Tentativi e poco più.

La realtà è che più passano i giorni, più mi sembra di non avervi saputo dir nulla sull’Africa. Quei post che hanno caratterizzato la fine d’Agosto rappresentano un misero tentativo che mi lascia insoddisfatto. L’Africa è stata milioni di altre cose messe insieme e, purtroppo, gli strumenti digitali non permettono di trasmettere le emozioni come mi piacerebbe fare.

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Ieri sera – finalmente – ho selezionato un po’ di foto. Flickr limita gli account gratuiti a 200 foto, così il numero è esiguo. Ne avevo scattato oltre 1800 (e quasi altrettante ne avevano fatte gli altri partecipanti del viaggio) così – capite bene – anche questa selezione è un tentativo misero e insufficiente per rappresentare le mie sensazioni. Ognuna di quelle foto nasconde una storia, un momento particolare, odori e sapori.

In ogni caso, trovate le foto qui e se volete vederne qualcuna in più, potete sempre regalarmi un account Pro. Se invece qualcuna di esse vi colpisce particolarmente, segnalatemela e proverò a trasformarla in storia

Emanuele

“Oceano mare” di Alessandro Baricco.

Oceano Mare - Baricco - copertinaCi sono libri che sono come una zattera per un naufrago. Per quanto tu possa tentare altre strade, l’unica soluzione è accettare di dover convivere con lei fino alla fine. Oceano mare, per me, è stato così. Ho trovato una zattera la settimana scorsa, vagando tra parole non mie. Ho sentito immediatamente di doverne completare il quadro. Una bella citazione, quando ti rapisce, non puoi lasciarla decontestualizzata: dovevo conoscere di più, dovevo scoprire di più. Dovevo avere quel libro e raggiungere la parola “Fine”.

Sembra che il periodo, per lo stile narrativo, non sia dei più propizi. Anche Baricco, dopo De Luca, ha uno stile abbastanza sui generis nel portare avanti i dialoghi o le descrizioni. All’inizio ti da quasi fastidio, non sai se sia stata una scelta saggia avventurarsi in pagine simili. Col tempo però, come per tutti i rapporti coltivati con difficoltà, ci si affeziona in una maniera indescrivibile e – stamattina – ad un giorno dalla fine del libro, quasi, mi manca.

E’ bravo Baricco. E’ bravo perché Oceano Mare è un romanzo che non sembra tale. E’ bravo perché a tratti ti sembra d’avere davanti un giallo e, in certi punti, credi d’aver di fronte poesia, antologia.

La cosa buffa, alla fine del viaggio, è scoprire come la citazione che ti aveva catapultato in quel mondo, non fosse neanche il perno cardine dell’intera storia. Succede. Uno si fa dei sogni, roba sua, intima, e poi la vita non ci sta a giocarci insieme, e te li smonta, un attimo, una frase, e tutto si disfa. Così, quel pezzo, per quanto bello, per quanto – per milioni di motivi – possa anche rispecchiare qualcosa che ho dentro, non è neanche ciò che ricorderò con maggior affetto.

Per verificare se anche in voi scatta la molla, vi ripropongo ciò che lessi io, lasciandovi il piacere – perché di piacere si tratta – di scoprire quant’altro di bello potrete tirar fuori da Oceano mare.

Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera, aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali. Aperte e senza indirizzo. Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle –Ti aspettavo. Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni –i giorni, gli istanti– che quell’uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell’uomo –Tu sei matto. E per sempre lo amerà.

Tratto da “Oceano Mare” di Alessandro Baricco

Un giorno anch’io – forse – ne riderò per un giorno e mezzo. Per capir questo però dovrete vivere il mare anche voi.

Emanuele

I libri che ho letto.

Non ho fatto le cose per bene ma mi è stato chiesto (e in effetti andava fatto), così da oggi ho inserito la categoria Libri letti in cui andranno a finire le mie sensazioni sui libri tenuti sul comodino (e, soprattutto, su quelli mantenuti a 20 centimetri dai miei occhi per alcune ore). 🙂

Purtroppo sono svogliato, così non ho cercato bene negli anni passati quali altri libri ho letto (e di alcuni, son certo, non ne ho mai parlato) ma almeno verrà più semplice in futuro (e se non si lavora in prospettiva futura, per cosa si lavora?!).

Emanuele

“E disse” di Erri De Luca.

Avevo iniziato a leggere questo libro in Africa. Le prime pagine mi avevano rapito. Letteralmente. Il libro non era mio, nel mio zaino non c’era posto per autori vari; sapevo di dover vivere quella terra intensamente e così nonostante quella breve fuga non seppi concluderne la lettura. Tornato in Italia, ho comprato il libro e negli ultimi due giorni l’ho iniziato e concluso.

Una donna riproduce il mondo con il grembo, a un uomo resta e spetta ricordare. E’ questo il suo contributo alle generazioni. […]
“Come hai potuto stare senza cibo né acqua?” “La nuvola era intrisa.” “Ma la tua pelle riverbera di arsura.” Se c’era stata neve o no, neanche questo sapeva. Il fratello si affacciò fuori dalla tenda. Cresceva il rumore del campo che si smonta. “Finché non ricorda qualcosa, resta qui.” disse agli altri.
“Vanno senza di te. Li seguo, qui non posso aiutarti. Però non è bene per un uomo essere per se stesso.”
Perché no? Se lui non era per se stesso, chi poteva esserlo al suo posto? Disse al fratello con poca voce, più di gola che di labbra: “Sei mio fratello, il maggiore, conosci più vita, perché non è un bene per me restare con me stesso?”. […]
Disse così il fratello: “Non è bene per un uomo essere per se stesso perché fa un atto di comparazione con la divinità, che sta da sola. […] Nelle solitudini si creano e si disfano mondi.”

Tratto da “E disse” di Erri De Luca

“E disse” è la storia di un uomo, di uno scalatore, di un solitario. E’ il racconto di colui che incontrò Dio e dovette darne resoconto agli uomini. E’ la storia di Mosé, l’uomo storico visto in chiave umana. Le prime pagine ti trasportano in alto, ti regalano un aspetto di quella vita che forse nei testi sacri stenta a farsi viva. Chi era Mosé? Un racconto affascinante cerca di ripercorrere quei momenti, il ritorno dal monte Sinai con le tavole della legge.

Erri De Luca - E disse (copertina)Non sono ancora riuscito a metabolizzare bene l’intero testo. I capitoli successivi danno una interessante chiave di lettura di quei “dieci comandamenti” che la divinità incise su quelle rocce. Un libro che fa riflettere e che, indubbiamente, lascia spazio a nuove considerazioni su ciò che poterono essere quelle indicazioni.

Il libro di appena 90 pagine va letto con molta tranquillità. Lo stile, pieno di frasi concise, obbliga a rallentare e soffermarsi su ognuna di esse. Un gioco divertente, fatto di parole ben scelte, di descrizioni calibrate che vanno di pari passo con la lentezza di un uomo che, impegnato in una scalata, sa che “quando si cade, in montagna, si passa il resto della propria vita a precipitare”.

Emanuele

Camminare, senza più pensieri né storia.

Pick-up corre nella savana

Quel giorno Emanuele era su un pick-up. Le quattro ruote dentate del mezzo scorrevano veloci tagliando in due un pezzo di savana e il rumore del vento sconvolto dal suo avanzare gli sbatteva violento lungo viso. Guardava avanti quella mattina. Senza maglietta, per godersi al meglio il sole stava comodamente sdraiato nel cassone posteriore, tra due sacchi di arachidi e un bidone pieno di qualche strana farina. Gambe distese, braccia appoggiate lungo le paratie laterali e testa all’insù, guardava il cielo azzurro con un occhio solo. L’altro doveva bilanciare quella grossa stella che in quell’angolo di mondo sembrava più aggressiva del solito. Tutto in quel momento, nonostante le sconnessioni del terreno, appariva incredibilmente perfetto. Non un pensiero triste, non un sorriso forzato. Se l’universo fosse stato in grado di cristallizzare l’istante in cui una gocciolina di sudore fece capolino dalla sua fronte, l’avrebbe fatto. Lei, quella piccola e quasi insignificante creatura dell’universo, quel concentrato di energia riprodotto e distrutto da millenni secondo la teoria che fascinosamente vuole che nulla si crei ma tutto si trasformi era la ciliegina finale di una torta mai vista prima. Quell’uomo, in calzoni corti, coi suoi scarponi e le tasche vuote, in quel momento e per pochi attimi fermò l’intera scena nella sua testa, sostituendosi quasi irrispettosamente, ai limiti imposti alla fisica dell’universo stesso. Quel fermo immagine poteva ruotarlo da tutti i lati, andando a definire il moto parabolico di ogni singola pietrina che gli pneumatici facevano librare in volo. Poteva accarezzare la scia di fumo e terra che dai passaruota si espandeva intorno all’abitacolo, creando varie fettine pettinate dalle sue mani. Poteva persino passare un dito su quell’unica goccia di sudore senza farla esplodere ma carezzandola col rispetto e la lentezza che si riserva alla propria amata nel risveglio silenzioso di una domenica mattina. Lei, quella sfera schiacciata, brillava di varie sfumature dovute ai sali ed alle scorie che il suo corpo aveva diligentemente espulso. Lui lo sapeva e ne sorrideva sommessamente. Non sentiva più nulla sebbene gli fosse chiaro dov’era finito. Avrebbe potuto girovagare nei pressi dell’auto, lasciando tutti i passeggeri del mezzo incantati nel loro moto. Chi dormiva e si era arrestato con la bocca semi aperta nella fase di inspirazione. Chi guidava, fermo con una mano sul cambio che – magicamente – aveva cessato di vibrare e chi cantava, imbalsamato ed incantato tra chissà quale nota pronta a trasformarsi in onde sonore che in pochi, pochissimi istanti, si sarebbero infrante tra i timpani degli altri passeggeri. Avrebbe potuto prendersi tutto il tempo che voleva per rileggere quella scena, per scrutare ogni ruga dei passeggeri, per verificare se una scheggia, insignificante, non avrebbe – di li a poco – terminato la sua corsa conficcandosi e dilaniando uno degli innumerevoli tasselli del pneumatico. Sarebbe potuto balzar giù, eseguire una breve corsa e nascondersi, due secondi, dietro un baobab prima di schioccar le dita per far ripartire la scena, senza di lui. E invece… decise che tutto doveva scorrere.

L’auto, il moto, le pietrine, il fumo, lo sbadiglio, la nota, il vento, il cambio, la terra, il bagliore del sole, la scheggia, il suo sudore. Tutto si mosse, lui non seppe registrarne più la sequenza, l’ordine temporale degli eventi gli sfuggì inesorabile ma, gli era ormai chiaro che perdere qualcosa – nella vita – nascondeva un segreto talmente profondo che molti, nella storia del mondo, avevano desistito dal cercarlo, rifugiandosi tra milioni di ricordi. E lui, non era fatto assolutamente per i rifugi.

E’ così, trasformandomi per una volta (e per la prima volta) in un personaggio dei miei tentativi di scrittura (me lo dovevo questo regalo: finire parola tra le mie parole), che vi informo che questo blog sta provando a cambiar linea per qualche tempo. I motivi non sono da ricollegare all’Africa ed alla sua capacità di mostrarti una vita semplice, quanto piuttosto, ad un disagio interiore che da tempo perdura. Devo ammettere di aver scritto in questi ultimi quindici giorni per voi. Quando tornai avevo seriamente voglia di non raccontar nulla, di mantenere tutto sul mio taccuino, di conservare baci, foto e sorrisi in una scatola solo mia. Poi ho pensato che ve lo dovevo perché mi siete stati accanto in questi anni e perché, a giro, un po’ tutti avete manifestato la voglia di leggere un po’ della mia Africa.

In ogni caso, i più attenti avranno notato che le domeniche successive al mio ritorno non è arrivata alcuna perla di saggezza e che, durante queste settimane, non ho più intervallato i post con argomenti futili, con idiozie tratte dalle mie giornate (e di stravolgimenti, in questi giorni, avrei da raccontarne…), ma è proprio quest’ultima parte che voglio provare ad abbandonare per un po’.

Lasciare scorrere tutto quanto con maggior forza, provare a “non raccontarmi”. E’ qualcosa che, mi son convinto, porterà buone nuove in me.

Emanuele

Ogni volta che mancherà l’acqua a casa.

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Ogni volta che vi sembrerà un fastidio non trovare l’acqua fresca in frigo, ogni volta che vi sembrerà una sfortuna che l’acqua calda dello scaldabagno sia finita tutta. Ogni volta che troverete scomodo dover riempire una brocca d’acqua piuttosto che comprare quelle (orrende) bottiglie al supermercato. Ogni volta che la vasca da bagno vi sembrerà poco piena. Ogni volta che il sol fatto che non vi hanno offerto un bicchiere d’acqua vi indisporrà. Ogni volta che acquisterete una bottiglia d’acqua e la getterete senza averla finita completamente. Ogni volta che – a tavola – si svuota una bottiglia e bisogna decidere chi è più vicino al frigo per prendere la successiva. Ogni volta che “mamma, ma io volevo la Coca Cola!”. Ogni volta che spenderete 20 centesimi acquistando l’acqua da un’azienda che appoggia l’idea che questo bene primario possa essere privatizzato.

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Guardate queste foto. Tornate su questo post. Salvatelo, stampatelo. Non aggiungo altro, ho già avuto un brivido ogni volta che, attraverso l’otturatore della macchina fotografica, inquadravo scene simili.

Emanuele

L’accoglienza di questi uomini è impareggiabile.

Tra gli aspetti più toccanti e belli con cui ci si scontra in Africa la disponibilità e l’accoglienza hanno un ruolo fondamentale. E’ qualcosa che non ti spieghi ma che – magicamente – esiste. Uno dei missionari mi raccontava che il senegalese è un uomo tipicamente propenso alla cordialità e te ne accorgi subito, quando il saluto non è definito da una semplice stretta di mano ma da un’intera sequenza di azioni con le mani che girano e giocano tra loro per concludere con un pugno sul proprio petto.

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Eppure, da bravo malpensante, me lo son chiesto – e l’ho anche chiesto – se non esistesse la mafia lì. La risposta è stata che, piccoli furti di galline e pecore a parte, una mentalità mafiosa stenta ad attecchire proprio perché il senegalese vive già bene con quel poco che ha. Non pretende molto di più.

Tutto questo però si trasforma in qualcosa di più profondo e intenso quando ti ritrovi in giro per i piccoli villaggi dell’Africa più dura, distante da quel briciolo di civilità chiamato Dakar.

In quel tempo, seduto di fronte al tesoro, il Signore Gesù osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Marco 12, 41-44

In uno dei villaggi visitati, infatti, il capo villaggio ci raccontava che oltre la metà delle persone faticava ad arrivare ad un pasto al giorno. La notizia in sé non era un fulmine a ciel sereno perché di storie simili ne raccontano anche i meno blasonati dei report televisivi. La cosa che – in realtà – sconvolge è che nonostante quel grave problema l’intero villaggio si era fermato per noi. Molti degli uomini che solitamente avrebbero passato la mattina coltivando erano rimasti nel villaggio in attesa del nostro arrivo. Le persone con cui eravamo in contatto avevano mandato persino due cavalli per trasportarci fino al villaggio (irraggiungibile col pick-up). Dopo una bella presentazione però è arrivato il momento del pranzo ed è lì che mi è tornato in mente quel passo del Vangelo.

Non potevo rifiutare il cibo perché la condivisione della giornata – per loro – era un regalo enorme però ogni boccone che masticavo era una domanda in più che si conficcava dentro. Queste persone, cui manca praticamente il cibo per sopravvivere, erano state in grado di sfamare tutto il nostro gruppo.

Quante volte la nostra pseudo-povertà ci spinge a credere di non poter fare di più? Con che coraggio possiamo definirci poveri ed incapaci di donare quel centesimo in più a chi ce ne fa richiesta?

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Sono andato via da quella gente felice, tanto quanto erano stati felici loro di mostrarci il pozzo o la macina in cui trasformavano in polvere arachidi, soia e qualsiasi altro ingrediente fosse possibile conservare per il periodo della siccità. Felice non per questo però, o tantomeno per l’idea che – molto probabilmente – è tutta gente che nella mia vita non rivedrò mai più. Ero felice, semplicemente perché mi avevano messo di fronte alla mia incredibile avidità.

E’ questa l’Africa che ti brucia dentro, che ti scotta e ti lascia un segno. Non è il caldo a sconvolgerti. E’ questa capacità di donarsi, quasi irrazionalmente, che batte qualsiasi tuo slancio di altruismo: sarà sempre e comunque infinitamente più insignificante. Perché anche il mio andare in Africa, anche il mio spendere interamente quattordicesima e ferie con loro, anche il mio imbiancare la parete di una biblioteca… quanto poco vale rispetto ad una persona che non avendo il cibo per sopravvivere decide che è giusto e doveroso offrirtene una parte?

Qualche giorno fa, prima di tornare al lavoro, ho preso un gelato in centro a Milano. Subito dopo ho chiesto un bicchiere d’acqua e mi è stato presentato – come consuetudine qui al nord – un bicchierino poco più grande di una tazzina. E’ quella l’acqua “prevista” se non vuoi comprare una bottiglietta. Quant’è disumana quella che noi chiamiamo civiltà?! In quel villaggio, per farci pulire le mani dopo il pranzo, portarono un pentolino con l’acqua che avrebbero usato per bere; quell’acqua che – raccontavano – scarseggia facilmente nel pozzo (e vorrebbero tanto averne un altro più profondo) e infatti, nonostante si fosse sporcata delle nostre mani, l’acqua rimasta tornò nella damigiana posta all’ombra di un grande albero…

Capite quando dico che non tutta l’Africa va cambiata? Sono così avanti rispetto a noi…

Emanuele

Io sono molto calmo ma, nella mente, ho un virus latente…

Una delle ultime cose dette durante la verifica di fine viaggio è che io, quest’Africa, non volevo catalogarla adesso. Era facile iniziare a descrivere esperienze e sensazioni vissute ma se c’era una cosa che dell’anima senegalese mi era rimasta impressa era il suo sapersi dare tempo.

Se in Africa prendi appuntamento per le nove, devi aspettarti quella persona per le 10 meno 20. Se credi che dopo che arriva un bel gruppetto di giovani puoi far festa coi loro tam-tam, ti stai sbagliando di grosso! Una sera, proprio durante una festa che mi sembrava non partire mai, ero pronto a sfoderare qualsiasi bans mi venisse in testa pur di cambiare la situazione. Ad un certo punto un Padre missionario mi blocca “Emanuele, aspetta, hanno dei tempi diversi…“. Diedi fiducia, tornai al mio posto ed in effetti fu così: la festa partì con un ritmo diverso. Ad un certo punto ballavano… e anche noi con loro (con risultati decisamente diversi, che questi qui hanno il ritmo nel sangue).

Così, in queste settimane, ho cercato di catapultarmi in qualsiasi esperienza fosse possibile realizzare. Ogni volta che qualcuno proponeva qualcosa ero pronto a dir di sì!

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Primo giorno, andiamo a mare, «volete fare un bagno?». Chi per un motivo, chi per un altro rimane sulla spiaggia… io tolgo tutto e via! Secondo bagno nell’Atlantico della mia vita (e rispetto a quello a Finisterre devo dire che questa volta l’acqua era tremilavolte più calda e bella…).

«Vuoi provare a portare un secchio sulla testa?!»: detto… fatto. Cioè, c’ho provato. Il risultato però non è da ricordare in nessun libro dei record (o forse in qualche libro in negativo). Il secchio ovviamente era vuoto, che in quel villaggio per prendere quell’acqua dovevano fare 1km (fortunatissimi!).

Incontriamo dei bambini per strada… e tempo 30 secondi ero senza maglietta e scarpe per essere il più immerso possibile. Dopo mezz’ora mi sono accorto che sotto i piedi loro hanno delle suole (mentre io avevo due bolle… :-|) ma vuoi mettere il piacere d’aver corso con loro, come uno di loro? Ah, se vi chiedete perché nell’altra foto teniamo la palla con la testa… non domandatelo a me! Sembra – ma non ne ho la certezza – sia un loro modo di “mettersi in posa” quando si festeggia.

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«Vuoi salire sull’asino?!» Ta-dà. In realtà questa non andò esattamente così. Più che altro avevo fatto simpatia al tizio a cui stringo la mano perché avevo sorpreso tutto il villaggio col trucco del fazzoletto che scompare nella mano… così per puro piacere ha voluto la foto di entrambi sull’asino.

Il cavallo invece è una storia a parte (e ho ancora il fondo schiena dolorante) ma l’abbiamo dovuto usare per raggiungere dei villaggi talmente isolati che neanche il pick-up aveva modo di avventurarsi.

La realtà è che di foto simili ne avrei almeno un’altra dozzina e riguardandole mi accorgo proprio di questa mia fame inarrestabile di vivere a pieno ogni secondo. Così come quando ho fatto riparare una vecchia bicicletta per potermi alzare all’alba e scoprire la vita del villaggio prima che gli altri della missione mettessero piede giù dal letto…

Darsi tempo non significa infatti star fermi. I tempi interiori e quelli esteriori possono correre a ritmi diversi e l’idea di “avere due tempi” è qualcosa, ultimamente, che mi affascina parecchio. 🙂

Emanuele

PS: nell’ultima foto, con i bambini in posa, in realtà non c’entravo nulla… ma visto che non mi costava nulla rovinare una foto, sono apparso di colpo interrompendo la partita di pallone che stavo giocando!