Il compito più bello per un missionario è quello di non far nulla.

Chi leggerà questo titolo e si fermerà ad esso penserà “ma vedi che tipo… il solito che non vuol far nulla!“. Bene, non è così.

Una delle prime sere del viaggio mi son trovato a confrontarmi con gli altri partecipanti della “spedizione“. Una ragazza si lamentava perché fino ad allora non si erano scavati pozzi o dipinte pareti (parafrasando…). Il nostro ruolo si era limitato alla visita di varie famiglie del villaggio, alla condivisione di un pranzo o una cena e poco altro. Ci si chiedeva insomma se realmente questo viaggio fosse stato ben organizzato o meno.

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Il preconcetto con cui parte tanta gente dall’Europa, infatti, spinge a credere che il missionario sia il super-eroe (o il piccolo eroe perché c’è anche una buona fetta di “no, devo rimanere umile!”) che in quindici giorni fa schizzare l’acqua dal terreno o che ripara una cinquantina di banchi prima dell’inizio delle nuove lezioni. Parte con una carica (positiva, per carità) così grande che non riesce a star fermo. Devo ammettere che per qualche istante anch’io ho creduto di star facendo troppo poco.

La realtà però è un’altra e ancora più bella. Ve la spiego però con un esempio laico, ben distante dalle religioni e dall’Africa.

Pensate ad una coppia gay (tema molto attuale in questo periodo) derisa e abbandonata dal resto dalla società per via della loro forma d’amore poco convenzionale. Secondo voi, per loro, è più importante sapere che c’è qualcuno che crede in loro, che gli fa forza e li spinge a perseverare nel loro cammino oppure ricevere due settimane d’ospitalità in un letto bello comodo?

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Ecco. Se si entra in questa dimensione, qualsiasi viaggio in Africa, anche senza scavare pozzi, diventa una missione. E missione a quel punto non è solo quando ti cambi d’abito ed inizi ad imbiancare una parete ma – ancora prima – quando ti svegli e uscendo fuori dai il buon giorno sorridendo a qualche bambino che è lì ad aspettarti.

Fare questo passo quando si parte verso paesi in via di sviluppo è importante, altrimenti si corre il rischio di tornar delusi… ma non per colpa della proposta, quanto perché le nostre aspettative desideravano qualcosa che non è necessario.

Diventare missionari non è imporre e realizzare i nostri desideri quanto accogliere, riconoscere e adoperarsi per il bisogno di chi si ha di fronte. Fosse anche un semplice abbraccio.

Emanuele

PS: no, il lavoro duro non è mancato.

Il ruolo dei missionari non è sempre lo stesso.

Come scrivevo nel precedente post, il ruolo dei missionari in Africa non è sempre lo stesso. La prima settimana di permanenza l’abbiamo trascorsa a Koungheul, un villaggio abbastanza grosso nato intorno all’unica strada (“autostrada” non posso scriverlo di una strada a singola corsia per senso di marcia…) che parte da Dakar e attraversando l’intero Senegal continua verso il Mali.

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A Koungheul esiste la scuola (vecchia, ma esiste e quello nella foto un po’ mossa, accanto a me, è un insegnante con cui ho chiacchierato per una buona mezz’ora) e anche una piccola infermeria gestita dalle suore (nella foto vedete un bambino col termometro nel sedere che non potete immaginare quanto urlava!). Esiste anche un piccolo mercato che non ha le condizioni d’accessibilità o igiene paragonabili ai nostri ma è pur sempre un luogo in cui si può vendere e comprare ciò di cui si ha bisogno.

A conti fatti, nonostante la carenza di cibo e d’igiene, ci si accorge dopo pochi giorni che si tratta di un villaggio avviato, che funziona. C’è chi produce il pane, chi svuota i pozzi neri (le fosse in cui fanno i loro bisogni), chi ripara le gomme e il fabbro che realizza ciò che serve. Il ruolo di una missione, avviata quasi trent’anni prima, così, è ormai di sostegno ma non di gestione.

I padri missionari che vivono lì organizzano come in qualsiasi parrocchia l’attività pastorale, parlano coi giovani e con le famiglie. E’ un ruolo importante e pur sempre “missionario” (visto nel senso religioso del termine) ma non deve andare oltre.

Proprio con uno di quei padri, un pomeriggio discutevo di quest’aspetto. Probabilmente la missione a Koungheul deve riuscire a fare un ulteriore passo indietro. L’emergenza nera, quella in cui un bambino su due muore di stenti non è più presente (o, almeno per ora, è abbastanza stabile) così se si vuole davvero concedere una crescita all’Africa la strada è quella di darle il volante in mano.

Bisogna creare animatori, responsabili di associazioni impegnate nella comunità e bisogna fare in modo che non siano i missionari al vertice di tutto. L’autosostentamento è un passo importante verso l’emancipazione di un villaggio. Instaurare una catena culturale interna che possa sopravvivere senza l’intervento di entità esterne (per quanto fossero integrate le suore… sempre bianche venivan viste!) è fondamentale per garantire una crescita.

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E’ l’ennesimo processo lungo da pianificare nel tempo. Non è facile individuare le figure, non è facile far capire che progettare attività per i giovani può portare ad un miglioramento generale del villaggio e ad un progresso che, a quel punto, sarà il più bello e trasparente possibile. L’Africa seguirà i suoi stili ma segnerà – al contempo – dei passi in avanti.

A Dakar, in realtà, la situazione è decisamente diversa. L’aria di città si respira (nonostante sia IL caos) e così un ambulante che sapeva parlare inglese mi raccontava che i giovani in quelle settimane avevano organizzato dei cortei contro l’attuale presidente che stava sfruttando le leggi per portare avanti i suoi interessi personali (l’ho già sentita questa storia…). La maglietta che vedete in foto è quella che hanno utilizzato per manifestare e ridicolizzare la sua figura.

Ovviamente non si può generalizzare questo discorso ad ogni zona dell’Africa perché è così grande e diversificata che le necessità possono variare in maniera considerevole facendo appena 50km (c’è una altissima variazione della qualità della vita da un paese all’altro, fenomeno che in Europa è decisamente più mitigato) ma non mi sembra neanche responsabile far vedere solo il lato dell’Africa più compassionevole e che, possibilmente, genera più commenti del tipo “oh poverini…”.

Emanuele

Sarà necessario un invito autunnale.

E’ già passato un mese da quel sabato con gli amici. Sono già passati sei mesi dall’ultima volta che son volato a Palermo.

Grigliata con gli amici

L’odore di quel weekend torna anche oggi, ma senza loro non è la stessa cosa. Da notare (ed apprezzare) la carriola trasformata in tavolino. Questa foto testimonia ineluttabilmente che anch’io bado alla carne (che ogni volta tutti dicono il contrario!). 😛

Emanuele

PS: la foto è sua (che col tempo si migliora) anche se lo scatto, per questa volta, è di qualcun altro (leggere i commenti).

L’Africa va cambiata. L’Africa non va cambiata.

Vi chiederete il perché di questo titolo, ma, ancor di più – mi auguro – vi starete chiedendo quale delle due frasi sia quella giusta. D’altronde anch’io me lo son chiesto più volte.

L’Africa vista da lontano va cambiata tutta. Vanno portati i gabinetti, i lavandini, vanno costruite le strade e le ferrovie, va portata la luce e gli spazzolini da denti. Va spiegato che possono usare i cestini per raccogliere l’immondizia e che non è salutare dormire a pochi centimetri da tre capre.

Si, di cose da cambiare in Africa se ne possono elencare milioni ma ho imparato che non è tutto vero o giusto. Persino il lavoro dei missionari, in certi villaggi può e deve trasformarsi in una presenza secondaria che non stravolge gli equilibri (ma di questo proverò a parlarne successivamente…).

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L’Africa infatti non è solo malnutrizione. L’Africa è anche una cultura, la cultura africana. Tu sei cresciuto con quella occidentale ma non è detto da nessuna parte che sia la migliore. Vuoi un esempio? Semplice: l’africano ha una capacità nel camminare 10 volte maggiore della tua. La tua cultura – dunque – sei sicuro sia la più salutare?

Ecco. C’è un’altra Africa. Rimane la malnutrizione e la difficoltà nel curarsi ma non bisogna forzare l’africano a vivere in case ammattonate in ceramica e con le finestre coi doppi vetri. L’africano vive bene con le capre fuori la sua capanna.

In una delle visite a Koungheul, siamo stati accolti a casa del Prefetto. Un uomo di sessant’anni che per trent’anni ha lavorato a Dakar, in città, tra i palazzi, tra i taxi (seppur vecchi), tra le bancarelle e l’acqua che arriva dal rubinetto. Andato in pensione è tornato a Koungheul. Nel giardino di casa, recintato per sua fortuna in muratura, quel pomeriggio vivevano e giocavano le nipotine con capre, anatre e galline a pochi passi. I figli e le figlie studiano all’università di Dakar. Perché un uomo che per anni ha servito lo Stato, che avrebbe come vivere a Dakar (e che può mantenere i figli all’università), dovrebbe mai decidere di tornare in un villaggio in cui esiste una sola strada, in cui se devi fare una visita medica ti toccano almeno 100km o che ha una piccola centrale elettrica che ogni 3×2 si guasta lasciando quell’unica strada di transito senza corrente elettrica?

Lui, in quel villaggio c’era nato e cresciuto. Poco importano le comodità. O meglio, non dovrei assolutamente definirle così. Per l’uomo africano abituato da sempre a vivere in piccoli villaggi dove si coltivano arachidi con aratri trainati da asini tutto quelle che sono “comodità occidentali“, sono cose di cui non sente il bisogno. Un po’ come l’orientale che non può vivere senza il suo tatami e che per noi è assolutamente inutile.

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Questione di punti di vista. Il valore delle cose non è mai assoluto ma sempre relativo. Tu non vedi un valore in me o in qualcosa perché in maniera assoluta io o quella cosa possediamo un tesoro. Lo vedi perché – magari – rispecchia e completa una tua necessità.

Ecco perché l’Africa non va cambiata. Ho visto africani denutriti, è vero e su questo probabilmente c’è ancora da fare ma non è detto che tutti debbano avere la luce. Sapete, mentre giocavamo i bambini erano soliti togliere le scarpe. I loro piedi erano talmente abituati a correre scalzi che le scarpe erano un fastidio. Noi quando usciamo di casa pensiamo, al contrario, che sia importantissimo indossare un paio di scarpe e a meno di dover calpestare un bel prato non decidiamo mai di camminare scalzi. Tutto è relativo.

L’africano non si lamenta perché la sera non può vedere l’Isola dei famosi. L’africano vive una vita diversa ma anche lì scorre serenamente. I giovani dei villaggi, la sera – al buio – si incontravano per stare insieme. In una delle stanze della missione, quelli cristiani, si incontravano per fare le prove del coro domenicale e anche loro organizzavano feste a base di musica e carne alla brace (solitamente carne di facocero che – devo dire – è persino più gustoso del maiale…). Nell’ultimo villaggio in cui siamo rimasti in quei giorni si stava svolgendo anche un torneo di calcio (sia femminile che maschile).

La vita esiste anche là e l’Africa non è solo quei bambini appollaiati come degli avvoltoi su una terra arida che fanno tanto stringere il cuore. Con ciò non voglio trascurare tutte le difficoltà che interessano quella terra (vedi le tante epidemie che la affligono…), semplicemente però vorrei che la si guardasse anche con occhi diversi (e l’associazione delle donne di cui vi parlavo l’altro giorno, in un villaggio di appena 80 anime, ne è la testimonianza) perché chi vuole andare in Africa pensando di doverla stravolgere completamente, non ha capito nulla né del suo ruolo né dell’Africa.

Emanuele

Abbandonare i preconcetti.

La prima cosa descritta quando è arrivato il momento di presentarci è stata la mia voglia di libertà. Ero partito per l’Africa convinto di non dovermi aspettar nulla e di dover abbracciare qualsiasi esperienza mi fosse stata offerta. Avevo lasciato l’orologio, avevo abbandonato il cellulare, avevo deciso che non avrei mantenuto i contatti con gli amici. Non era la stessa Africa che han cercato e vissuto gli altri ma era esattamente come sentivo di doverla vivere io. L’Africa doveva essere un momento mio, diverso. Io, dovevo provare a pensare diversamente.

Birra in caso d'emergenza.

Dopo un paio di giorni di conoscenza divenne palese che un’altra del gruppo mi veniva dietro. Gli altri lo facevano notare attraverso battutine velate e io – da bravo – facevo finta di non comprender nulla e me ne stavo sulle mie.

L’intera prima settimana, senza rendermene conto, stavo vivendo libero da tutto tranne che dai miei preconcetti. “Non voglio rovinare la mia esperienza e neanche la sua“, “non voglio modificare gli equilibri nel gruppo“, “non voglio fissarmi su qualcosa che posso ritrovare anche in Italia…” e così via. Nonostante fosse una ragazza molto interessante e mi trovassi bene a discutere e scherzare con lei, quando vedevo qualche segnale di avvicinamento mi ritiravo indietro. Ero il solito me.

Avevo ripreso con tutta una serie di ragionamenti che ogni volta mi porta forse a non vivere per dar voce ad un particolare senso di responsabilità verso tutto il resto. Qualcosa che tra educazione scout e bisogni familiari particolari si è instaurata in me in maniera pesante. Più passavano i giorni però, più mi chiedevo quanto non fosse stupido tutto ciò. Perché dovevo preoccuparmi di tutte quelle cose? Perché dovevo decidere io se fosse un “rovinarle l’esperienza” provare a lasciarmi andare? Perché dovevo occuparmi dell’equilibrio del gruppo? Se anche fosse stato vero tutto quanto… non poteva esser vero anche l’esatto opposto? Forse quella ragazza era anche il segno di questo cambiamento. Un’offerta che dall’Alto, stava a dir qualcosa e che potevo – per l’ennesima volta – prendere o lasciare andare. E io, che finalmente e dopo anni, mi ponevo domande simili… potevo far passare l’occasione senza darle un minimo di considerazione in più?

Così una sera, ho provato a pensare diversamente. Ho preso un grande lenzuolo, il cavalletto e la macchina fotografica e sotto quel bel cielo africano ho proposto una veglia alle stelle. Tutti sdraiati col naso all’insù abbiamo fatto tardi parlando delle cose più assurde. Io però, persino in quel momento, provavo a rimanere sulle mie mantenendomi concentrato sulla macchina fotografica e un po’ defilato dalle risate. Volevo ancora, per l’ennesima volta, capire quanto fosse giusto.

Pian piano andò via il primo e poco dopo anche la seconda del gruppo si trasferì a letto. Rimanemmo solo io e lei. Io continuavo a scattare foto, lei continuava a smuovere il mio braccio quando – finito di giocare con le impostazioni – tentavo di far memorizzare a quel miracolo dell’umanità composto da obiettivo, diaframma e sensore fotorecettore, una cartolina del cielo.

Una rana quella sera gracidava molto vicino, probabilmente era nascosta tra qualche pianta a pochi metri. Sempre più vicini ed incuranti di quel rumore poco rassicurante (oh, se ti salta addosso non è piacevolisimo!) si chiacchierava come se quella notte potesse durare all’infinito e non c’era bisogno di dormire. Nessuno dei due aveva fretta di rientrare.

Non so se sia stato l’ennesimo gracidare fastidioso o qualche zanzara che pungendomi mi fece sobbalzare verso di lei ma, tutt’un tratto la stavo baciando. Mi stava baciando.

Il resto non ve lo racconto, ma la settimana successiva è cambiata inesorabilmente. Non è successo nulla di sconvolgente, nessuno del gruppo ha sofferto nulla, né io né lei abbiamo vissuto male o chiusi a riccio e adesso non posso che esser felice anche di questo. Ho provato a vivere “una storia di una settimana” che per tanti altri motivi non volevo portare in Italia e che per come son fatto non avrei mai fatto nascere. Qualcosa che diventa l’ennesimo regalo di quest’Africa misteriosa e sconvolgente. Il segno che altro in me deve ancora cambiare ma che se ha compiuto il primo passo è già sulla buona strada… perché è da tempo che sono convinto che so vivere tutto con leggerezza tranne i rapporti interpersonali.

Che io – mi sa – non ho bisogno di una donna. Ho bisogno di una donna che mi prenda a gomitate perché il tempo mi ha disegnato malissimo.

Emanuele

PS: la foto, scattata sulla nave verso l’isola degli schiavi, mi sembra perfetta. Sia perché Goree era il luogo in cui quegli uomini perdevano la possibilità di decidere della loro vita, sia perché – a volte – piuttosto che un giubotto di salvataggio, si ha bisogno di quella sana pazzia che solo una bella sbronza può assicurarti…

Vedono meglio di noi.

Sapevo che la vita nei villaggi distanti da quel minimo di civiltà chiamato “Dakar” sarebbe stata diversa. Con una cosa però non avevo fatto i conti come si deve: il buio.

Vederlo per la prima volta mi ha lasciato senza parole e, al volo, mi sono accorto che era come una perla incastonata in un fondale profondissimo. Avrei potuto riportare indietro qualsiasi cosa. Potrò raccontarvi di testimonianze più o meno toccanti o mostrarvi foto più o meno interessanti ma – in alcun modo – potrò farvi capire cosa rappresenti il buio. Questa sensazione, ogni volta che arrivava la sera, mi affascinava e infastidiva allo stesso tempo. Il buio non puoi fotografarlo: se usi il flash… non è più buio.

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Nei villaggi si vive al ritmo della natura. La sveglia è all’alba anche per i bambini e non semplicemente perché bisogna abituarli alle “sane abitudini” che si impongono (con un’impegno che rasenta lo zero) anche ai bambini occidentali, piuttosto perché nelle capanne in cui vivono, dopo che sorge il sole, il caldo inizia ad essere insopportabile e su un unico letto dormono 5-6 persone. Così… tutti fuori, alla ricerca di protezione sotto un albero o sotto una di quelle strutture (che da scout ho apprezzato perché stavano in piedi senza usare neanche 2cm di cordino…) che rappresentano il loro “soggiorno“.

La sera, dopo il calare del sole però la vita non si ferma immediatamente. Continua ancora per qualche ora ed è lì che conosci cosa significhi vivere senza luce. Nei villaggi infatti non si accedono fuochi. Forse possono permetterselo in altre zone dell’Africa oppure il fuoco è riservato alle grandi feste ma… non è possibile bruciare legno ogni sera (significherebbe abbattere alberi in quantità smisurata impoverendo la terra ancor di più…). Così, semplicemente, si vive nella più totale oscurità.

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L’ultima mattina, quando andammo via dal villaggio, nella missione mancava la luce. La sveglia – per ragioni logistiche – avvenne prima dell’alba e mi ritrovai a richiudere lo zaino a lume di candela; nello stesso istante in cui accesi quella misera fiammella però mi resi conto che loro non usavano neanche quelle.

Vedono meglio di noi. E’ questa la realtà. Crescono abituati sia alla luce che al buio e così riescono a muoversi agevolmente con la sola luce della luna. La vita non si ferma: c’è chi chiacchiera, chi gioca e chi continua a far qualcosa in “cucina“. Abbiamo fatto qualche giro nel villaggio dopo il tramonto e quando spegnevamo la torcia era divertente far silenzio e sentire quanta vita ci fosse intorno nonostante fosse tutto invisibile.

Quante capacità del nostro corpo lasciamo silenti pensando di non essere in grado di far di più?

Emanuele

Toubab: quello dalla pelle strana ero io.

Ho dormito, sono ancora un po’ raffreddato (che attraversare 5 aereoporti con relative arie-condizionate non fa bene…) ma cerco di tirare qualche somma. Premetto col dire che non credo d’aver visto una sola Africa. Ne ho viste almeno due, o forse anche tre. C’è l’Africa di Dakar e di Goree e l’Africa dei villaggi, delle missioni, dell’entroterra sub-sahariano che affascina e graffia allo stesso tempo.

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Come scrivevo ieri, ho riempito oltre 90 pagine del mio taccuino. Molto spesso ho ricordato ciò che avevo vissuto e quando possibile memorizzavo anche le testimonianze che raccoglievo. Non sapevo parlare in Wolof e col francese, solo gli ultimi giorni sapevo rispondere in maniera carina al buon giorno… come al solito però, l’inglese mi ha salvato. Ho parlato con un giovane venditore ambulante che mi ha raccontato la sua storia. Mi ero talmente immerso nella discussione che gli altri del gruppo sono usciti dal bar in cui si stavano riposando per chiedermi di entrare. Ho parlato con un insegnante, ho parlato con un carpentiere. Ho parlato in inglese tutte le volte che mi era possibile… e devo dire che è sempre stato interessante. Ogni volta ho cercato di curiosare senza fermarmi alla superficialità delle classiche domande “come fai a vivere?“, “quanto mangi?” e cose così. Abbiamo parlato della politica del Senegal, dei giovani senegalesi che sono una speranza per la rinascita della nazione. Abbiamo parlato di come l’educazione nelle scuole può fare tanto ma di come servano anche una serie di attività extra-scolastiche. Ho raccontato un po’ anche dell’Italia, della nostra situazione socio-politica. Ho cercato di far capire che tutto il mondo è paese. Col carpentiere, che era anche un ottimo maestro di musica, abbiamo persino parlato – con una birra in due – di donne, di amore, di passioni…

Sapete, più vado avanti, più mi rendo conto di quanto piccola sia la possibilità di raccontarvi tutto ciò che ho incontrato in questi 16 giorni vissuti con un’intensità devastante. Se mi concentro su questi discorsi dimentico la bellezza dei paesaggi oppure l’aver visto come un intero villaggio dipende da un pozzo di 55 metri che tira acqua attraverso due asini. E se vi parlo di questo trascuro un’altro aspetto mille-mila-anni-avanti-a-noi del Senegal: la convivenza pacifica tra le religioni. Lì infatti il cristiano non odia il musulmano e viceversa. Entrambi riescono a rispettarsi e addirittura ad apprezzarsi per ciò che sono. Un giorno abbiamo fatto visita ad un villaggio di poco meno di 80 anime. Eravamo missionari cristiani eppure tutti, musulmani compresi, quel giorno si son fermati per accoglierci (e per quante ore dovrei parlare adesso del nostro rispetto del tempo?) e tra danze e racconti ci hanno mostrato le difficoltà della loro comunità. Ah, prima che parlasse il capo villaggio ha parlato anche una donna. Nonostante siano qualche secolo più indietro di noi per tanto altro, loro hanno già una associazione delle donne (che nella loro società ha un ruolo importantissimo: mantiene la casa e gli affari). La cosa mi ha stupito piacevolmente e, come diceva qualcuno, questo mostra quanto l’africano – in realtà – sia molto più intelligente di un bianco. Quel giorno ci han raccontato della difficoltà nel trovare il cibo che porta 1 persona su 2 (si, una su due!) ad avere al massimo un pasto al giorno o dell’assenza di strade per raggiungere i villaggi più grandi (noi siamo arrivati lì su due piccole carrozze trainate da un cavallo perché neanche il pick-up poteva avventurarsi in quel bosco…).

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Potrei parlarvi inoltre di quando uno stuolo di donne m’ha assalito – non so ancora bene perché visto che non capivo – e mi son ritrovato, da solo, accolto in quel villaggio a ballare al ritmo delle loro musiche cercando come fuggir via. Anche perché lì, quando vedono un bianco, vogliono sposarlo. Perché è una via di fuga verso l’occidente che affascina perché vien visto ricco e prosperoso. Qualche donna, mi ha addirittura chiesto di portar con me i suoi figli più piccoli…

Non so, fatico nel trovare le parole adatte e sapevo già che sarebbe finita così. Dovrei anche raccontarvi di me, di come ho voluto e saputo vivere questo viaggio ma almeno per quello proverò a dedicare un post a parte. Intanto sono ancora in attesa del mio bagaglio. A Casablanca han trattenuto quelli di mezzo aereo e io avevo lasciato le chiavi di casa mia lì dentro così prima di riprendere la mia vita mi sto godendo questo rientro lento, distante anche dal mio cellulare. Forse, più che una sfortuna, devo considerarla una manna dal cielo… avrei sentito ancor più devastante riappropriarmi in pochi minuti di tutto ciò che mi ha sempre circondato.

L’Africa più che colpire quando si arriva, da una mazzata quando vai via. In questi giorni mi sento strano: lì non avevo niente, eppure mi sembrava d’avere tutto ciò di cui si può aver bisogno e – addirittura – ero tra i fortunati. Qui, cosa diamine divento?

Emanuele

PS: “Toubab” significa “bianco” e i bambini dei villaggi erano soliti gridarlo quando ci vedevano arrivare. Ah, se cliccate sulle foto potete vederle ingrandite. Ho fatto oltre 1800 scatti, non ho ancora idea di come farvi vedere – con un minimo di descrizione – ciò che dagli occhi si è andato ad incastrare nel cuore.

La fine è il mio inizio.

Da dove parto? Da un sorriso? Da una stella? Da un bacio? Da un piatto di riso? Da una donna che porta l’acqua sulla testa? Da un asinello martoriato dalle frustate? Dal sapore del facocero? Dal salam aleikum? Dal bagno nell’Atlantico? Dalle coltivazioni di arachidi? Dal mortaio per rendere ogni cibo una conserva in polvere? Da due mani intrecciate? Da un pozzo? Dalle religioni che convivono pacifiche? Dal fatto che sono ancora fuori casa? Dal viaggio sul cassone del pick-up? Dalla mia caduta da cavallo? Dai bambini che si lavavano in una pozza d’acqua? Dal cibo così diverso dal nostro? Dalla parola toubab? Dall’aver stravolto il mio modo di pensare ed agire? Dall’esserci riuscito? Dall’aver preparato lo zaino, di notte, a lume di candela? Dall’essermi lavato con un secchio? Dall’aver giocato a piedi scalzi? Dall’aver conosciuto persone con un senso d’accoglienza mai visto prima? Dal fiume guadato col pick-up? Dall’aver avvertito in maniera quasi tangibile la presenza di Dio uno degli ultimi pomeriggi a Koumpentoum? Dall’aver fatto vari chilometri, da solo in bicicletta, alle sette del mattino per soddisfare una irrefrenabile sete di scoperta che avevo dentro ogni giorno?

Sono arrivato oggi a Milano, dopo tre giorni di viaggio. Ho un taccuino pieno di roba. Ho scritto – senza neanche rendermene conto – oltre 90 pagine. Pensieri e cronache, domande e risposte.

E’ successo di tutto tanto che fatico nel capire cosa dirvi prima, come scriverlo e quanto a fondo provare ad andare. In ogni caso, ho come l’impressione, che questo ritorno sarà anche… la fine. Ho un brivido, vado a sdraiarmi. Dormire. Sognare. Domani ci riprovo.

Emanuele