Meraviglia.

Perso. Irrimediabilmente smarrito nell’istante in cui un martello, di degna fattura, infrange con violenza una delicatissima campana di vetro. L’urto genera onde. Le onde, il mare. E’ tutto ancora fermo quando le vibrazioni decidono di svegliarsi, di far capolino, di donarsi attraverso un tremito inconfondibile. Onde, mare, mare, onde. Perso. Non so più chi sono, non so più dove sono ma so che ciò che voglio è così grande da farmi paura. Io, una torta così, non l’ho mai vista. Io, una torta così, non l’ho mai mangiata né mai ho osato chiederla in dono (sarebbe troppo, sarebbe troppo…). Eppure l’istante è lì, visibile ed invisibile allo stesso tempo. Perché l’istante sfugge, ma l’attimo è eterno. Tutto è rosa, bianco, blu, verde, marrone, giallo, rosso, argento e amaranto. Amaranto. In realtà, è lo stupore a fregarmi. Non ho difese contro la meraviglia.

Emanuele

Google Drive.

Dai che è la volta buona che Google analizza, indicizza e conosce il contenuto di qualsiasi nostro file personale.

E’ esattamente la feature che desideravamo da tempo, no?

Emanuele

HostingZoom, l’hosting che ti comprende.

La scorsa settimana una pagina del mio blog è stata presa letteralmente d’assalto da mezzo mondo (si tratta di un post con una video-intervista a Younas Fakhra, una donna suicidatasi – ahimé – pochi giorni fa) e con questo post colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente e consigliarvi HostingZoom come fornitore di hosting.

Nel giro di poche ore sono stati consumati i 100GB di banda mensile previsti dal mio piano (il consumo mensile medio del mio blog è sotto i 20GB anche grazie a certe ottimizzazioni) e l’account è stato messo offline per “Bandwidth limit exceeded”. Fin lì, comunque, il server ha retto senza soffrire più di tanto (e il caching delle pagine penso abbia salvato la CPU da un lavoro non indifferente).

Teoricamente, secondo contratto, avrei dovuto attendere l’azzeramento del limite a fine mese ma il supporto di HostingZoom (che è stato in contatto con me anche nel weekend) ha compreso la situazione ed eliminato tale limite prima della sua naturale scadenza. Situazioni come queste ti fanno apprezzare l’azienda di hosting scelta che, col cambio attuale e grazie all’uptime garantito e rimborsato, offre un servizio dall’ottimo rapporto qualità/prezzo.

Questo post nasce per pura gratitudine, HostingZoom è un’azienda americana, dubito leggerà mai questa pagina ma quando un servizio funziona non vedo perché non farlo conoscere: può servire per aiutare gli utenti a scegliere e per i competitor a comprendere come farsi apprezzare dai propri clienti.

Emanuele

“Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari” di Fabio Geda.

Oggi so che si può anche concludere un libro con le lacrime agli occhi. “Nel mare ci sono i coccodrilli”, scritto da Fabio Geda, non è semplicemente un libro: è una storia che dovete leggere. E dico dovete ma il verbo, imperativo, che vorrei usare ma che non trovo, è ancora ugualmente insufficiente. Sotto il titolo leggerete “Storia vera di Enaiatollah Akbari” e credo che questa storia andrebbe fatta conoscere nelle scuole, nei centri educativi giovanili, nelle stanze in cui si parla di immigrazione, nei parlamenti in cui si discutono decreti che coinvolgono gli extra-comunitari.

Copertina de: "Nel mare ci sono i coccodrilli - Storia vera di Enaiatollah Akbari" di Fabio GedaEnaiat è un bambino che a 9 anni si ritrova da solo contro la vita: non per qualche tragedia terrestre ma perché la madre, per salvarlo da un futuro incerto, lo abbandona spronandolo ad andare avanti nella vita. A nove anni. Mi vengono i brividi e mi sento disgustosamente fortunato al confronto. La sua è una storia come centinaia di migliaia di altre vite, questa volta però non vi arriva di sfuggita durante un articolo di 30 secondi nel telegiornale serale. Nel libro si ripercorre la sua storia, gli otto anni più duri, intensi, spaventosi e crudeli che si possano augurare ad un qualsiasi essere umano. E questa volta si legge il lieto fine, ma tanti altri altri non hanno la sua stessa “fortuna“.

Mi torna in mente l’Africa, mi tornano in mente certi discorsi affrontati con alcuni ragazzi senegalesi che mi raccontavano che il passaporto potevano anche farlo per andar via ma che – dopo che paghi – non è detto che il visto te lo accettino: e lì perdi tutto, soldi e speranze. Mi torna in mente tanto altro che dell’Africa non vi ho mai raccontato perché sono ingrato, un testimone incapace. Enaiat parte da un’altra terra dura: l’Afghanistan. Nel suo percorso si porta dietro, fino alla fine, la sua comunanza coi talebani, quelli che la società occidentale ha stigmatizzato come esseri demoniaci facendo – al solito ed ingiustamente – di tutta l’erba un fascio.

Enaiat dormirà per terra per anni, dormirà nei parchi, dormirà sulla sabbia, dormirà dove capita e quando – per la prima volta nella sua vita – gli verrà dato un pigiama, faticherà persino a comprendere cosa sia. Enaiat lavorerà per anni in fabbriche spacca pietre e la tenera età non conta e non fa differenze: si lavora da mattino a sera, spesso anche schiavizzati, senza stipendio ma semplicemente con la possibilità di dormire e ricevere un pasto. Un futuro senza evoluzioni da cui scappare, clandestinamente. Ma la condizione di clandestini non è semplice, quando i TG raccontano di un barcone di immigrati approdato sulle coste di Lampedusa la società li avverte quasi come dei turisti dispettosi che abbiano deciso di visitare un villaggio turistico in bassa stagione. Il viaggio, per loro, non è così. Così come non è simpatico rimanere chiusi per giorni nel doppiofondo di un camion, piegati e al buio, ammassati con tanta altra gente tanto da pensare di dover morire lì dentro. Senza possibilità di comunicare “mi arrendo, scendo qui”, senza cibo, senza acqua e con una bottiglia in cui raccogliere i tuoi escrementi.

La storia ti fa comprendere anche perché, certi immigrati, arrivano da queste parti con la necessità di rubare: la vita non gli ha mai mostrato strade diverse per sopravvivere. Ti fa comprendere anche cosa possa significare vivere in un luogo in cui persino i soldi perdono senso: averli serve a poco se ogni giorno combatti per rimanere in vita, se devi dormire in un fosso per non farti trovare, se devi camminare per giorni per lasciare il tuo paese e nel percorso qualcuno non resiste come te e devi abbandonarlo come carne che concimerà la terra.

Il diciottesimo giorno ho visto delle persone sedute… Erano sedute per sempre. Erano congelate. Erano morte. Erano lì da chissà quanto tempo. Tutti gli altri sono sfilati di fianco, in silenzio. Io, a uno, ho rubato le scarpe, perché le mie erano distrutte e le dita dei piedi erano diventate viola e non sentivo più nulla, nemmeno se le battevo con una pietra. Gli ho tolto le scarpe e me le sono provate. Mi andavano bene. Erano molto meglio delle mie. Ho fatto un cenno con la mano per ringraziarlo. Ogni tanto lo sogno.

Tratto da: “Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari

Dovete leggere questo libro. Dovete farlo conoscere. Dovete raccontarlo. E’ un dovere morale e rimane ugualmente poco, così come poca cosa è stato il mio post-Africa fin ora, ma che so – troverò, prima o poi – un modo nella mia vita per far fruttare in maniera decente o mi sentirò sempre complice e carnefice di strorie come quella vissuta da Enaiat.

Emanuele

PS: lo stile del libro, la bellezza narrativa, la genuinità di certi passaggi che suonano quasi un diario personale da cui non separarsi, tutte cose che ho apprezzato, passano decisamente in secondo piano questa volta (e se ho divorato il libro in due giorni un motivo ci sarà).

“Memorie di un giovane re” di Heinrich Boll.

Di Heinrich Böll (premio Nobel per la letteratura nel 1972) ho già acquistato un altro libro, molto promettente, che non voglio anticiparvi e non sarà neanche il prossimo che leggerò. Per scelta ho voluto conoscere il suo stile con calma e il primo approccio con la sua fantasia è arrivato proprio grazie a “Memorie di un giovane re“.

Copertina de "Memorie di un giovane re" di Heinrich BollQuesto libro, in realtà è una raccolta di sei racconti, molto leggeri, che mettono a fuoco il mondo dei grandi visto da quello dei più piccoli. Un’esperienza simpatica avventurarsi in certe scene, esser trasportati fin sotto un albero con un barattolo di marmellata da colpire con la pistola o fuggire dal proprio stato, in cui si era giovanissimi re, per via di tumulti politici che non si ha voglia di gestire.

I racconti trasudano di quella ingenua semplicità che i bambini portano dentro quando affrontano argomenti seri e l’aspetto piacevole del libro è che ogni racconto ha un colore tutto suo così, dopo alcune pagine, ti ritrovi immerso in una nuova ambientazione ed un nuovo linguaggio senza soffrire mai la stanchezza di un cammino a volte forzato, a volte troppo lungo. Le scene scorrono, neanche troppo veloci, e lasciano dentro tanta tranquillità.

Le storie, considerate adatte ad adolescenti, non sono comunque da sottovalutare perché viste con un occhio più adulto regalano vari spunti di riflessione su quel mondo “incantato” in cui tutto era possibile e nulla mai eccessivamente complicato o contorto che è parte di una bella fase della vita di ognuno di noi.

Emanuele

Bulimia.

Oggi un po’ anch’io. Non troppo però. Che lo so, nessuno ne vuol sentir parlare d’averne, ma quando poi chiedi in giro son tutti lì a dire “e non sai me”. E così io non troppo. Così siete contenti. Che poi sono contento anch’io se lo siete voi. O forse no. Potrei non esser contento che voi siate contenti ma potrei semplicemente scegliere d’accontentarmi di qualcosa di meno. O non accontentarmi affatto. I fatti son proprio questi d’altronde. Oggi anch’io. La carta è bianca, la penna è pronta ma il tappo è ancora lì, nuovo, fermo. Chiuso. E anch’io dunque. Si si, lo so, voi di più. A periodi, si. C’è quando non è così, ma non si può volere tutto dalla vita. Le solite menate che ci si ritrova a dire quando il tempo non scorre e in mente non ti arriva nessun discorso interessante. Chiedetevi perché. Chiedetevi perché cazzo possa accadere. Chiedetevi perché miliardi di altri momenti vi ritrovate con argomenti su cui disquisire per ore e poi, quando siete lì, nel bel mezzo di una bufera invece di esplodere anche voi con tutte quelle parole ingurgitate negli anni, non sapete proprio come si faccia a sputarne una fuori di bocca. Oggi anch’io – dicevamo – o forse dicevo. Non so voi. Non starò lì a controllare, ma non controllerò più di tanto neanche me. Perché so che capita e tanto mi basta. Che poi, vi dirò, io per un periodo avevo anche smesso. Si. C’ero riuscito. Strano direte voi, eppure è così. L’avevo vinta io quella strana forma di bulimia. Poi però tutt’un tratto qualcosa scatta. Un tessuto si lacera, quella strana pompa che pulsa pulsa un po’ di più, o forse un po’ di meno, chissà. Fa tutto lei e io non mi domando mai il perché. Così oggi anch’io. Un po’ però. Non troppo. Che poi voi…

Emanuele

“Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco.

Il libro finito ieri mi ha un po’ spiazzato. Da un lato c’è Baricco, che ho amato all’inverosimile in Oceano Mare, dall’altro c’è questa storia che non mi ha convinto. Probabilmente proprio per via del confronto interno che non ho saputo abbandonare non sono riuscito a gustarne a pieno la genialità. Perché in effetti la trama non è una stupida storiella ma un intreccio armonioso e complicato di storia (vera! Come, ad esempio, l’elogio all’architetto francese Hector Horeau o il velato richiamo a Mendeleev) e di soggetti fantasiosi dalle vite spesso poco convenzionali.

Copertina di "Castelli di rabbia" di Alessandro Baricco“Castelli di rabbia” narra la vita di alcuni personaggi che ruotano intorno a Quinnipak, luogo forse reale, forse immaginario. Approfondendo un po’, sul web, le motivazioni che hanno spinto Baricco a scrivere questo libro, scopro che – in effetti – non è il suo libro più venduto ma, al contempo, rappresenta quello più aspro e meno “addolcito” o addomesticato per il pubblico. In effetti molti passi presentano una crudezza che non mi aspettavo di trovare e che mi sorprendeva ma che, contemporaneamente, non stona assolutamente.

La trama si dipana in decine di differenti micro-storie collegate tra loro. Dall’amore segreto, forse morto, ma legato eternamente, a quello adultero, nascosto ed indicibile di una donna col suo figliastro, dai racconti di guerra di un soldato superstite, alla geniale follia di un uomo che sentiva – nel mondo – le note invisibili: quelle nascoste tra due tasti consecutivi di un pianoforte.

Personalmente, nella mia testa, Baricco che scrive è identico ad un pianista contorto sul suo strumento che, attraverso gli spasmi del corpo, mostra il coinvolgimento con la musica che riesce a far uscire. I periodi, le pagine dei suoi libri sono giochi artificiosi, un po’ ancorati allo stile classico di un libro, un po’ spumeggianti, come certi capitoli, confezionati giocando tra grandi spazi, decine di puntini persi nel nulla, frasi gettate lì come suoni che arrivano lentamente da un grosso tubo che trasmette segnali da un angolo remoto del pianeta.

Dev’essere così, questa cosa dei figli, pensò Horeau: nascono con dentro quello che nei padri, la vita ha lasciato a metà. Se mai avrò un figlio, pensò Horeau tagliando meticolosamente una sottile fetta di carne in salsa di mirtilli, nascerà pazzo.

Tratto da “Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco

Baricco non è pazzo, ma si diverte a fare il compositore di parole (con risultati degni).

Emanuele