profondo, una delle differenze più d’impatto all’occhio di un sabbioso [1] era il colore del paesaggio. Milano e i suoi dintorni erano tutti colorati di un verde profondo, molto distante dal giallo-oro della mia terra.

Come per chiunque, sono le differenze quelle che saltano all’occhio.

Questo verde portava con sé tanta prosperità, non solo economica ma naturale: l’acqua scorreva abbondante e le temperature estive meno rigide contribuivano in tal senso.

Ricordo di ascoltare affascinato e incredulo un collega che mi spiegava come fosse normale che in alcune zone di Milano l’acqua non si pagasse e non aveva senso centellinarne l’uso.

L’acqua era così abbondante che il Comune periodicamente doveva buttare l’acqua della falda nei navigli per evitare l’allagamento dei suoi sotterranei.

Erano problemi che un siciliano non ha mai dovuto affrontare. Nuovamente, le differenze colpivano in maniera intensa. Il mondo, al nord, sembrava capovolto.

Quest’estate però tutto sembra essersi completamente rimescolato, confuso e tristemente intrecciato. Tra le notizie si parla sempre più di siccità al nord, di intere regioni in stato d’emergenza, del Pò in secca e dell’acqua del mare che rientra alla sua foce.

Vivo in una casa con giardino e per la prima volta mi pongo domande circa la sua sostenibilità.

Ho la sensazione che la rapidità con cui certi fenomeni si stanno verificando ci permetteranno in breve tempo di riconoscere differenze importanti. Purtroppo non esistono soluzioni semplici o economiche e questo farà sì che lottare il cambiamento climatico, come frenare una ruota nel precipizio, sarà complicatissimo se non impossibile.

Mentre scrivo questo post mi domando quale sarà il pianeta che vedrò tra dodici anni. Queste parole sembreranno catastrofiche o inconsapevoli di ciò che ci aspetta?

Emanuele

[1] mia sorella una volta mi disse che non siamo «terroni» ma «sabbiosi» e questa definizione mi è sempre piaciuta moltissimo.

Che ne sarà della tua parte digitale?

Non scrivo su queste pagine da poco più di un mese. Tante cose sono in cottura e il tempo corre, avanza e fugge via. Racconterò meglio, con più calma, al momento giusto.

In questi giorni mi ponevo una domanda alla quale da anni non ho dato risposta e che però stamattina è tornata in mente con triste prepotenza dopo la brutta notizia ricevuta da Gioxx (ciao Paolo! Ricordo con affetto i pomeriggi in cui mi davi suggerimenti per blogvalidator!)

I social main-stream tendono a mantenere «vivi» i nostri account molto oltre il nostro inevitabile momento. Lo stesso però non si può dire per tutto quel che gestiamo in autonomia (o paghiamo per tenere attivo).

Penso a queste pagine dunque, ma anche alla mia casella di posta, al mio server Mastodon e così via.

Il web muore continuamente per migliaia di ragioni tra cui la scomparsa dei suoi amministratori.

Ho pensato spesso di preparare un post da tenere in programmazione pronto per salutare tutti ma, in un mix di scaramanzia e presunzione che certe cose non debbano riguardarmi, non l’ho mai preparato.

Quel giorno, cosa sarà di queste pagine? E cosa sarà del tuo blog? Hai un piano di mantenimento o auto-distruzione?

Emanuele

Arriva Unipol Move. Evviva? No.

L’arrivo di Unipol Move mi ha spinto ad andare a curiosare quali fossero le mie spese fisse per il servizio Telepass.

Credo che il sito Telepass sia appositamente poco chiaro in tal senso. Chissà perché certi servizi fatichino nel proporre all’utente interfacce semplici ed immediate un po’ come fanno Netflix, Spotify o qualsiasi servizio moderno in cui viene esposto chiaramente “la tua tariffa è 5€ al mese”.

Per capire cosa spendi devi necessariamente passare dalle fatture e anche queste hanno un periodo di fatturazione variabile (in base alla spesa nel mese solare) pertanto devi osservare con attenzione i dati per ritrovare i tuoi costi fissi.

Navigando nel sito, ho trovato come visualizzare i resoconti annuali relativi alle spese di viaggio e il totale mi ha lasciato sbigottito.

Negli ultimi 4 anni ho speso 4091,47€ in caselli autostradali.

Grafico a barre pedaggi autostradali negli ultimi 4 anni.
2018: 798,81€
2019: 1098,32€
2020: 713,14€
2021: 1481,20€

Porsi due domande sui costi di mantenimento delle autostrade è stato immediato. Non voglio che questo post finisca nel classico «le strade fanno schifo, i ponti cadono» ma fermarsi a riflettere è doveroso.

Mi domando perché non sia possibile offrire una tariffazione annuale a forfait come, in Europa, fanno Svizzera (39€), Austria (84€), Bulgaria (35€), Repubblica Ceca (60€), Germania (130€), Romania (28€), Slovacchia (50€), Slovenia (95€) o Ungheria (98€).

L’orografia italiana è particolare, abbiamo molti ponti e tante gallerie ma davvero il costo di mantenimento della rete è così distante dal resto d’Europa?

Qualsiasi pendolare italiano spende in caselli 100€ al mese con una banalissima tratta da 4€ A/R.

Qual è la distanza media coperta? Qual è la spesa media per auto? Qual è il costo di gestione per km?

Secondo questo interessantissimo rapporto di Bankitalia pubblicato nel 2020, i ricavi delle società autostradali cui le tratte sono date in concessione, sono aumentati del 13% nell’ultimo decennio al netto dell’inflazione.

La cosa più interessante però è il grafico presente a pagina 18: la crescita del costo dei pedaggi non è aumentato in maniera lineare con l’aumento del traffico. Tutto a favore degli investimenti (manutenzione e nuove infrastrutture) direte voi… no! Dal 2011 al 2018 gli investimenti sono stati più che dimezzati.

Nel frattempo oltralpe vengono gestiti impianti autostradali molto più estesi e con un indice di mortalità il 50% inferiore rispetto al nostro: educazione stradale, prevenzione e qualità delle infrastrutture sono i tre componenti chiave di questo risultato.

Non ho risposte definitive ma ho la sensazione che l’aver permesso a 25 società di gestire l’intera rete non abbia favorito i viaggiatori. Non può, ovviamente, esistere competizione sulle tratte e il passaggio permesso dal Ministero dei Trasporti da un regime tariffario con redditività limitata ad uno legato ad un “indice di produttività” ha certamente favorito gli operatori.

L’arrivo di Unipol Move festeggiato con entusiasmo è, insomma, un po’ come osservare il dito piuttosto che la luna. Il vero problema non è il telepass a uno o due euro al mese.

Emanuele

Il nuovo olio nero.

«Elon Musk compra Twitter». Cosa significa? Qualcuno in rete faceva notare che significa che un potente può comprare tutte le nostre interazioni digitali, il nostro grafo sociale, i nostri messaggi diretti e tutti i metadati che si possono costruire su un profilo (dal banale “che tipo di messaggi è solito inviare?” al più curioso “dov’è quando li manda?”).

Non so come Musk gestirà Twitter. Non so se andrà meglio o peggio. Non è questo il punto. Il punto è che oggi è lui, tra 5 o 10 anni potrà essere qualcun altro che, con tanti soldi, diventerà proprietario di una vastissima base di dati per chissà quale fine. A poco servirà cancellare il proprio profilo in quel momento.

Personalmente concordo con Jack Dorsey (ideatore di Twitter che da tempo ha lasciato le redini) circa la possibilità che Twitter (ma per estensione anche gli altri luoghi sociali mainstream) diventino dei servizi pubblici. «Beni dell’umanità» che nessuno può possedere e con regole ben definite per l’accesso alle informazioni che nel tempo, inevitabilmente, raccolgono.

Le alternative ovviamente esistono. Esiste la cifratura end-to-end, esistono sistemi «metadata resistant» (cioè in grado di non fornire metadati d’uso), esistono sistemi federati.

Il problema è che la massa non si sposterà mai senza che i nerd diano il via.

Sei un youtuber? Inizia a far conoscere Mastodon ad esempio.

La massa da sempre segue le indicazioni degli influencer. La politica e il mondo dell’informazione si sposta rapidamente dove c’è una massa importante.

Il web 2.0 è stato il far-west della Silicon Valley che grazie a poche ma efficaci tecnologie ha permesso l’interazione pretendendo in cambio il controllo.

C’è chi ha definito tutto questo «il nuovo olio nero» per il valore che queste nuove piattaforme hanno estratto negli ultimi quindici anni.

E’ ora di cambiare paradigma e puoi farlo anche tu.

Riprendiamoci i nostri dati.

Emanuele

Condividere subito?

La mia dieta dai social mi sta rendendo nel tempo sempre più lurker. Twitter è l’unico social main-stream al quale sono iscritto e che leggo (ancora) regolarmente, al contempo però i miei contributi sono sempre meno frequenti (e da tempo immemore totalmente non personali).

Da qualche anno inoltre, ho smesso di rilanciare i post di questo blog sul mio account Twitter per un semplice motivo: il tool di Analytics di Twitter mi indicava che il rapporto tra numero di visualizzazioni e numero di click era estremamente basso.

Le ragioni possono essere varie. La prima, sicuramente, può essere dovuta al fatto che scrivo roba noiosa e di bassa qualità. La seconda potrebbe essere dovuta allo scarso interesse del mio pubblico. La terza, ovviamente, potrebbe dipendere dal fatto che su Twitter, la discussione all’interno della piattaforma ha il fuoco maggiore. I click verso l’esterno che facciamo sono pochissimi rispetto ai link che passano sotto i nostri pollici.

Così: perché continuare ad alimentare una piattaforma?

Vedo che in tanti cedono al rilancio automatico dei propri contenuti in quello che a me suona come un mix tra retaggio culturale e un riflesso incondizionato.

Siamo noi che usiamo Twitter o è Twitter che usa noi? La domanda ovviamente vale per tutte le piattaforme nelle quali abbiamo queste abitudini ma comprendere se quel che facciamo abbia davvero senso o meno credo sia molto sano.

Emanuele

2500 metri!

Questo autunno ho ripreso a far piscina, in inverno per ragioni diverse (covid, fallimento della struttura…) c’è stato un attimo di pausa ma da un mesetto circa son tornato in acqua.

Stasera le mie prime cento vasche meritano un post.

Non è ancora un ritmo da supereroi ma ho coperto i 2500 metri in 1 ora e 4 minuti.

L’obiettivo – con un amico – è quello di arrivare a coprire la distanza dello Stretto di Messina per tentare, un giorno, l’impresa. Chissà.

Emanuele