Il quarto stato.

In questi giorni la sveglia suona alle 6 e 40. Alle 7 e 20, dopo una doccia fredda obbligatoria ed una colazione veloce, esco da casa. Alle 8 sono in un’industria a circa 40km da dove vivo.

E’ un ambiente diverso da quello in cui lavoro di solito. La location è composta da tanti capannoni che oserei definire storici: negli anni quaranta/cinquanta li utilizzava un colorificio che nel dopo-guerra non andò troppo distante.

Il quarto stato

All’interno dell’aerea, cui si accede solo se si ha il permesso necessario, lavorano alcune centinaia di operai che producono, ventiquattro ore su ventiquattro, liquidi di contrasto (avete presente quando vi fate un’ecografia…?). L’impianto non si ferma mai, non esiste la notte o il giorno, quelle pompe, valvole e condotte vanno avanti da anni.

Io, ogni mattina, alle 8 e 15 salgo le scale all’interno di un vecchio capannone. Stiamo modellando una nuova parte di impianto e, questa volta mi tocca dirlo, mi è stato assegnato un compito noiosissimo. Non è di questo che vorrei parlarvi però.

Il vecchio capannone in cui entro dovete immaginarlo proprio come uno di quelli inquadrati in alcuni film americani degli anni ’50: c’è una grande area in cui gli operai lavorano e poi, al centro, c’è una struttura autoportante, in ferro, da cui anni fa il capo cantiere urlava gli ordini. Io salgo lì sopra e al posto di un vecchio ufficio polveroso incontro… un vecchio ufficio polveroso con vari computer in aggiunta.

E’ tutto impolverato, tant’è che mi è facile notare la comodità del bagno con le luci coi sensori automatici dell’ufficio da cui provengo. Non è questo che mi impressiona però.

Ciò che mi ha colpito di più sono gli operai. Li vedi andare in giro per l’area industriale con le tute da lavoro – delle salopet blu navy – gli scarponi di sicurezza e i caschetti gialli. Non so se siano felici vestiti tutti uguali.

Ho scoperto che la pausa sigaretta/caffé avviene in una piccola stanza, su uno dei viali dell’industria. Lì, tra le finestre anni ’40 e le mattonelle – grigie a terra e giallo scolorito alle pareti – hanno piazzato alcuni distributori automatici. Fumano lì dentro e non oso immaginare cosa possa diventare quella stanza quando, d’inverno, quelle piccole finestre basculanti vengono chiuse per proteggere dal freddo chi fa una pausa. A me, per contrasto, appare al volo l’immagine della mia sala “pausa” che ha persino il frigo e il microonde per chi vuol prepararsi un té al volo.

Non so se siano felici. A me, guardandoli, ricordano le lotte di classe, le prime rivolte, lo statuto dei lavoratori, gli scioperi e i sindacati. «Sono loro» dico tra me e me. Sono proprio loro, che si muovono in squadre e che quando il capo squadra li invita a tornare al lavoro spengono la sigaretta per seguirlo verso una delle strutture in cui scompariranno per qualche altra ora.

In un angolo del “Capannone 14” in cui entro io la mattina c’è un tavolo in cui alcuni operai del reparto manutenzione riparano ciò che è arrivato. Alle pareti, oltre all’immancabile calendario sono appesi alcuni poster: due donne nude, un poster sul calcio e qualche bella moto. Mi ruba un sorriso, non tanto la visione di quelle bionde siliconate, quanto lo stereotipo che quella scena rappresenta. Non so se siano felici. Lo ripeto perché ho sentito che l’ambiente, in quest’industria, non è delle migliori «Va avanti chi frega l’altro» mi aveva informato un collega giorni fa.

E’ tutto roba da cartolina. Avrei voglia di vagare per ore all’interno vestito come un giovane reporter degli anni ’60. Purtroppo per motivi di sicurezza, nell’intera area, una volta varcato l’ingresso oltre a non poter scattare foto è vietato persino utilizzare i cellulari che vanno, insindacabilmente, spenti. Tutti noi viviamo tutto il giorno col cellulare acceso; questo centinaio di persone, probabilmente, il cellulare lo utilizza nel weekend e anche questa stupida regola basta a farmi apprezzare (come se non lo facessi già abbastanza) il lavoro che Dio ha voluto per me. Io, più giovane di tanti lì dentro e vergognosamente più fortunato.

Intanto ho pranzato con loro nella loro mensa e una cosa mi è chiara: non importa quanto il lavoro che fai sia duro, sporco o poco appagante. L’importante è che il pane non manchi e che sia buono. E’ così probabilmente che, nella storia, i vecchi padroni riuscivano a rabbonire i lavoratori. E’ così che, nel 2011, quelle persone “nonostante tutto” svolgono giornalmente il loro lavoro. Senza troppi sorrisi ma con un pranzo migliore di quello che giornalmente mi tocca nei locali visibilmente più “in” intorno al mio ufficio.

Nonostante la sveglia suoni più presto del solito, mi sembrano una fortuna questi 40km mattutini. Tutto quello che vedi ai TG quando Marchionne richiede “più sacrifici” ai dipendenti che non vogliono ascoltarlo, qui è storia concreta e tangibile e poterne prendere coscienza così da vicino ti apre gli occhi e ti fa sperare che, tra quelle macchine, un bel giorno possano diffondersi anche solo due sorrisi in più. Perché è tutta gente che non ha l’auto comoda ed elegante, ma porta avanti il paese con silenzio, fatica e tanti sacrifici.

Emanuele

7 commenti » Scrivi un commento

  1. Adesso capisci quanto non mi piaccia andare in quel posto. Pensa te nelle sere d’inverno, quando arrivi alle due di notte magari, con quelle luci a neon bluastre ad illuminare quegli spazi così logori. E’ un luogo spettrale, anche solo a pensarci mi vengono i brividi.
    Però i telefonini stanno spenti per una questione di sicurezza, puoi usare solo telefonini antidefragranti. Anche a me pare una stronzata, però.

    • Robi, beh proponimi da qualche parte… magari mi assumono e cambio lavoro! 🙄
      Mao, adesso capisco meglio perché mi fu detto “hai vinto un viaggio…” sorridendo. Penso proprio che nessuno voglia andarci. Stamattina ho visto che accanto la saletta per la pausa, c’è quella “non fumatori”: era vuota, m’ha fatto sorridere. Per il resto, mi ha impressionato più di tutto vederli vestiti tutti uguali. Finché te lo descrivono è un conto, quando li vedi così “uniformi” coi tuoi occhi, ti sembra quasi d’essere in un campo di concentramento. Tutti al lavoro, ambiente austero… hanno persino le docce per lavarsi a fine turno.
      Ciao,
      Emanuele

  2. chapeau…..non so se sono felici ma la tua descrizione li rendeva umani….leggendo sembrava di vederli…!!!

    • Grazie! Mentre scrivo a me vien facile immaginare la scena, ben più difficile è trasportare il tutto nell’immaginazione di chi leggerà… non credevo d’esserci riuscito! 🙂
      E adesso mi chiedo come sarà il “luogo mentale” che attraverso la mia descrizione è uscito fuori nella mente di chi ha letto fino in fondo!
      Ciao,
      Emanuele

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