L’intelligenza artificiale non è neutrale.

Gli ultimi anni sono stati rivoluzionati dall’arrivo di agenti capaci di dialogare con noi. Tutti – prima o poi – abbiamo chiesto consigli, suggerimenti e valutazioni a degli agenti artificiali rimanendo sorpresi e affascinati dalle loro capacità.

L’IA ci sembra affidabile perché si nasconde dietro un’interfaccia e un metodo di interazione – il dialogo – identica a quella cui siamo abituati quando interagiamo digitalmente con altri umani.

Una chat in cui l’interlocutore è sempre pronto, sveglio, disponibile, preparato. La sua efficienza è talmente elevata che casualmente tende persino a sovrapporsi e sostituirsi alla domanda posta al collega o all’amico.

L’IA in molte occasioni è la fonte delle nostre valutazioni. Il semplice fatto che l’intelligenza artificiale sia in grado di comprendere la nostra domanda e rispondere con un tono adeguato ci porta ad abbassare le difese, ci fa dimenticare che dietro quel testo vi sia un software e ci spinge a credere che ci sia un essere che vuol fare il massimo per esserci d’aiuto. D’altronde, chi prima d’ora – nell’intera storia dell’uomo – aveva mai dialogato con una macchina?

Innegabilmente in tanti contesti questo algoritmo è un acceleratore enorme. [1]

Friends don’t let friends use probabilistic tech for deterministic tasks!

L’intelligenza artificiale – che dovremmo in realtà chiamare generatore semantico statistico – è e sarà sempre meno onesta e imparziale. E’ notizia recente, passata un po’ in sordina, che Apple abbia calibrato il “carattere” del suo agente in modo da rispondere in maniera più delicata su argomenti attualmente fuori dalla linea del governo americano.

Non è uno scoop e neanche uno scandalo. Ad inizio anno, era avvenuta la stessa dinamica con DeepSeek, l’agente di origine cinese istruito per dribblare sapientemente ogni racconto relativo alla strage di Tiananmen. L’IA è e sarà sempre un prodotto software e tutte le grandi case del settore avranno i loro parametri di configurazione, più o meno estremi.

L’anello debole siamo noi, la nostre psiche così fragile nel riconoscere uno strumento quando nascosto in una packaging differente. L’industria, da decenni, sta letteralmente sfruttando questa debolezza per proporre strumenti sempre più sapientemente capaci di guidarci.

E’ difficile uscire da questo loop, è difficile liberarsi dall’interferenza della tecnologia nella nostra capacità di valutazione.

Vedo sempre più gente affidarsi all’AI per richiedere opinioni e riassunti su un argomento. Chiediamo insomma, ad un software, di guidarci in un pensiero per scoprire se possiamo condividerlo.

Quel che però questi software non dichiarano durante la conversazione è come sia calibrato il loro orientamento. Quando chiediamo di aiutarci a valutare gli effetti sul nostro corpo di un medicinale o sulla mente di uno strumento (fisico o digitale), stiamo presupponendo che l’intelligenza artificiale sia neutrale. Stiamo immaginando che, acriticamente, l’agente farà una somma non pesata di tutte le fonti con cui è stata istruita e che esporrà in piena trasparenza il risultato di quella ricerca.

Non è così. Non è così oggi e sempre meno lo sarà domani. L’IA è lì, disponibile giorno e notte con una risposta pronta per ogni dettaglio che vorremo approfondire. Esiste un venditore migliore di questo? Quando cercheremo informazioni su una nuova macchina fotografica, sulla qualità di una piattaforma digitale o sull’agenda politica di un ministro, l’agente potrà guidare la nostra valutazione andando ad esaltare più o meno velatamente aspetti e caratteristiche di un prodotto rispetto ad un altro.

ChatGPT sta iniziando ad offrire la possibilità di eseguire prenotazioni su Booking, o dare suggerimenti musicali su Spotify. Il mercato inevitabilmente sarà sempre più legato all’IA ma nessuna intelligenza artificiale commerciale sarà mai priva di un network di advertising a corredo o di una linea politica al suo vertice.

Quando chiederemo «definisci il percorso migliore per visitare Firenze in una giornata e non dimenticarti di indicarmi dove mangiare una buona fiorentina» non dovremo mai dimenticare che un network pubblicitario potrebbe aver stretto accordi con l’IA in modo da incentivare il suggerimento di certi ristoranti.

La politica è consapevole di queste possibilità, la scelta di Apple non è casuale.

Imparare ad utilizzare questi strumenti in maniera critica è fondamentale. Nella società odierna l’informatica ha un potere enorme sulla nostra mente e sulle dinamiche politiche. I social network sono stati il vettore principale dello scorso decennio, cosa avverrà quando il chatbot diventerà un ologramma digitale dalle fattezze rassicuranti, pesato sulla storia e sensibilità di ognuno di noi?

Non bisogna aver paura del futuro, bisogna certamente educarsi ed educare. Nessuna rivoluzione arriva e si esaurisce senza un cambiamento individuale.

Emanuele

[1] Ci sarebbe anche da domandarsi quanto questa efficienza sia necessaria a noi come esseri umani / lavoratori e quanto invece sia importante per le aziende per cui lavoriamo. La nostra produttività infatti, molto spesso e per gran parte dei lavoratori, non si traduce in un incremento di stipendio ma in un margine maggiore per l’azienda che ci invita ad utilizzarla.

Appunti per la prossima vita.

Ogni volta in cui mi capita di mettere piede in Svizzera, una parte di me rimane lì a vagare per alcuni giorni.

Ho trascorso quattro giorni tra Morges e Losanna e anche questa volta l’ordine, la cura, l’attenzione che emana quella piccola parte di mondo mi son rimasti scolpiti come un ricordo che non vorrei abbandonare.

Non so se viverci sia davvero rose e fiori, perché – come sempre – gli eccessi non sono sani. Forse, però, in un’altra vita, varrebbe la pena vedere che effetto fa.

Emanuele

«In the future everyone will be famous for 15 minutes».

I blogger sono soli, i blog sono luoghi silenziosi. In questi giorni, un post di Luca circa la solitudine dei blogger (a sua volta spinto da una segnalazione di Nicola) mi ha fatto riflettere parecchio. Le piattaforme social hanno “vinto” nella corsa alla popolarità perché offrono a chiunque la speranza di vivere in vetrina. L’algoritmo, questo oscuro elemento che caratterizza i principali social odierni, concede a tutti la stessa illusione e speranza. Lui, deus-ex-machina del sistema, bugiardamente super-partes promette di garantire a tutti la stessa possibilità. Tutti postano qualcosa alla ricerca di una piccolissima gratificazione: la conferma di esistere e il riconoscimento di valere. Viviamo in una società in cui la visibilità è una delle maggiori aspirazioni, in cui non conta quel che viene detto ma il rumore che quelle parole generano. Lo hanno capito benissimo tutti i gruppi apicali dei vari settori della società moderna che sfruttano proprio questa dinamica per rafforzare la loro popolarità e rilevanza.

I blog non garantiscono questa possibilità, i blog non promettono lettori. I blog non finiscono algoritmicamente catapultati sullo schermo del popolo: non esiste un sistema automatico e questa promessa non è presente proprio by design. I blog al contrario lasciano spazio a forme (e format) di comunicazione più lente. Alla rapidità dei messaggi da 30 secondi con tanto di testo sovrascritto per colpire con maggior rapidità di TikTok, i blog rispondono con un formato assolutamente non uniforme, e quindi riconoscibile, all’interno di quella che (un tempo) veniva chiamata blogosfera.

La diversità è ricchezza, la profondità è valore, la lentezza è vita. I blog incarnano nel loro codice elementi che nel periodo della «costruzione di internet» furono fondamentali. L’assenza di contenuti e l’esplorazione dei possibili formati comunicativi garantiva una varietà enorme. Ogni sito era diverso, ogni pagina aveva il suo metro ed il suo stile. I blog ricordano un po’ l’industria degli anni ’60 e ’70, periodo del boom dell’esplorazione di forme e concetti. I prodotti industriali odierni rispettano standard e regolamenti talmente definiti che spesso imprigionano la diversità e la fantasia.

La società tornerà ai blog? Un cambio radicale non credo sia immaginabile. L’ansia con cui la massa cerca di guadagnare rilevanza non è ancora al culmine anche se sempre più persone diventano consapevoli e infastidite dalla tossicità di quei luoghi e del mondo capitalistico che le governa.

Sono convinto che l’uomo continuerà sempre ad aver bisogno di condividere e di essere riconosciuto nella società. Questi due elementi non sono in contrasto l’uno con l’altro ed entrambi sono necessari all’evoluzione della specie, semplicemente però mi auguro si possa pian piano convergere verso forme meno estreme, polarizzate e imprigionanti.

Emanuele

E se il 2200 fosse così?

In alcuni luoghi del mondo la vita è sempre stata difficile. L’ultimo secolo però ha trasformato quelle aree in luoghi estremi dove la vita (r)esiste grazie alla tecnologia. Nonostante tutto però, per alcuni versi – e per assurdo – la vita sembra rappresentare il nostro mondo tra qualche secolo.

Vista di Manama dal pub di un hotel, manca solo qualche auto volante...

Sono stato in Bahrein per alcuni giorni. Ho sperimentato un caldo umido impressionante. Nulla di paragonabile a quello provato in una delle tante estati siciliane o a quello vissuto in Africa. Vivere con 46°C alle 9:30 del mattino era… soffocante. Proprio per questo però, da quelle parti, la vita si consuma in gigantesche bolle. Immagino che un giorno la vita su Marte o sulla luna non sarà tanto diversa da quella vista la settimana scorsa.

Ho guidato per le strade della capitale, Manama, dove il 99% delle persone viaggiava in auto chiuse e climatizzate mentre era rarissimo incrociare una moto nonostante non piova praticamente mai.

Nessuno vuol affrontare quel caldo e le varie persone con cui ho parlato mi raccontavano che fino ad un paio di settimane prima del mio arrivo le giornate fossero molto più estreme.

Abbandonate le auto, la vita si consuma prevalentemente in grandissimi centri commerciali (il “The Avenues” ad esempio è lungo 1,5km) al cui interno si può trovare letteralmente tutto (persino una pista di pattinaggio sul ghiaccio).

Molto tristemente, la globalizzazione e il senso di ammirazione che tanti popoli hanno dell’Occidente, fa sì che gran parte delle vetrine siano in realtà l’ennesimo punto vendita dei marchi mondiali occidentali. Così, a meno di non andare a visitare un souq (i bazaar locali), passeggiare nei centri commerciali è letteralmente come fare un giro in centro a Milano.

Ho alloggiato in una camera al ventisettesimo piano di un hotel a cinque stelle dove il premurosissimo personale era attento a metterti il tovagliolo sulle gambe, portarti la valigia in camera o portare e recuperare l’auto dal parcheggio. Da quel grattacielo, quando tramite un comodo pulsante aprivo le tende e facevo sparire la TV all’interno della scrivania, potevo ammirare un mondo che sembrava uscito da un film di fantascienza.

Ho dovuto percorrere alcuni chilometri fuori dalla “Diplomatic area” (l’area finanziaria piena di grattacieli dove solitamente finiscono gli occidentali) per riuscire a trovare un locale caratteristico ed assaggiare il Machboos, uno dei caratteristici piatti locali. [1]

I Souq, sporchi, confusionari, disordinati, pieni di fake-gadgets e di negozi improvvisati alla meno peggio, sono ormai ridotti ad un luogo di folklore dedicato ai turisti che vogliono rivivere lo spirito e la storia della città del secolo scorso. Il Bahrein Souq un tempo sul mare, è oggi ad alcuni chilometri dalla costa per via dell’incredibile riqualificazione delle aree voluto dai monarchi. Tonnellate di sabbia hanno cambiato la costa e allungato la terra.

Il Bahrein National Museum è un po’ lo specchio di questo mondo cresciuto velocemente dopo la scoperta del petrolio nel secolo scorso. Una parte del piccolo museo è dedicato ai pochi oggetti recuperati nell’area e provenienti da tutta la Mesopotamia, un’altra ai tumuli sepolcrali della cultura Dilmun (esistita intorno al 2000 B.C.). La storia recente è raccontata molto molto brevemente, come a ricordarci che senza la rivoluzione industriale, queste terre sarebbero rimaste isolate e scarsamente popolate.

Anche la Moschea Al-Fateh capace di ospitare cinquemila fedeli all’interno e altri duemila all’esterno – una delle più grandi al mondo – è stata costruita su un’area che cinquant’anni fa era mare. Un’opera faraonica, costata oltre venti milioni di euro e impreziosita con materiali pregiati recuperati da ogni angolo del pianeta.

Ho poca memoria dei suoni. Ovunque mi trovassi tutto era molto ovattato, tra moquette morbidissime e ambienti o auto dai vetri sigillati, i suoni sono forse il ricordo che meno ho impresso nella memoria. Ho passeggiato a due passi dal mare ma anch’esso, delimitato artificialmente e reso innocuo, trasmetteva meno di quel che saprebbe fare se lasciato libero.

Questo strano, elettrico, silenzio mi ha accompagnato fino sopra l’aero del ritorno. Il finger del bellissimo aeroporto era arredato anch’esso con della meravigliosa (e incredibilmente pulita) moquette beige chiaro. Solo l’arrivo a Malpensa (e il suo finger rivestito con plasticaccia ruvida e sporca) mi han riportato alla realtà di un’europa che da alcuni punti di vista vive di rendita dei fasti del passato.

Il saluto al duemiladuecento si è concluso con l’accesso alla “The Pearl lounge“, una delle più belle lounge al mondo. Ho visitato altre lounge in giro per il mondo in passato ma mai nessuna è stata bella come questa. Bastano 72$ per accedere ad un luogo che ti proietta mentalmente fuori dall’aeroporto.

Suddivisa in dieci sale arredate con cura, offre open bar e buffet con piatti da ogni angolo del pianeta, bagni con doccia e divani così comodi che iniziavo quasi a sperare che il mio volo potesse ritardare almeno per un po’.

Emanuele

[1] Il Machboos è un famoso piatto di riso che può essere cotto con pollo o carne. L’unicità di questo piatto deriva dall’uso del Bahrat (una speciale miscela di spezie) ed il Loomi (conosciuto in Italia come lime nero). Il Bharat crea un’esplosione di sapori infusi in bocca mentre il Loomi aiuta ad esaltare il gusto.

Onde, boe e nuovi lidi.

Il mare, così come la vita, non sempre è calmo. La vela ci sta insegnando che riconoscere le condizioni in cui si naviga è fondamentale per regolarsi ed eventualmente cambiare rotta, ridurre le vele, rivedere i piani.

Ieri, per festeggiare i nostri primi dieci anni, abbiamo armato e issato insieme il nostro primo spinnaker, con l’augurio di un vento in poppa verso nuovi orizzonti.

Emanuele

Poteva essere un trauma (e invece è un upgrade).

Il ritorno dalle vacanze è spesso un evento traumatico. Questa volta a pagarne le spese è stato il mio Macbook Pro che – dopo quasi due mesi di assenza – non ha retto l’emozione.

Tornati a casa infatti ho acceso il Mac per salvare le foto dell’estate ma pochi istanti dopo aver effettuato il login – booom! – schermo nero e silenzio assoluto. Immediatamente ho pensato fosse dipeso da un crash di macOS ma dopo qualche ora di studio e test (reset di NVRAM, SMC e dopo aver tentato di scollegare e ricollegare un po’ di device all’interno) ho accettato l’idea che a friggersi sia stato qualche componente sulla scheda madre.

Così, dopo poco più di 8 anni, il mio MacBook Pro è stato sostituito da uno scintillante MacBook Air M4 configurato con 24GB di RAM e un disco da 512GB (Apple, che tu sia maledetta un-tera di volte). [1]

Apple MacBook Air

Time Machine mi ha permesso di non perdere una virgola ma durante l’attesa del corriere ho riflettuto tanto su quanto queste nuove macchine – in questi momenti – dipendano dalla bontà del backup. Se un tempo bastava recuperare gli hard disk, oggi i le memorie saldate non permettono questa operazione (e qualora non fossero saldate, in ogni caso, i dati son cifrati con una chiave presente nel “Secure enclave” integrato).

Backup backup backup.

La regola aurea dei backup recita «3, 2, 1». Tre copie differenti dei dati, due media diversi, un supporto remoto.

I dati su Nextcloud – il mio sistema di archiviazione principale – seguono questa regola ma chiaramente al suo interno conservo solo i miei documenti, non tutte le eventuali impostazioni che in un sistema operativo sono sparse tra esso e le applicazioni.

Nei prossimi giorni dovrò rivalutare il mio setup (e verificare se non riesco, in qualche modo, a mettere in piedi un Time Machine remoto) ma se hai suggerimenti in tal senso sfrutta pure l’area commenti, dubito di esser rimasto l’ultimo nerd a non farsi sedurre dalle promesse del cloud.

Emanuele

[1] L’esperienza con il Pro è stata controversa: bella macchina sulla carta ma la tastiera a farfalla non mi ha mai convinto completamente e il modello è stato oggetto di due programmi di richiamo (uno per la tastiera, l’altro per la batteria). Sono tornato ad un modello non Pro perché ho già un computer al lavoro e le mie esigenze hobbistiche, il più delle volte, si esauriscono davanti un terminale.

Vento greco, cuor leggero.

Nella loro lunga storia, ci fu una volta in cui i Greci superarono se stessi. Tra le loro imprese più straordinarie spicca infatti la costruzione del teatro di Epidauro nella periferia del Peloponneso.

Teatro di Epidauro

La nostra estate greca ha avuto inizio da quelle parti. In un mondo odierno in cui va di moda la Silent Disco, quel teatro si posiziona ai suoi antipodi. Resistente ai millenni, è analogico ed è acusticamente perfetto.

I greci superarono se stessi in quanto, pur riprovandoci altre volte, non scoprirono mai come riprodurre il suono di quel teatro da oltre 13 mila posti, un luogo in cui una monetina che rimbalza sul proscenio può esser avvertita dagli spettatori tra le fila più in alto.

Il segreto, ci svela la tecnologia odierna, oltre alla sapiente disposizione dei livelli è la pietra calcarea a disposizione. Le frequenze basse vengono filtrate e così, mettersi al centro di quel palco ed esclamare qualsiasi cosa si trasforma in un’esperienza sorprendente. Il suono rimbalza verso di noi con un effetto stereo pazzesco e contemporaneamente viaggia tra gli spalti fino all’ultimo orecchio. Un’esperienza da provare almeno una volta nella vita.

Dopo questa parentesi, il nostro viaggio in Grecia – che ha sancito l’inizio delle vacanze 2025 – è continuato per alcuni giorni verso Atene e poi per una settimana a Kea, una splendida isola nelle Cicladi.

Su quel lembo di terra circondato dal mare tutti i miei sensi hanno goduto di un relax soprannaturale: ottimo cibo, ritmi meno incalzanti, mare pazzesco, temperatura da paradiso. Mentre le cicale mi facevano compagnia, al pomeriggio, ho potuto (ri)conoscere il meltemi, sognando – chissà quando – di poter issare qualche vela da quelle parti.

Emanuele

I più grandi cambiamenti del mondo passano dalle parole.

Non so se fosse evidente ma negli ultimi anni l’età mi ha portato ad evitare di parlare di ciò che non conosco pienamente. La mia è una forma di protesta silenziosa verso questa società che fuori e dentro i social è capace di giudicare ogni cosa, analizzare ogni disastro, trarre conclusioni da ogni evento polarizzando sempre più le opinioni verso schieramenti compatti e definiti.

Crescendo ho capito che il mondo è fatto di colori, sfumature, differenze che arricchiscono. Non esiste un buono e un cattivo. Il mondo non è limitato a Batman che deve sconfiggere Joker e non c’è nulla di più pericoloso di chi vuol ridurlo a quello.

Così, nel mio piccolo, provo a focalizzarmi sul bello perché come scriveva un famosissimo russo «la bellezza salverà il mondo». E il bello è intorno a me, intorno a noi, intorno a chi lo vuol vedere. La bellezza non ha bisogno di grandi esperti. Chissà quanti Fëdor Dostoevskij esistano in questo momento in Russia, Ucraina, Palestina, Israele, Iran, Cina, America o Europa.

Eppure molto spesso cadiamo tutti nella trappola del qualunquismo e di quella semplificazione facciamo il capostipite di un’opinione ferma e pericolosa.

Non ho una risposta a quel che sta accadendo in queste settimane, lascio ai più eruditi la possibilità di trarre conclusioni ma mi trovo molto vicino a quanto scritto da Marjane Satrapi, una scrittrice iraniana del nostro secolo.

Il mondo non è diviso tra Est e Ovest.
Tu sei americano, io sono iraniana, non ci conosciamo, ma parliamo insieme e ci capiamo perfettamente.
La differenza tra te e il tuo governo è molto più grande della differenza tra te e me.
E la differenza tra me e il mio governo è molto più grande della differenza tra me e te.
E i nostri governi sono molto simili.

Marjane Satrapi

Sono giorni tristi per l’umanità incapace di ricordarsi che dall’altro lato del cannone c’è un uomo o una donna esattamente come chi ha premuto il grilletto, esattamente come me, esattamente come te.

Emanuele