Non so perché, ma le ultime due domeniche in cui mi son ritrovato a Palermo, la coincidenza di orari/impegni mi ha sempre portato ad andare a Messa nella chiesa del mio gruppo scout (non vicinissimo a casa).
Eppure, l’ho già imparato, tornare lì è sempre una bella prova di resistenza per il cuore. Perché rivedi le panche che ti hanno accompagnato per anni, rivedi i posti in cui cavoli, eri piccolo anche tu e poi i posti che invece occupavi quando, crescendo, ti sei ritrovato ad accompagnare nella crescita altri ragazzi. Le hai vissute quelle panche lì.
Domenica scorsa il sacrestano – rivedendomi e chiedendomi puntualmente come me la stia passando al nord – mi assegna la raccolta delle offerte tra due file di panche. Un’ottima scusa, ingrata, per farmele scorrere tutte.
E però vedi che il coro è cambiato, che a cantare ci sono sì, sempre ragazzini e ragazzine, ma son giovani che non conosci, che non ricordi. Aria nuova.
Ti risiedi su quelle panche e dovresti esser lì per pregare e invece pensi. E pensi tanto anche dopo aver ripreso la Vespa, quando all’uscita ti ferma uno dei tuoi marmocchi. Aveva 9 anni e correva come un dannato quando entrò nel tuo gruppo scout. Durante un campo, non potevi far altro che tenertelo in braccio e farlo mangiare.
Mai. Mai chiedere “che mi racconti?”. Perché ti svela che è uscito dal gruppo e quello lo sai già, ma è arrivato all’ultimo anno delle superiori. Cavoli. Cavoli cavoli cavoli. Quanto sono vecchio? Quanto diamine. Aveva nove anni. Nove.
E così al semaforo hai fretta di ripartire, per chissà dove, per chissà quale altro presente da rileggere, un giorno, come distantissimo in modo che, almeno questo, non esista più.
Emanuele