L’Africa va cambiata. L’Africa non va cambiata.

Vi chiederete il perché di questo titolo, ma, ancor di più – mi auguro – vi starete chiedendo quale delle due frasi sia quella giusta. D’altronde anch’io me lo son chiesto più volte.

L’Africa vista da lontano va cambiata tutta. Vanno portati i gabinetti, i lavandini, vanno costruite le strade e le ferrovie, va portata la luce e gli spazzolini da denti. Va spiegato che possono usare i cestini per raccogliere l’immondizia e che non è salutare dormire a pochi centimetri da tre capre.

Si, di cose da cambiare in Africa se ne possono elencare milioni ma ho imparato che non è tutto vero o giusto. Persino il lavoro dei missionari, in certi villaggi può e deve trasformarsi in una presenza secondaria che non stravolge gli equilibri (ma di questo proverò a parlarne successivamente…).

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L’Africa infatti non è solo malnutrizione. L’Africa è anche una cultura, la cultura africana. Tu sei cresciuto con quella occidentale ma non è detto da nessuna parte che sia la migliore. Vuoi un esempio? Semplice: l’africano ha una capacità nel camminare 10 volte maggiore della tua. La tua cultura – dunque – sei sicuro sia la più salutare?

Ecco. C’è un’altra Africa. Rimane la malnutrizione e la difficoltà nel curarsi ma non bisogna forzare l’africano a vivere in case ammattonate in ceramica e con le finestre coi doppi vetri. L’africano vive bene con le capre fuori la sua capanna.

In una delle visite a Koungheul, siamo stati accolti a casa del Prefetto. Un uomo di sessant’anni che per trent’anni ha lavorato a Dakar, in città, tra i palazzi, tra i taxi (seppur vecchi), tra le bancarelle e l’acqua che arriva dal rubinetto. Andato in pensione è tornato a Koungheul. Nel giardino di casa, recintato per sua fortuna in muratura, quel pomeriggio vivevano e giocavano le nipotine con capre, anatre e galline a pochi passi. I figli e le figlie studiano all’università di Dakar. Perché un uomo che per anni ha servito lo Stato, che avrebbe come vivere a Dakar (e che può mantenere i figli all’università), dovrebbe mai decidere di tornare in un villaggio in cui esiste una sola strada, in cui se devi fare una visita medica ti toccano almeno 100km o che ha una piccola centrale elettrica che ogni 3×2 si guasta lasciando quell’unica strada di transito senza corrente elettrica?

Lui, in quel villaggio c’era nato e cresciuto. Poco importano le comodità. O meglio, non dovrei assolutamente definirle così. Per l’uomo africano abituato da sempre a vivere in piccoli villaggi dove si coltivano arachidi con aratri trainati da asini tutto quelle che sono “comodità occidentali“, sono cose di cui non sente il bisogno. Un po’ come l’orientale che non può vivere senza il suo tatami e che per noi è assolutamente inutile.

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Questione di punti di vista. Il valore delle cose non è mai assoluto ma sempre relativo. Tu non vedi un valore in me o in qualcosa perché in maniera assoluta io o quella cosa possediamo un tesoro. Lo vedi perché – magari – rispecchia e completa una tua necessità.

Ecco perché l’Africa non va cambiata. Ho visto africani denutriti, è vero e su questo probabilmente c’è ancora da fare ma non è detto che tutti debbano avere la luce. Sapete, mentre giocavamo i bambini erano soliti togliere le scarpe. I loro piedi erano talmente abituati a correre scalzi che le scarpe erano un fastidio. Noi quando usciamo di casa pensiamo, al contrario, che sia importantissimo indossare un paio di scarpe e a meno di dover calpestare un bel prato non decidiamo mai di camminare scalzi. Tutto è relativo.

L’africano non si lamenta perché la sera non può vedere l’Isola dei famosi. L’africano vive una vita diversa ma anche lì scorre serenamente. I giovani dei villaggi, la sera – al buio – si incontravano per stare insieme. In una delle stanze della missione, quelli cristiani, si incontravano per fare le prove del coro domenicale e anche loro organizzavano feste a base di musica e carne alla brace (solitamente carne di facocero che – devo dire – è persino più gustoso del maiale…). Nell’ultimo villaggio in cui siamo rimasti in quei giorni si stava svolgendo anche un torneo di calcio (sia femminile che maschile).

La vita esiste anche là e l’Africa non è solo quei bambini appollaiati come degli avvoltoi su una terra arida che fanno tanto stringere il cuore. Con ciò non voglio trascurare tutte le difficoltà che interessano quella terra (vedi le tante epidemie che la affligono…), semplicemente però vorrei che la si guardasse anche con occhi diversi (e l’associazione delle donne di cui vi parlavo l’altro giorno, in un villaggio di appena 80 anime, ne è la testimonianza) perché chi vuole andare in Africa pensando di doverla stravolgere completamente, non ha capito nulla né del suo ruolo né dell’Africa.

Emanuele

13 commenti » Scrivi un commento

  1. Mi sembra di poter toccare con mano quello che scrivi.
    Mi sembra di esserci stata anche io in Africa mentre leggo i tuoi reportage!
    Mi piace Tiziano Terzani, ma da quando leggo le tue storie penso che certi suoi libri potevano essere scritti in modo più suggestivo/poetico. Non perché lui non sia fantastico, ma perché tu a volte scendi in antri diversi da quelli materiali, che perfino lui lasciava inesplorati.

    E poi, certo che ciò che conta è il contenuto, ma anche l’orecchio vuole la sua parte…. 🙄

    • Tiziana, mi fa piacere sentire che – foss’anche solo una persona – qualcuno riesce ad immergersi nell’Africa che vorrei far conoscere, attraverso ciò che scrivo. Però il tuo commento è esagerato… paragonarmi ad un Terzani e dire che poteva far meglio (prendendo spunto dal mio stile) mi sembra un’esagerazione bella e buona! 😛
      Non so quali libri hai letto ma non sempre rimaneva fermo alla cronaca dei luoghi che visitava. Anzi, come diceva lui: è impossibile raccontare la storia di un popolo se non si vive con esso.
      Ciao,
      Emanuele

  2. Delle tue parole condivido molto più di quello che immagini, solo che penso che gli Africani hanno tutto il diritto di non aver più bisogno di assistenzialismo!
    Non so se ricordi mio nonno…forse l’hai incontrato un paio di volte. Beh, lui era un uomo che è nato e cresciuto in una Sicilia davvero non troppo lontana dall’Africa che racconti. E non perché qui si moriva di carestie…ma quasi!
    Era felice quando raccontava le serate trascorse davanti casa al buio, quando non c’erano tv e la sola musica che si ballava non veniva da una radio ma da un uomo che suonava l’organetto, che magari non sapeva suonare un granché, che non sapeva leggere la musica, ma suonava “ad orecchio” e questo bastava a far festa! Raccontava quanto era bello sentirsi libero, da bambino, nel poter scorrazzare per “strada” senza la preoccupazione che ti mettesse sotto una macchina, perché non ce n’erano, al massimo ogni tanto passava un carretto trainato da un cavallo stanco. Raccontava che il massimo che poteva chiedere a merenda era un bel pomodoro (in estate)…e ogni tanto si divertiva con i fratelli a rubare le uova a sua madre! e loro erano una famiglia fortunata. Il padre di mio nonno è partito per l’America ed è andato a costruire la ferrovia…lo raccontava con orgoglio. E raccontava con orgoglio che il padre aveva preferito tornare indietro piuttosto che far patire un viaggio tanto duro e la quarantena alla moglie e ai figli. Eppure tornare in Sicilia non era stato tanto facile, assaggiate le “comodità” “ra ‘Mierica”.
    Quindi, all’inizio del Novecento la nostra Sicilia era un pezzo d’Africa. Niente automobili, tranne per qualche riccone del centro, niente tv, un bagno fuori casa per tre quattro famiglie… I sacrifici e le rinunce per sbarcare il lunario. Però erano felici, non gli mancava niente. Il mio bisnonno voleva far studiare i suoi figli…lui che poteva permetterselo, ma i suoi figli non avevano granché voglia di stare chini sui libri: a loro bastava quella vita: il profumo della terra, le gite al mare in carretto, le feste di piazza , saper suonare uno strumento per allietare le serate…
    Mio nonno amava la sua vita semplice, ma crescendo, perdendo la spensieratezza del bambino, si rendeva conto di quanto fosse faticoso vivere così…per quanto si conoscesse un solo modo di vivere. Mio nonno ha vissuto il cambiamento, il passaggio dal vecchio al nuovo. E sai cosa rimpiangeva? Rimpiangeva il fatto che il progresso ha separato le borgate, ha tagliato i rapporti umani…Ricordava il sapore delle cose cotte in una cucina a legna, ma non avrebbe mai voluto che sua figlia continuasse a vivere così: fare il bucato alla fontana, stirare col ferro a carbone, tostare il caffè…no, per i suoi figli è stato felice di quel progresso che ha investito la sua città e il suo mondo. La famiglia di mio nonno ha comprato la tv a gettoni e la sera guardavano la tv assieme “o vicinatu” (insieme ai vicini)…Ricordava la sua prima auto, alle gite che hanno fatto con quell’auto. Alla sua prima moto guzzi…che ha venduto dopo una settimana (sicuramente troppo pericolosa per andare in giro con la novella moglie).
    Mio nonno che aveva la tv a gettoni, ha visto i suoi nipoti usare i pc e navigare in internet. Se prima doveva andare non so dove per fare una telefonata a novant’anni ha avuto in regalo un cellulare, che ovviamente ha usato solo un paio di volte!
    Diceva sempre “era bello prima, ora non è bello come prima, però si sta meglio”.
    Cosa vorrò mai dire con questo, sicuramente l’Africa ha diritto di mantenere la sua identità, ma ha anche diritto ad avere le stesse opportunità cha abbiamo avuto tutti! Il progresso non è una brutta bestia, ma solo un modo per far vivere meglio e in piena autonomia gli Africani…TUTTI GLI AFRICANI! e non potrò mai credere che chi ha vissuto in città preferisca “semplicemente” tornare a vivere senza acqua corrente in casa…ma forse torna per far qualcosa che possa aiutare il suo villaggio a stare meglio.
    Che bel quadretto vedere l’aratro trinato dai buoi magri per i campi…ma secondo te quei contadini non produrrebbero meglio e con minor fatica con un aratro meccanizzato? Irrigare la terra con l’acqua di un pozzo tirata su da un motore elettrico? La gente dei piccoli villaggi non potrebbe vivere meglio se invece di fare 100 km per raggiungere l’ospedale ne avessero uno più vicino facilmente raggiungibile, con strade praticabili, che facilitino la comunicazione anche tra gli abitanti di villaggi e città.
    Mio nonno ricordava la mietitura come avveniva un tempo…e diceva sempre “a terra era vascia” (faticosa da coltivare).
    Non dobbiamo essere “egoisti” e pensare che il meglio sia solo quello che appare bello! Indubbiamente avranno una resistenza nel cammino che io me la sogno. Non soffriranno di allergie, non si annoiano e non sbuffano i loro bambini quanto sbuffano e si annoiano i bambini occidentali…ma mi chiedo se è giusto permettere che vivano lottando per la sopravvivenza, se solo alcuni eletti possano permettersi di continuare gli studi, se una donna partoriente debba ancora rischiare la morte di parto, perché l’ospedale è lontano.
    Non ho sicuramente vissuto l’Africa come l’hai vissuta tu, e tu non hai vissuto l’Africa come la vive un africano…Perdonami, ma non credo che tu abbia vissuto veramente cosa significhi vivere in certe condizioni tutto l’anno. Le difficoltà che vivono come “normalità”…l’assenza che vivono come una “non-assenza”…credo che non sia giusto lasciare che tutto si fermi ad una missione di assistenza. E ammiro profondamente chi vuole migliorare le condizioni di vita di tutta la gente africana! Un pozzo, un’ospedale, una scuola…possono significare poco per noi…Strade, ferrovie, corrente elettrica e acqua corrente in casa, magari è vero che nei villaggi sanno vivere bene senza “certe comodità”, ma sicuramente vivrebbero meglio con “certe comodità”. E questo, a mio parere, è innegabile!
    “Noi Occidentali” non dobbiamo portare la nostra cultura in Africa, ma dobbiamo lasciare che l’Africa trovi la SUA strada nel progresso!…
    La Sicilia in questi due secoli è cambiata abissalmente…ma non per questo il siciliano ha perso la sua identità, oddio, magari un pochino, ma è un prezzo che i nostri avi hanno pagato consapevolmente. E come era felice mio nonno di vederci all’università, sapere che in aereo viaggiavamo comodi e veloci, e non dovevamo affrontare viaggi interminabili ed estenuanti in treno, come lui ha fatto durante la guerra, quando è stato spedito a Pordenone… Beh, sono sicura che anche gli attuali africani sarebbero più che felici di dare un “futuro più comodo” ai loro nipoti.

    • Sai Giusy, io credo che ciò che dico io e ciò che scrivi tu non sia tanto distante. Probabilmente partiamo da due strade diverse ma l’idea di fondo è uguale e l’hai scritta tu e l’ho scritta io: è importante che l’Africa trovi la SUA strada nel progresso. Perché evolvere è umano e così come è insito nel DNA degli occidentali, è insito nel DNA di ogni uomo che calpesta quel lato del pianeta. Riguardo le difficoltà “non vissute” in Africa, non è che ne sia convinto: ne sono più che consapevole. Nessun missionario potrà mai vivere le loro difficoltà. Perché nessun missionario arriverà mai a dire – come qualche mamma ha fatto con me – “portati mio figlio in Italia” (che è la punta di un iceberg enorme…).
      Forse il mio discorso è sembrato molto più duro di quel che è realmente, forse non ho trovato la strada giusta nel raccontare certi aspetti di quest’Africa che ho interiorizzato, ma io son d’accordo che su certe cose vadano aiutati. Non fosse così avrei detto “non c’è più bisogno di missionari in Africa”, mentre è impensabile una cosa simile. Il punto, probabilmente, è che spesso si identifica come “progresso” solo il tipo di progresso registrato nell’occidente. Progresso invece può anche essere altro secondo me. Può anche essere più acqua per tutti, può anche essere una scuola e un ospedale in più che garantiscono una qualità della vita migliore ma che non stravolgono i loro stili. Che poi l’africano non è un uomo stupido. Sai quanti usano i cellulari ormai? Da un villaggio all’altro si tengono in contatto così e l’idea del telefono fisso da portare in ogni angolo della savana è un passaggio saltato. Avranno un percorso diverso, dettato anche da necessità diverse.
      Riguardo il Prefetto, sai… la domanda che ti sei posta tu – da bravo occidentale (e forse per una mentalità scout volta al Servizio) – l’ho posta anch’io a lui stesso. Gli altri del gruppo, quel giorno, mi guardarono un po’ col naso storto perché sembrava fosse poco educato chiedere quanto si impegnava per la comunità adesso che era benestante. Gli ho chiesto se non fosse impegnato con qualche associazione, qualche gruppo, qualche attività per il bene del villaggio. Beh… la sua risposta è stata che per ora voleva godersi la pensione, che si preoccupava di aiutare i piccoli casi di emergenza (come umanamente faremmo tutti) ma che non stava facendo nient’altro. Io a quel punto ho provato a dire che reputavo importante far crescere, dall’interno, realtà educative o comunque di aiuto in generale ma – come potrai immaginare – non ho potuto forzar la mano più di tanto. Quindi, ahimé, purtroppo c’è chi torna nei villaggi “semplicemente” per riprendere la vita che amava fare. Perché problemi a parte, la cultura africana porta con se tutto quel mondo sentimentale che tuo nonno continuava a rivangare negli anni: i rapporti più umani, i ritmi più lenti, il profumo della terra…
      Ciao,
      Emanuele

  3. Ciao Emanuele,
    la tua modestia ti fa onore.
    Si, Terzani è molto bravo, la mia era un’iperbole, ma tu goditi il complimento. Servono anche questi ogni tanto, no? 🙄

    Per quanto riguarda la vostra discussione, credo anche io che stiate dicendo cose molto simili.
    A me poi piace moltissimo la frase “perché chi vuole andare in Africa pensando di doverla stravolgere completamente, non ha capito nulla né del suo ruolo né dell’Africa”, che non vale solo per l’Africa, ma per qualsiasi realtà. Non interpreto questa frase nel senso che non bisogna fare niente, ma piuttosto che non bisogna credersi “onnipotenti”. Perché altrimenti si fanno solo danni. Mentre, come dite voi, entrambi, è giusto che i paesi più industrializzati facciano un passettino indietro per lasciare anche agli altri lo spazio per crescere. E magari a loro volta prendano ispirazione da questi paesi “con meno soldi” (non mi piace definirli “poveri”) per ricalibrare i propri obiettivi: il progresso non è l’obiettivo, è il mezzo per raggiungere il benessere, che dovrebbe essere l’obiettivo. Invece nel nome di un progresso selvaggio stiamo sacrificando il nostro benessere. E insieme a lui tante altre cose, come i ghiacciai polari, che è solo la conseguenza più estrema del nostro operato, che sta distruggendo equilibri che vigevano sulla terra da migliaia di anni….

    Questa notte verso l’una sono passata accanto ad negozio ikea: c’erano tutte le luci accese. CENTINAIA di luci accese… che illuminavano quasi tutto il quartiere… Nelle strade del mio paese, poi, c’è un lampione ogni mezzo metro.
    Quando vedi queste cose pensi allo spreco a cui riesce ad arrivare l’uomo in nome del sua “progresso”.
    Mentre passavo accanto all’ikea ho pensato agli africani di Emanuele, che vedono al buio e che hanno imparato a non avere paura del buio. Noi lo temiamo perché non lo conosciamo. E così siamo costretti a chiudere le porte a chiave, perché noi siamo ciò che abbiamo. Forse stiamo confondendo “avere” ed “essere”.

    • Si boh, servono Tiziana, a me però quelli che arrivano da questo blog sembrano sempre falsati. Forse perché il blog è un filtro e io non so apprezzare allo stesso modo “l’effetto delle mie parole” ma mi sembrano sempre esageratamente grandi rispetto a ciò che dico (e alla forma che uso).
      Riguardo al resto, concordo con te. Qualsiasi realtà in cui si vuol intervenire non va mai stravolta seguendo una linea che non nasce dall’interno. Ogni ambiente ha il suo equilibrio e forzarne uno diverso significa lasciare che il castello cada immediatamente dopo la fine del nostro intervento. Piuttosto va mostrata l’idea di un equilibrio stabile… e sarà quello poi ad essere l’elemento vincente della strategia. Un po’ come non bisogna insegnare ai marinai a girare meccanicamente le vele ma a leggere il vento…
      Il buio spiazza. Credimi, tutt’ora credo di non essere stato in grado di descriverlo neanche ad una persona (al di fuori di questo blog) trasportando le stesse sensazioni che ha regalato a me. Vedere come convivevano con la sua presenza lascia quasi senza parole… noi che il buio lo conosciamo solo quando chiudiamo gli occhi per dormire. Siamo poveri di tante cose “naturali” che probabilmente hanno miliardi di insegnamenti da darci…
      Ciao,
      Emanuele

  4. La nostra “cultura occidentale” è la più buona e la più giusta solo per una categoria: gli industriali.
    Siamo bestie consumeristiche, ci siamo fatti convincere che la felicità equivale al “benessere”, e che il “benessere” equivale a possedere determinate cose e ad avere/sfoggiare un certo stile di vita.
    Inanto la nostra cultura occidentale sforna un numero inquantificabile di gente depressa ed annoiata, gente che ha tutto e non ha niente, che non trova ancora la vera “formula” della felicità, che secondo me è vivere in armonia con quello che sei e con quello che ti circonda.

    Quello che c’è di brutto in africa non è dormire con le capre (fino a 50anni fa lo si faceva anche in certi paesi qui in Italia, ed io per prima ho camminato a piedi nudi nel pollaio da piccola a dispetto delle basilari norme igieniche!!!) ma le guerre, i genocidi e l’AIDS.
    Il problema è su questi mali il “signor occidente” ci mangia e ci specula.
    Il cambiamento se deve esserci deve essere voluto, nè indotto nè contrastato. Ma parliamo di utopie purtroppo.
    Bentornato!

    • Ciao Cle, concordo con ciò che scrivi circa l’occidente… e per questo, proprio all’ultima verifica, dicevo agli altri del gruppo che la vera terra di missione, probabilmente, era quella di casa. Perché c’è tanta e troppa gente che è cieca (o resa cieca) e vive secondo canoni che – è palese – non regalano la vera felicità.
      Circa il dormire con le capre, capisco che si faceva anche qui… ma porta infezioni e questo – le suore – cercano di farglielo capire (ma non è ancora abbastanza). Non bisogna trasformarli in esserini che spolverano ogni granello di polvere e spruzzano deodorante nelle loro case (cosa che, in realtà, non sopporto neanche da noi) però ci sono parassiti non nocivi agli animali ma pericolosi per l’uomo!
      Per il resto è vero, è ancora un popolo abbastanza sfruttato… basti pensare che grandi quantità di mezzi in dismissione dalle nostre parti finiscono in commercio lì e così l’occidente risulta attento all’inquinamento e loro si ritrovano a viaggiare su auto degli anni 70/80 che – credimi – sparavano dalla marmitta la morte nera. 😐
      Ciao,
      Emanuele

  5. Pingback: Il ruolo dei missionari non è sempre lo stesso. - …time is what you make of it…

  6. Una delle domande che ho maggiormente posto ai ragazzi incontrati alla GMG è stata “Perchè sei qui?” e una delle risposte che più mi ha colpito è stata quella di una ragazza senegalese. Mi ha detto “mi fa un po’ ridere quando sento molti pregare perchè Dio ci conceda il miracolo della pace nel mondo, perchè lui ci ha già dotato di tutti gli strumenti per poter vivere senza conflitti, abbiamo il suo amore e noi uomini possiamo condividerlo con gli altri. Io sono qui per chiedere a Dio di aiutarci a volerlo questo cambiamento!”.

    Il tuo racconto Manu, mi ha fatto tornare in mente questa testimonianza perché forse il ruolo del missionario è proprio questo. Di qualcuno che aiuti gli Africani (e non solo) a comprendere cosa cambiare e cosa no, per il loro miglioramento e non per quello di altri. E il miglioramento, per arrivare ai vertici, deve per forza partire dal basso.

    • Ma si Stefania, ne sono convinto. Il problema è che la gente non vuole cambiare il mondo o si aspettano tutti che il cambiamento arrivi dall’alto (anche se poi si ribellano alle imposizioni rendendo impossibile anche quest’altra, eventuale ed utopica, possibilità!).
      Bella gente i senegalesi. 🙂
      Ciao,
      Emanuele

  7. bello e interessante tutto quel che ho letto,sono una pessima navigatrice,ma grazie a Sud del Mondo riesco a conoscere persone che parlano dell’Africa in maniera non scontata.vado in kenya da 20 anni e da 4 ci vivo per 5 mesi.sulla costa,a Mambrui.sulla costa l’impatto con il turismo è stato deleterio,così come lungo le strade che portano allo Tsavo,all’Amboseli.immagini dell’Africa che non hanno capito,percepito il cuore pulsante,l’origine della vita,il perchè gli africani amano la loro terra (e li capisco).percorro spesso una parte di strada che porta allo Tsavo,poco dopo kaconeni svolto a dx per Makobeni,la comunità/orfanatrofio della onlus con la quale collaboro,a seconda delle condizioni della strada almeno 1h e 3m da Malindi.lungo il percorso incontro spesso ragazzi in moto,con il casco integrale tirato su (così nn serve a un tubo)cellulare all’orecchio,vestiti spesso griffati:una spiegazione,hanno la mzungu che foraggia,ma tornano alla capanna a dormire,mangiano polenta e fagioli,stanno intorno al fuoco magari con la bottiglia di Tusker o con la Fanta e la bottiglietta d kenyake,ma tornano a casa,alle loro abitudini,alle loro tradizioni.dopo un po’ sentono la mancanza del bush,anche se quando ci tornano(detto dal mio ndugu)si ritrovano magari a desiderare la carta igienica invece dei ciuffi d’erba.per chi non ha contatti con il turismo è molto diverso,tra le tante cose che ho scoperto c’è il perchè molte ragazzine saltano i gg di scuola:quando hanno il ciclo non hanno neanche uno straccio da mettersi tra le gambe.è brutale,ma è la realtà.oggi in Africa,come 50 anni fa nelle nostre campagne.quando i turisti vedono le ragazze di 16/18 anni che lavorano dicono poverine!ma qui 50 anni fa le ragazze delle campagne se non andavano a guardare maiali o pecore erano fortunate se andavano a lavorare come babysitter o domestiche.diamo all’Africa il suo tempo,impariamo a conoscerla e cerchiamo uno scambio di conoscenze.mentre scrivo ho un figlio a Juba,Sud Sudan,con una brutta infezione intestinale.lavora per una ong.se dovessi partire non lo porterei qui,ma a Nairobi,a Dar es Saalam,dove hanno strutture e conoscenze migliori per le malattie contratte in loco.credo con questo di essermi spiegata,di aver contribuito a questo bello e costruttivo scambio di idee.grazie a tutti,buona Africa,con tutto l’amore e il rispetto per la terra che amo

    • Ciao Maria Paola, vero e interessante quello che racconti. L’Africa è un mondo particolare che non necessariamente fa “trasformato” nell’ennesimo occidente. Il suo percorso di evoluzione può marciare su strade diverse senza per questo esser da meno. Io credo che anche che l’Africa sia “necessaria” agli altri paesi (e viceversa) perché il confronto con una realtà diversa arricchisce e da il senso e la misura delle cose.
      Cambiando discorso, volevo farti i complimenti per la scelta di passare così tanto tempo, ogni anno, in quel continente. E’ una possibilità che ti invidio particolarmente ma che spero, un giorno, di poter colmare almeno in parte. L’Africa non è semplicemente un luogo del mondo da “visitare” ma un posto da “vivere” per permettere al proprio Io di respirare.
      Ciao,
      Emanuele

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