Fineco mi regala le AKG K518 DJ!

L’ho sempre detto che la mia banca è differente: Fineco è l’unica banca che più passa il tempo più mi regala soldi. L’ultima promozione prevedeva in regalo un paio di cuffie della AKG, marchio austriaco storico nel mondo degli audiofili. Il modello è il K518DJ, fratello minore delle K181DJ ed indirizzate a DJ semi-professionisti.

AKG K518DJ

Non sto a raccontarvi delle specifiche tecniche perché – a dirvi la verità – non ho una cultura specifica tale da poterle confrontare con altri prodotti del settore, posso dirvi però che la qualità audio mi ha impressionato. Per me che vivo con gli auricolai in-ear dell’iPod/iPhone (che hanno una risposta in frequenza decisamente limitata) passare ad un paio di cuffie esterne è come fare un giro in limousine invece che camminare su una lambretta. La scelta dei materiali inoltre sembra sufficientemente ricercata, i cuscini sono morbidi e non pressano neanche troppo (cosa che mi è capitato di avvertire in passato con altre cuffie esterne).

I suoni sono più pieni e l’isolamento dal mondo esterno è incredibile. Insomma, un regalo ottimo per immergersi ancora di più nella musica: sdraiarsi sul letto, pressare Play sul lettore e chiudere gli occhi ti apre un nuovo mondo… 🙄

Emanuele

PS: ma voi che aspettate per passare a Fineco?! 😮

Do you really want to assert that a flower can find the sun and you cannot?!

Giallo, rosso e poi di nuovo giallo. Che la natura – è evidente – ha anch’essa dei colori che preferisce maggiormente.

Girasole

Ed è anche dai girasoli che dobbiamo imparare: non hanno cervello ma sanno trovare il sole.

(no perché mi è stato detto che la felicità è un fattore genetico, mentre – secondo me – serve solo la voglia di guardare nella giusta direzione e prospettiva sfruttando a dovere la nostra testolina).

Emanuele

Primavera Maisha.

Mi regala puntualmente un brivido l’idea che tra meno di tre settimane sarò in un angolo del pianeta in cui neanche Google Maps, l’esempio lampante della digitalizzazione compulsiva del mondo in cui viviamo sia mai arrivato. Le immagini riprese dal satellite non hanno una risoluzione migliore di questa e lasciano semplicemente presagire che vivrò in un villaggio di poche anime in cui l’asfalto è qualcosa che tarda ad arrivare. Il non poter vedere oltre, dopo un attimo di smarrimento in cui speravo di capire meglio dove finirò, si è trasformato in regalo.

Google Maps - Senegal

Non porterò con me strumenti digitali, oltre la fotocamera avrò un vecchio cellulare che utilizzerò solamente a Roma per avvertire la famiglia e che finirà – spento – nello zaino, subito dopo. Un po’ come quando gli astronomi cercano luoghi distanti dalle città per ammirare al meglio il cielo io, in quelle settimane, avrò l’occasione di vivere un silenzio più intenso. Un silenzio dettato dall’assenza di stimoli ai quali sono assuefato che nulla ha a che vedere con le voci che mi colpiranno tra quelle casette. Il silenzio reale, infatti, sarà assente e la vita – sono certo – scorrerà continuamente con una vitalità matematicamente maggiore di quella da cui provengo e che potrà solo insegnarmi come rafforzare la mia.

Noi non sapevamo se queste persone (…) erano degli uomini e delle donne aperti o chiusi, dolci o aggressivi, felici ed equilibrati o infelici e dal temperamento mutevole (…) oppure, al contrario, come noi avemmo modo di verificare una volta arrivati là, che una moltitudine di corrispondenze spirituali e religiose cullava degli individui sereni, gioiosi, stabili e di grande libertà affettiva, come in una rete d’amore che gli dei e gli antenati avevano disteso per attenuare le durezze della vita terrena dei loro cari esseri…

Tratto da: “La sfida dell’altro. Le scienze psichiche in una società multiculturale” di Mario Galzigna

Emanuele

PS: fatevi un regalo: approfondite l’origine del titolo… 🙄

La gente non vuole cambiare il mondo.

Me ne accorgo sempre dalle piccole cose. Dalla carta buttata a terra senza pensarci troppo, al colpo di clacson che arriva quando non parti in mezzo millisecondo dopo che scatta il verde. Tante piccole cose in cui, di tanto in tanto cado anch’io (come l’auto in doppia fila).

Se c’è una cosa che però mi da tremendamente fastidio, quella è vedere buttare del cibo. Provo un fastidio interiore che so paragonare solo a quello del sentire una bestemmia quando qualcuno per sazietà (o anche per via di gusti “particolari”) lascia mezza pietanza sul piatto. Sono stato abituato fin da piccolo che ciò che si ha nel piatto lo si mangia fino in fondo e non credo che i miei genitori siano stati speciali nel sapermi abituare in un certo modo né io lo sia stato nel recepire i loro insegnamenti. Sarà che ho la buona abitudine di saper sopportare ma quando a me qualcosa non piace particolarmente, la mangio in silenzio e faccio questo sforzo.

In questo periodo, nella mensa dell’industria, vedo tanti operai che buttano il pane. Qualcuno mangia la mollica, qualcun altro preferisce lasciarlo a metà; quando sono soddisfatti – per il sol fatto di non averlo apparentemente pagato (gli è dovuto un pasto completo) –  lo lasciano sul vassoio che verrà svuotato.

Non voglio fare il solito discorso “in Africa i bambini blablabla” perché è un discorso inflazionato e adatto probabilmente a sensibilizzare i più piccoli (ai più grandi dell’Africa importa ancora meno). Non ho mai fatto la fame a casa mia. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che non ha mai fatto i conti col conto in rosso a fine mese ma non per questo certi Valori sono stati trascurati. Tanti di quegli operai alla fine del mese protestano perché non arrivano alla terza settimana eppure sanno concedersi il lusso di buttare il pane. E’ tremendo.

Sono cresciuto con l’esempio della formica che non trascura neanche la più piccola delle molliche. Ogni briciola in più è un pizzico di fame in meno. Somma queste briciole e fai un pasto in meno. Fosse anche solo una cena abbondante in meno al mese.

Io, nonostante non debba mantenere nessuna famiglia, nonostante abbia uno stipendio quasi sicuramente superiore a quello di tanti operai, quando prendo il pane in mensa e poi non lo mangio faccio una cosa semplicissima: prendo 3 tovagliolini e lo avvolgo.

Torno a piedi, verso l’ufficio, con in mano la bottiglietta d’acqua e il pane rimasto. La sera, a casa, in questo periodo c’è un panino in più. Di giorno, in questo periodo, nel cestino dell’umido della mensa, c’è un panino in meno.

Basterebbe davvero così poco per iniziare a cambiare il mondo…

Emanuele

PS: perché è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare.

A pranzo.

Avevo appena pensatodai che oggi non mi son macchiato!” quando un filo di condimento scola dalle tagliatelle e mi finisce sulla maglietta.

Dai che oggi non mi son caduti diecimila euro dal cielo.

Uhm. DAI CHE OGGI NON MI SON CADUTI DIECIMILA EURO DAL CIELO…

Grrr… (dovrò fare la revisione a questi super-poteri…).

Emanuele

Il maschilismo è anche colpa delle donne.

Nell’industria in cui sto lavorando in questo periodo si vedono in giro pochissime donne. Nessun operaio, sono tutte segretarie o addette all’amministrazione e le vedi girare quotidianamente per i reparti per recuperare report, documenti di lavoro e cose del genere. Sono poche dicevo ma non passano inosservate.

Purtroppo per me che son giovane però non sono delle avvenenti sculture di madre natura pronte a far impallidire le veline dei calendari appesi in giro. Al contrario, sono espressione vera e naturale del boterismo. Non sarebbe un problema – e voglio che sia chiaro – non sarebbe un problema perché, alla fin fine, l’importante è che siano preparate nel loro lavoro e in grado di svolgere al meglio la mansione che gli è stata affidata.

Sfortunatamente invece è un problema perché il fatto che siano come pepite d’oro in un fiume italiano le convince che debbano atteggiarsi a Sabrine Ferilli della situazione. Le vedi spuntare, per questo, con magliettine improponibili o scarpe da serata di gran gala. Non hanno l’obbligo di adottare un abbigliamento particolare ma, certamente, esiste anche un limite al buon-senso nel presentarsi all’interno di un’area industriale che ha tutt’altro che l’aspetto di un lungomare di qualche bella isola del mediterraneo.

L’operaio medio (esiste l’operaio di alta classe?) abbocca, ovviamente, come un pesce. Si gira, domanda loro se stiano arrivando da una serata particolare e tutta la scena è grasso che cola nella loro mente: un sorrisino malizioso, una risposta tra lo snob e il compiaciuto e via verso la prossima preda.

Qualche giorno fa una di queste aveva una magliettina in pailettes d’oro, un’altra invece una specie di abito nero in pizzo.
Immaginate tutti questi uomini in tuta da lavoro, con scarponi antinfortunistici, caschetti, imbragatura che arrotonda ed esalta persino i glutei dell’operaio più anziano, che tra un’operazione e l’altra vengono interrotti da queste dive-per-un-giorno.

Credo che le donne potranno protestare quanto vogliono per la parità dei sessi, si potranno organizzare i migliori 8-marzi della storia per il riconoscimento della loro competenza a fronte di una valutazione puramente estetica ma finché giocheranno con una tale consapevolezza nel provocare i bisogni più ancestrali di un uomo nulla cambierà. Loro rimarranno oggetti e nessuno proverà ad andare oltre quelle pailette. O meglio, si proverà a farlo solo per una cosa.

Emanuele

Gli incubi di Bender.

Il sogno peggiore per un robot è quello di incontrare un 2 in una sequenza infinita di 1010101: io non sono ancora a questi livelli ma penso d’essere molto vicino a certe deviazioni.

Quando sono andato a fare i vaccini ero stato avvertito che il corpo poteva reagire a quelle sostanze in diverse maniere: crampi, brividi, febbre, emicrania e incubi. Stamattina mi sono svegliato con un mal di testa immane, ho preso una tachipirina e da bravo stacanovista sono andato ugualmente al lavoro ma non è questo che voglio raccontarvi.

La parte più assurda si è svolta stanotte quando ho vissuto un incubo da vero nerd. La location dell’incubo era un centro assistenza per macchine fotografiche. Lì chiedevo aiuto perché la mia calcolatrice mi sembrava rotta e – in effetti – il tecnico constatava un problema. Dopo varie discussioni e valutazioni (che vi risparmio) mi accorgevo che quella che aveva in mano però non era la mia Texas Instruments ma una calcolatrice della United (una marca di televisori di bassa qualità!). Allora innervosito chiedevo di parlare con un superiore, mi sembrava assurdo che avevamo perso ore parlando di un problema che però non riguardava la mia calcolatrice scientifica! Superato questo problema chiedevo la sostituzione in garanzia: a questo punto il sogno tornava a concentrarsi sulle macchine fotografiche ed ero ben felice che potevo prenderne una con un sensore SuperCCD invece del CCD che montava la mia perché quel modello era fuori produzione!

Ecco, immaginate me che mi giro sul letto “no… no… la United no…” o che persino nei sogni apprezzo la differenza tra due tipi di sensori elettromagnetici! Sono un maledettissimo nerd. :timid:

Emanuele

Che vaccini fare per andare in Africa?

Scrivo questo post, un po’ per promermoria personale, un po’ per rispondere a chi, come me, si ritrova a vagare nel web tra milioni di pagine alla ricerca del Santo Graal della risposta migliore.

Premetto che non sono un medico e che questo post non avrà una valenza tale da poter esser preso per oro colato, però può rappresentare un ottimo punto di partenza perché si tratta dei vaccini ricevuti per esperienza personale. Va specificato inoltre che alcuni vaccini sono consigliati con maggiore o minore insistenza in base alla zona dell’Africa visitata, del periodo dell’anno (le zanzare – mi dicono – anche lì non si vedono molto d’inverno) e dalla durata della permanenza nel continente nero (paraponziponzipò!).

Io sono andato al centro vaccinazioni per viaggiatori di Milano e lì, seguendo alcune indicazioni del Ministero (della salute? del Turismo? Non so dirvi chi emana certe direttive) mi sono stati consigliati e somministrati i vaccini per le seguenti malattie:

  • Febbre gialla (il vaccino vale 10 anni) ed in Senegal (dove vado io) il certificato di vaccinazione è richiesto insieme al Passaporto perché ritenuta facilmente contraibile.
  • Poliomelite, Tetano e Difterite: queste tre vengono effettuate con un’unica iniezione “trivalente“.
  • Meningite
  • Epatite A (di cui va fatto un richiamo dopo 6 mesi e non oltre i 12 mesi).

Personalmente non ho rinnovato il vaccino contro l’Epatite B in quanto avevo completato il ciclo durante i vaccini dell’infanzia. Se non trovate il libretto sanitario con la storia dei vostri vaccini potete fare le analisi del sangue per stabilire se il vaccino sia stato recepito o meno.

Oltre queste quattro iniezioni bisogna proteggersi da Colera e Tifo. Per entrambe sono previste delle pillole che mi ha rilasciato il centro vaccinazioni e vanno assunte secondo un programma ben definito prima di partire.

Infine va iniziata una terapia antimalarica. Non esiste un vaccino così si assumono dei farmaci veri e propri durante l’intera permanenza in Africa. Personalmente mi è stato consigliato il Malarone ma esistono anche altre pillole anti malariche (come Paludrine e Clorochina).

Tutti i vaccini ovviamente possono provocare effetti collaterali più o meno sopportabili (si va da febbre, nausa, dolore agli arti ad incubi notturni!).

Ovviamente a tutti questi provvedimenti va associato un po’ di buon senso che può fare la differenza. La sera – ad esempio – è consigliato utilizzare magliette a maniche lunghe e ricoprire le parti del corpo scoperte con spray o rimedi anti-zanzare (la dottoressa mi raccontava che esistono in vendita anche delle zanzariere ricoperte di un prodotto anti-zanzare). Altro accorgimento è non bere mai acqua di cui non si conosce la provenienza e non mangiare cibi non cotti.

Per il resto… incrociate le dita!

Emanuele