Roba che ti fa sentire vecchio (e nostalgico).

Non so perché, ma le ultime due domeniche in cui mi son ritrovato a Palermo, la coincidenza di orari/impegni mi ha sempre portato ad andare a Messa nella chiesa del mio gruppo scout (non vicinissimo a casa).

Eppure, l’ho già imparato, tornare lì è sempre una bella prova di resistenza per il cuore. Perché rivedi le panche che ti hanno accompagnato per anni, rivedi i posti in cui cavoli, eri piccolo anche tu e poi i posti che invece occupavi quando, crescendo, ti sei ritrovato ad accompagnare nella crescita altri ragazzi. Le hai vissute quelle panche lì.

Domenica scorsa il sacrestano – rivedendomi e chiedendomi puntualmente come me la stia passando al nord – mi assegna la raccolta delle offerte tra due file di panche. Un’ottima scusa, ingrata, per farmele scorrere tutte.

E però vedi che il coro è cambiato, che a cantare ci sono , sempre ragazzini e ragazzine, ma son giovani che non conosci, che non ricordi. Aria nuova.

Ti risiedi su quelle panche e dovresti esser lì per pregare e invece pensi. E pensi tanto anche dopo aver ripreso la Vespa, quando all’uscita ti ferma uno dei tuoi marmocchi. Aveva 9 anni e correva come un dannato quando entrò nel tuo gruppo scout. Durante un campo, non potevi far altro che tenertelo in braccio e farlo mangiare.

Mai. Mai chiedere “che mi racconti?”. Perché ti svela che è uscito dal gruppo e quello lo sai già, ma è arrivato all’ultimo anno delle superiori. Cavoli. Cavoli cavoli cavoli. Quanto sono vecchio? Quanto diamine. Aveva nove anni. Nove.

E così al semaforo hai fretta di ripartire, per chissà dove, per chissà quale altro presente da rileggere, un giorno, come distantissimo in modo che, almeno questo, non esista più.

Emanuele

(e non perdere la voglia di volare…).

Iniziamo dicendo una cosa: oggi è il mio compleanno. Sono ventotto. Mi piace questo numero. Ventisette è brutto perché il sette, fin da piccolo, m’ha fatto antipatia. 28 è bello, è tutto tondo.

Son tornato da Palermo, coi miei fratelli, con l’ultimo aereo della sera. Avrei milioni di emozioni da raccontarvi della giornata di ieri: vedere un pullman (si, un pullman!) arrivare da fuori città per dare un ultimo saluto a mio zio può farvi capire le proporzioni della messa di ieri, celebrata dal cardinale, con un centinaio di sacerdoti e una dozzina di vescovi al seguito. Qualcosa che, mio zio, da vivo, avrebbe sicuramente accettato poco… lui che amava lavorare dietro le quinte. Oltre 1500 persone (non son bastati i ricordini) hanno riempito la Cattedrale.

Oggi mi son fermato. Stavo odiando questi doveri da cui non sfuggire e così stamattina ho chiamato e ho detto che mi sarei assentato. C’è il sole fuori, ho già fatto una bella lavata e ho steso tutto in giardino: una volta tanto i vestiti non si asciugheranno nel corridoio ma sventoleranno fuori. E’ un piacere vederli su quello stendino mentre il sole li bacia. E’ stato anche un piacere e un gran regalo poter ospitare stanotte i miei fratelli a casa mia. Mentre chiudevo gli occhi pensavo proprio a questo, pensavo a dove sono arrivato. In questi mesi avevamo sempre corso tutti e non erano ancora venuti a trovarmi. Adesso, con la metropolitana, sono già volati verso i loro impegni…

Non farò nulla di speciale oggi, non ho voglia di grandi festeggiamenti, non sarei dell’umore giusto perché le pagine della vita non si voltano come quelle di un libro ma, di tanto in tanto, necessitano di tempi più lunghi. Però sono sereno.

Mi dedicherò a far tutte quelle cose che, solitamente, si fanno di corsa tra una giornata lavorativa e l’altra. Sarà una giornata bellissima, semplicemente per questo.

Emanuele

Il contrasto è la chiave di volta.

Sole e spighe di grano in controluce

La notte non è mai così nera come prima dell’alba
ma poi l’alba sorge sempre a cancellare il buio della notte.
Così ogni nostra angoscia, per quanto profonda prima o poi
trova motivo di attenuarsi e placarsi,
purché lo vogliamo. Sappiamo che c’è la luce perché c’è il buio
che c’è la gioia perché c’è il dolore, che c’è la pace perché c’è la guerra
e dobbiamo sapere che la vita vive di questi contrasti.

Tratto da “Notte infinita” di Romano Battaglia

Emanuele

(photo credits)

Gestazione.

Viviamo in un grembo. Passiamo l’intera nostra esistenza avvertendo una Luce; la cogliamo come il bagliore riflesso da uno specchio ogni volta che respiriamo dell’aria pulita, che accarezziamo il gambo di un bel fiore, che ci sentiamo avvolti da un vento leggero mentre stendiamo delle lenzuola pulite, che scaliamo una roccia immersa nel terreno o che udiamo l’eco di una campana provenire da una grande vallata. Non abbiamo totale coscienza di ciò che incontreremo ma qualcosa, dentro ognuno di noi, vibra quando la Vera Vita si manifesta.

Stamattina, alle 11, mio zio è nato. Per la prima volta nella sua Vera Vita.

Emanuele

Tace la voce, grida il cuore (Sant’Agostino).

Immerso in un silenzio che silenzio non è, provo a raccogliere parte dei miei pensieri. Sono appena arrivato a Milano, sdraiato sul letto, Macbook tra le gambe provo a dire tutto ciò che in questi giorni ho nascosto.

L’ultimo esame d’abilitazione (della mia vita) è tolto dai pensieri futuri, non ho ancora avuto l’esito ma sono positivo: ho consegnato 3 ore prima delle 8 previste.

Sapete, mesi fa avevo un sogno. Era fine Agosto, da lì a poco mi sarei laureato e avevo già sentore del lavoro che mi avrebbe catapultato in una nuova vita così sognavo di poter fare un gesto piccolissimo che però, dentro me (e forse solo per me), aveva un valore enorme: volevo portare una domenica, dopo aver ricevuto il mio primo stipendio della vita, una guantiera di dolcini a casa. Volevo pranzare senza pensieri, pienamente felice, orgoglioso dei miei successi.

E invece quella maledetta notte ha stravolto i miei piani. Ho vissuto i mesi successivi portando nel cuore le bellissime parole che mio zio mi aveva consegnato come dono più bello e che si sintetizzavano in un concetto che io amavo già da tempo e che amo tutt’ora: portare gioia. Dovevo riuscirci – addirittura – attraverso la semplice presenza.

E io riconosco tutt’ora la bellezza di quel compito ma i dolcini non sono mai più riuscito a comprarli. Ogni domenica – in questi mesi – son tornato dai miei. Puntuale, parcheggio, vedo quel negozio di dolciumi all’angolo e mi torna in mente questa scelta. Non posso mi dico.

Anni fa, mia sorella scriveva un po’ dovunque una frase stupidissima di Che Guevara, una frase che, forse, qualsiasi adolescente in piena crisi esistenziale farebbe il suo cavallo di battaglia: “Come si può essere vivi e felici se non lo possono essere tutti?”. Forse è stato un po’ anche il suo, non so. Intanto io l’ho saputa cum-prendere solo in questi mesi. In questi mesi in cui non ne sbaglio una. Il lavoro va, l’abilitazione è volata come fosse una partita a biglie sulla sabbia, gli amici li sento presenti, vicini, veri e sinceri. Però chi amo davvero non è pienamente felice ed è dura combattere con questo squilibrio interiore. Perché non sono una persona che sa pensare a se stessa chiudendo porte e finestre. Per questo quella fortuna mi da un fastidio tremendo, per questo scrivevo post titolati “distribuisci meglio le cose quaggiù” o tutto ciò che ho mi è sembrato frutto di un periodo di tentazioni. In questo periodo darei un braccio della mia fortuna per loro ma sembra che questo baratto non sia possibile: non è un patto che Lui, dall’Alto, vuol accettare.

Lunedì, prima dell’esame, mi son ritrovato in un bar a prendere un té con mia zia. Era necessario, dopo aver ricevuto l’ultima brutta notizia: i medici, da lì in avanti, avrebbero proceduto con una terapia di accompagnamento, perché dopo 100 giorni, decine di interventi, tentativi e soluzioni più o meno collaudate si è accettato che quel corpo non ha più voglia di questa vita terrena. Andare a studiare, dopo quelle lacrime, uscendo dal reparto di terapia intensiva fu l’ennesimo strappo in cui ti chiedi per cosa ti stai sbattendo. Il dovere… il dovere. Questo maledetto dovere. Ma dovere per chi? Dio o mammona? Il giorno dopo, mentre svolgevo il mio bel compito il pensiero tornava alle parole dei medici ogni due righe di codice. Avrei buttato via la penna una dozzina di volte. Volevo urlare. Volevo distruggere quel compito. Volevo perdere, sbagliare, essere triste per qualcosa di mio. Volevo pareggiare quella nuvola di fortuna che mi avvolge battendola in maniera subdola: scegliendo, consapevolmente, di fallire. So però che certe sparate mostrano irresponsabilità, immaturità e ingenuità e così ho tenuto i nervi saldi, ho continuato a scrivere e scrivere e scrivere. Ho consegnato quel compito con una rabbia interiore immensa.

A mio zio non potrò raccontarlo mai, in questi ultimi giorni è peggiorato vistosamente, ma so che un dì – un bel dì -, in qualche modo, leggerà queste pagine. So che capirà che se ho stretto i denti è stato per regalare felicità però in qualche modo dovevo sfuggire a quel dovere continuo che assale la nostra generazione e che ci allontana dagli affetti, dalle cose più profonde e vere della vita. Così, nel mio piccolo, ho deciso che potevo trascurare il blog. Era un dovere di cui potevo fare a meno: “Devi rispondere, devi scrivere, devi sfogarti, tanta gente si aspetta un post…”. Assolutamente no! Ho vissuto questi giorni tra il corridoio e la stanza dell’ospedale in cui riposa. Non ho incontrato amici, non ho preso birre, non ho girato Palermo, non ho mangiato mezza arancina. Mi andava di trascurare tutto ciò che fa parte del “devi assolutamente” della vita… ma so bene che non si può dar di matto e iniziare a venir meno alle proprie responsabilità, così – sconsolato e innervosito – rieccomi a Milano. Stasera ho salutato mio zio con un bacio su quella fronte ormai lucida consapevole che sarà l’ultimo bacio. E’ stata dura salire sulla passerella dell’aereo. Sarà dura, domani, esser soddisfatti di sentirsi un lavoratore che rientra dopo aver consumato tutte le sue ferie. Eppure, una suora raccontava che i veri cristiani sanno vivere la morte con gioia. E allora io ci proverò, perché la stessa cosa me l’aveva confidata mio zio poco prima della laurea.

Fuori dal reparto di terapia intensiva c’è appeso un quadro che non so in quanti leggano, ma so che è la risposta a tutto.

Dei bambini, hanno scritto semplicemente questo: “La vita è un inno, cantalo”. Ogni volta che rileggo questa brevissima dichiarazione mi rendo conto di quanto sia bella perché gli inni, anche se intrisi di amarezza, sono la maniera più aulica di scrivere che per passare alla Vera Vita è necessario il calvario, la passione, la morte e con la nostra vita non possiamo far altro che testimoniare l’accettazione del suo Mistero più profondo.

Emanuele

Salvate i Virginiana Miller.

Sabato scorso sono andato a vedere, fuori Milano, i Virginiana Miller. Un gruppo indie-rock sconosciuto ai più (ed anche ai meno) che però ai per piace. Ok, dopo aver suggellato di minchiate l’inizio di questo post, volevo comunicarvi due parole serissime.

Virginiana Miller

E’ triste che vada avanti sempre e solo la musica promossa e pubblicizzata che, il più delle volte, non è nulla di geniale. I Virginiana Miller sono vivi da vent’anni (loro un po’ di più, la loro musica da venti), non se li caga nessuno, però il cantante ha una bella voce (che fa innamorare le fanciulle) e – cavoli – i testi sono interessanti. Inoltre non si può ignorare un gruppo che titola i suoi album Gelaterie sconsacrate o Salva con nome.

Ecco, fate una cosa, la prossima volta che scaricate, salvatevi anche un loro album. Io, se possibile, tornerò ad ascoltarli.

Emanuele