Gestazione.

Viviamo in un grembo. Passiamo l’intera nostra esistenza avvertendo una Luce; la cogliamo come il bagliore riflesso da uno specchio ogni volta che respiriamo dell’aria pulita, che accarezziamo il gambo di un bel fiore, che ci sentiamo avvolti da un vento leggero mentre stendiamo delle lenzuola pulite, che scaliamo una roccia immersa nel terreno o che udiamo l’eco di una campana provenire da una grande vallata. Non abbiamo totale coscienza di ciò che incontreremo ma qualcosa, dentro ognuno di noi, vibra quando la Vera Vita si manifesta.

Stamattina, alle 11, mio zio è nato. Per la prima volta nella sua Vera Vita.

Emanuele

Tace la voce, grida il cuore (Sant’Agostino).

Immerso in un silenzio che silenzio non è, provo a raccogliere parte dei miei pensieri. Sono appena arrivato a Milano, sdraiato sul letto, Macbook tra le gambe provo a dire tutto ciò che in questi giorni ho nascosto.

L’ultimo esame d’abilitazione (della mia vita) è tolto dai pensieri futuri, non ho ancora avuto l’esito ma sono positivo: ho consegnato 3 ore prima delle 8 previste.

Sapete, mesi fa avevo un sogno. Era fine Agosto, da lì a poco mi sarei laureato e avevo già sentore del lavoro che mi avrebbe catapultato in una nuova vita così sognavo di poter fare un gesto piccolissimo che però, dentro me (e forse solo per me), aveva un valore enorme: volevo portare una domenica, dopo aver ricevuto il mio primo stipendio della vita, una guantiera di dolcini a casa. Volevo pranzare senza pensieri, pienamente felice, orgoglioso dei miei successi.

E invece quella maledetta notte ha stravolto i miei piani. Ho vissuto i mesi successivi portando nel cuore le bellissime parole che mio zio mi aveva consegnato come dono più bello e che si sintetizzavano in un concetto che io amavo già da tempo e che amo tutt’ora: portare gioia. Dovevo riuscirci – addirittura – attraverso la semplice presenza.

E io riconosco tutt’ora la bellezza di quel compito ma i dolcini non sono mai più riuscito a comprarli. Ogni domenica – in questi mesi – son tornato dai miei. Puntuale, parcheggio, vedo quel negozio di dolciumi all’angolo e mi torna in mente questa scelta. Non posso mi dico.

Anni fa, mia sorella scriveva un po’ dovunque una frase stupidissima di Che Guevara, una frase che, forse, qualsiasi adolescente in piena crisi esistenziale farebbe il suo cavallo di battaglia: “Come si può essere vivi e felici se non lo possono essere tutti?”. Forse è stato un po’ anche il suo, non so. Intanto io l’ho saputa cum-prendere solo in questi mesi. In questi mesi in cui non ne sbaglio una. Il lavoro va, l’abilitazione è volata come fosse una partita a biglie sulla sabbia, gli amici li sento presenti, vicini, veri e sinceri. Però chi amo davvero non è pienamente felice ed è dura combattere con questo squilibrio interiore. Perché non sono una persona che sa pensare a se stessa chiudendo porte e finestre. Per questo quella fortuna mi da un fastidio tremendo, per questo scrivevo post titolati “distribuisci meglio le cose quaggiù” o tutto ciò che ho mi è sembrato frutto di un periodo di tentazioni. In questo periodo darei un braccio della mia fortuna per loro ma sembra che questo baratto non sia possibile: non è un patto che Lui, dall’Alto, vuol accettare.

Lunedì, prima dell’esame, mi son ritrovato in un bar a prendere un té con mia zia. Era necessario, dopo aver ricevuto l’ultima brutta notizia: i medici, da lì in avanti, avrebbero proceduto con una terapia di accompagnamento, perché dopo 100 giorni, decine di interventi, tentativi e soluzioni più o meno collaudate si è accettato che quel corpo non ha più voglia di questa vita terrena. Andare a studiare, dopo quelle lacrime, uscendo dal reparto di terapia intensiva fu l’ennesimo strappo in cui ti chiedi per cosa ti stai sbattendo. Il dovere… il dovere. Questo maledetto dovere. Ma dovere per chi? Dio o mammona? Il giorno dopo, mentre svolgevo il mio bel compito il pensiero tornava alle parole dei medici ogni due righe di codice. Avrei buttato via la penna una dozzina di volte. Volevo urlare. Volevo distruggere quel compito. Volevo perdere, sbagliare, essere triste per qualcosa di mio. Volevo pareggiare quella nuvola di fortuna che mi avvolge battendola in maniera subdola: scegliendo, consapevolmente, di fallire. So però che certe sparate mostrano irresponsabilità, immaturità e ingenuità e così ho tenuto i nervi saldi, ho continuato a scrivere e scrivere e scrivere. Ho consegnato quel compito con una rabbia interiore immensa.

A mio zio non potrò raccontarlo mai, in questi ultimi giorni è peggiorato vistosamente, ma so che un dì – un bel dì -, in qualche modo, leggerà queste pagine. So che capirà che se ho stretto i denti è stato per regalare felicità però in qualche modo dovevo sfuggire a quel dovere continuo che assale la nostra generazione e che ci allontana dagli affetti, dalle cose più profonde e vere della vita. Così, nel mio piccolo, ho deciso che potevo trascurare il blog. Era un dovere di cui potevo fare a meno: “Devi rispondere, devi scrivere, devi sfogarti, tanta gente si aspetta un post…”. Assolutamente no! Ho vissuto questi giorni tra il corridoio e la stanza dell’ospedale in cui riposa. Non ho incontrato amici, non ho preso birre, non ho girato Palermo, non ho mangiato mezza arancina. Mi andava di trascurare tutto ciò che fa parte del “devi assolutamente” della vita… ma so bene che non si può dar di matto e iniziare a venir meno alle proprie responsabilità, così – sconsolato e innervosito – rieccomi a Milano. Stasera ho salutato mio zio con un bacio su quella fronte ormai lucida consapevole che sarà l’ultimo bacio. E’ stata dura salire sulla passerella dell’aereo. Sarà dura, domani, esser soddisfatti di sentirsi un lavoratore che rientra dopo aver consumato tutte le sue ferie. Eppure, una suora raccontava che i veri cristiani sanno vivere la morte con gioia. E allora io ci proverò, perché la stessa cosa me l’aveva confidata mio zio poco prima della laurea.

Fuori dal reparto di terapia intensiva c’è appeso un quadro che non so in quanti leggano, ma so che è la risposta a tutto.

Dei bambini, hanno scritto semplicemente questo: “La vita è un inno, cantalo”. Ogni volta che rileggo questa brevissima dichiarazione mi rendo conto di quanto sia bella perché gli inni, anche se intrisi di amarezza, sono la maniera più aulica di scrivere che per passare alla Vera Vita è necessario il calvario, la passione, la morte e con la nostra vita non possiamo far altro che testimoniare l’accettazione del suo Mistero più profondo.

Emanuele

Salvate i Virginiana Miller.

Sabato scorso sono andato a vedere, fuori Milano, i Virginiana Miller. Un gruppo indie-rock sconosciuto ai più (ed anche ai meno) che però ai per piace. Ok, dopo aver suggellato di minchiate l’inizio di questo post, volevo comunicarvi due parole serissime.

Virginiana Miller

E’ triste che vada avanti sempre e solo la musica promossa e pubblicizzata che, il più delle volte, non è nulla di geniale. I Virginiana Miller sono vivi da vent’anni (loro un po’ di più, la loro musica da venti), non se li caga nessuno, però il cantante ha una bella voce (che fa innamorare le fanciulle) e – cavoli – i testi sono interessanti. Inoltre non si può ignorare un gruppo che titola i suoi album Gelaterie sconsacrate o Salva con nome.

Ecco, fate una cosa, la prossima volta che scaricate, salvatevi anche un loro album. Io, se possibile, tornerò ad ascoltarli.

Emanuele

Le riforme ad-personam.

Berlusconi ha dichiarato che le scuole pubbliche non educano e così mi chiedo se siano finiti i tempi in cui si lamentava esclusivamente dell’operato degli avversari del governo.

Mi spiego. Silvio una cosa simile non dovrebbe dirla per un motivo semplicissimo che vorrei avessimo tutti in mente: le riforme alla scuola le ha fatte il suo governo! Sta dunque ammettendo che tutto il lavoro svolto dai suoi ministri, tutta la corsa all’approvazione dei decreti attraverso la fiducia, tutto quanto sia stato fatto in questi ultimi mesi non funziona?

Mi sorprende questa affermazione del presidente del consiglio, mi sorprende perché non voglio credere ci sia un personalissimo conflitto d’interessi dietro. Oppure Silvietto rimane al governo esclusivamente per portare avanti, da bravo imprenditore, le aziende di famiglia?

Certe affermazioni, in tal caso, hanno senso e chi continua ad appoggiarlo dovrebbe svegliarsi, dovrebbe capire che ben poco dei suoi progetti sono realmente per il bene della comunità. Dovrebbe farlo a meno, ovviamente, di fare Berlusconi di cognome.

Emanuele

PS: Calamandrei nel 1950 scrisse un testo che non riuscirò mai a dimenticare.

Occasione persa.

Ti fossi voltata, avrei smesso di leggere. Avrei deciso, per una volta, che eri più interessante di quelle pagine intrise di inchiostro che tenevo in mano.

Valigia rossa

Too late. Ho affogato quel rosso in miliardi di altre goccioline nere. Parole piene.

Emanuele

Al parco di Monza.

Oggi pomeriggio altri 43 chilometri in bicicletta. Passeggiata fino al parco di Monza e la casa della foto qui sotto, immersa nel parco, è qualcosa di spettacolare. Di lato si intravede una coppia che aveva fatto un pic-nic. Sarà che i ruderi abbandonati mi hanno sempre affascinato… 🙂

Parco di Monza - 01

Parco di Monza - 01 Parco di Monza - 03 Parco di Monza - 04

All’interno del parco abbiamo incontrato inoltre una gara di corsa, con tanto di banchetto con tè caldo, panettone e marmellata gratis… 🙄

Credo di aver trovato il mio obiettivo per il 2011: raggiungere, in sella, almeno 800 chilometri totali entro l’anno! Pedalare fa bene e poi sto vedendo posti favolosi! 🙂

Emanuele

PS: come un idiota (e per questo tornerò per forza) non sono andato a vedere il circuito di Monza (usato per la Formula 1) che ho scoperto essere immerso nel parco solo dopo esser tornato a casa… 😐

Ma che ve lo dico a fare: parto!

Domani parto, per l’ennesima volta. Ormai credo che il numero di biglietti d’aereo abbia superato, nello stesso arco di tempo, il numero di biglietti della metropolitana acquistati!

Rimango a Palermo fino a Giovedì, e sarà una settimana diversa. Finalmente è arrivato l’ultimo dei quattro esami d’abilitazione (questo sarà un compito scritto di 8 ore…) e sarà l’ennesimo pensiero tolto, l’ennesimo gradino della vita scalato.

Intanto qui fuori oggi c’è il sole, così prima di capire cosa farò nel pomeriggio, mi metto cuffie, musica, fasciacollo e vado a fare un giro col monociclo! 🙂

Buon sabato,

Emanuele