Tace la voce, grida il cuore (Sant’Agostino).

Immerso in un silenzio che silenzio non è, provo a raccogliere parte dei miei pensieri. Sono appena arrivato a Milano, sdraiato sul letto, Macbook tra le gambe provo a dire tutto ciò che in questi giorni ho nascosto.

L’ultimo esame d’abilitazione (della mia vita) è tolto dai pensieri futuri, non ho ancora avuto l’esito ma sono positivo: ho consegnato 3 ore prima delle 8 previste.

Sapete, mesi fa avevo un sogno. Era fine Agosto, da lì a poco mi sarei laureato e avevo già sentore del lavoro che mi avrebbe catapultato in una nuova vita così sognavo di poter fare un gesto piccolissimo che però, dentro me (e forse solo per me), aveva un valore enorme: volevo portare una domenica, dopo aver ricevuto il mio primo stipendio della vita, una guantiera di dolcini a casa. Volevo pranzare senza pensieri, pienamente felice, orgoglioso dei miei successi.

E invece quella maledetta notte ha stravolto i miei piani. Ho vissuto i mesi successivi portando nel cuore le bellissime parole che mio zio mi aveva consegnato come dono più bello e che si sintetizzavano in un concetto che io amavo già da tempo e che amo tutt’ora: portare gioia. Dovevo riuscirci – addirittura – attraverso la semplice presenza.

E io riconosco tutt’ora la bellezza di quel compito ma i dolcini non sono mai più riuscito a comprarli. Ogni domenica – in questi mesi – son tornato dai miei. Puntuale, parcheggio, vedo quel negozio di dolciumi all’angolo e mi torna in mente questa scelta. Non posso mi dico.

Anni fa, mia sorella scriveva un po’ dovunque una frase stupidissima di Che Guevara, una frase che, forse, qualsiasi adolescente in piena crisi esistenziale farebbe il suo cavallo di battaglia: “Come si può essere vivi e felici se non lo possono essere tutti?”. Forse è stato un po’ anche il suo, non so. Intanto io l’ho saputa cum-prendere solo in questi mesi. In questi mesi in cui non ne sbaglio una. Il lavoro va, l’abilitazione è volata come fosse una partita a biglie sulla sabbia, gli amici li sento presenti, vicini, veri e sinceri. Però chi amo davvero non è pienamente felice ed è dura combattere con questo squilibrio interiore. Perché non sono una persona che sa pensare a se stessa chiudendo porte e finestre. Per questo quella fortuna mi da un fastidio tremendo, per questo scrivevo post titolati “distribuisci meglio le cose quaggiù” o tutto ciò che ho mi è sembrato frutto di un periodo di tentazioni. In questo periodo darei un braccio della mia fortuna per loro ma sembra che questo baratto non sia possibile: non è un patto che Lui, dall’Alto, vuol accettare.

Lunedì, prima dell’esame, mi son ritrovato in un bar a prendere un té con mia zia. Era necessario, dopo aver ricevuto l’ultima brutta notizia: i medici, da lì in avanti, avrebbero proceduto con una terapia di accompagnamento, perché dopo 100 giorni, decine di interventi, tentativi e soluzioni più o meno collaudate si è accettato che quel corpo non ha più voglia di questa vita terrena. Andare a studiare, dopo quelle lacrime, uscendo dal reparto di terapia intensiva fu l’ennesimo strappo in cui ti chiedi per cosa ti stai sbattendo. Il dovere… il dovere. Questo maledetto dovere. Ma dovere per chi? Dio o mammona? Il giorno dopo, mentre svolgevo il mio bel compito il pensiero tornava alle parole dei medici ogni due righe di codice. Avrei buttato via la penna una dozzina di volte. Volevo urlare. Volevo distruggere quel compito. Volevo perdere, sbagliare, essere triste per qualcosa di mio. Volevo pareggiare quella nuvola di fortuna che mi avvolge battendola in maniera subdola: scegliendo, consapevolmente, di fallire. So però che certe sparate mostrano irresponsabilità, immaturità e ingenuità e così ho tenuto i nervi saldi, ho continuato a scrivere e scrivere e scrivere. Ho consegnato quel compito con una rabbia interiore immensa.

A mio zio non potrò raccontarlo mai, in questi ultimi giorni è peggiorato vistosamente, ma so che un dì – un bel dì -, in qualche modo, leggerà queste pagine. So che capirà che se ho stretto i denti è stato per regalare felicità però in qualche modo dovevo sfuggire a quel dovere continuo che assale la nostra generazione e che ci allontana dagli affetti, dalle cose più profonde e vere della vita. Così, nel mio piccolo, ho deciso che potevo trascurare il blog. Era un dovere di cui potevo fare a meno: “Devi rispondere, devi scrivere, devi sfogarti, tanta gente si aspetta un post…”. Assolutamente no! Ho vissuto questi giorni tra il corridoio e la stanza dell’ospedale in cui riposa. Non ho incontrato amici, non ho preso birre, non ho girato Palermo, non ho mangiato mezza arancina. Mi andava di trascurare tutto ciò che fa parte del “devi assolutamente” della vita… ma so bene che non si può dar di matto e iniziare a venir meno alle proprie responsabilità, così – sconsolato e innervosito – rieccomi a Milano. Stasera ho salutato mio zio con un bacio su quella fronte ormai lucida consapevole che sarà l’ultimo bacio. E’ stata dura salire sulla passerella dell’aereo. Sarà dura, domani, esser soddisfatti di sentirsi un lavoratore che rientra dopo aver consumato tutte le sue ferie. Eppure, una suora raccontava che i veri cristiani sanno vivere la morte con gioia. E allora io ci proverò, perché la stessa cosa me l’aveva confidata mio zio poco prima della laurea.

Fuori dal reparto di terapia intensiva c’è appeso un quadro che non so in quanti leggano, ma so che è la risposta a tutto.

Dei bambini, hanno scritto semplicemente questo: “La vita è un inno, cantalo”. Ogni volta che rileggo questa brevissima dichiarazione mi rendo conto di quanto sia bella perché gli inni, anche se intrisi di amarezza, sono la maniera più aulica di scrivere che per passare alla Vera Vita è necessario il calvario, la passione, la morte e con la nostra vita non possiamo far altro che testimoniare l’accettazione del suo Mistero più profondo.

Emanuele

7 commenti » Scrivi un commento

  1. Ciao Emanuele,
    capisco profondamente il bisogno che hai sentito di staccare un po’ dal blog.
    Avevo intuito che stavi vivendo qualcosa di difficile e te l’avevo anche scritto commentando il tuo ultimo post.
    Ci sono momenti che vanno vissuti nell’intimità e non bisogna temere di far venir fuori la tristezza.
    Portare la gioia non significa necessariamente essere sempre felici. 🙂
    Sappi che a me tu porti gioia anche se ora stai soffrendo.
    Sembra un paradosso ma è così.
    Questo è il TUO angolo ed hai tutto il diritto di scrivere quando vuoi e se vuoi.
    Personalmente apprezzo anche le tue assenze, i tuoi silenzi e le tue non risposte. 🙂
    Ciao
    Robi

    • camu, proprio così. E sto sentendo un grande fastidio per tutti questi doveri che ci allontanano dal senso più vero della vita: trascorrere il tempo coi nostri cari.
      robi: grazie per la sensibilità e le belle parole, a me probabilmente, in questo momento, mancano le migliori per rispondere a tutti i punti del tuo commento.
      Ciao,
      Emanuele

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