Caro GMail, non mi mancherai.

Conservo ancora la mail di benvenuto della mia iscrizione a GMail. Era il primo Ottobre 2004. Il servizio all’epoca era offerto in beta, limitato ad 1GB per utente (che sembrava infinito) e per iscriversi era necessario trovare qualcuno disposto ad invitarti.

Sono passati 15 anni da allora ed ho (quasi) chiuso la mia casella email su Google.

Prima di partire dai perché provo a descrivere come funziona GMail. Il servizio mail di Google – come tanti(ssimi) servizi web ormai – offre una casella di posta gratuita in cambio della quale ti chiede semplicemente la possibilità di profilarti.

Chiediamoci dunque cosa possa finire tra le email per prendere consapevolezza su cosa, effettivamente, Google può sapere di noi all’alba del 2020. Bisogna considerare infatti che quindici anni fa l’uso di internet era nettamente diverso da quello odierno.

Oggi mi ha scritto la mia banca, era una notifica sulla ricezione del mio stipendio. La banca, gentilmente, riporta anche la cifra. Ho anche un secondo conto bancario che mi invia una email col nuovo saldo ogni qualvolta effettuo un bonifico.

Quindici anni fa avrei telefonato, ma più di recente mi è successo di scrivere al mio medico fiscale, gli ho detto di star male, di dover rimanere a casa. Dopo avermi visitato mi ha mandato via mail il codice da indicare all’INPS. Inoltre ho conservato in una cartella i risultati di alcune analisi del sangue che il centro analisi cui vado mi manda via email.

Nel mio archivio ci sono decine di biglietti aerei, Ryanair mi inoltra sempre milioni di reminder e quando ho preso anche l’auto mi ha indicato costi e orari per la consegna a destinazione.

Potrei continuare all’infinito ma la cosa importante da sapere è che Google – fin dal 2004 – dichiarò di scansionare le email al fine di profilarci. In pratica siamo prodotti.

Google sa delle mie storie passate, sa quanto guadagno, che giorno arriva lo stipendio, quando e dove vado in vacanza. Google sa a che ora leggo la posta da casa e a che ora e quali giorni lo faccio dall’ufficio. Google sa se ho scritto “ti amo” – quindi sono ancora innamorato – o se tra le mie email ci sono note di sbigottimento verso l’attuale clima politico.

Potrei andare avanti all’infinito dicevo.

Il problema è che rispetto a quindici anni fa il web è cambiato. Abbiamo smesso di inviare le mail per gioco e al loro interno c’è gran parte della nostra vita. Interagiamo via email con una miriade di servizi ufficiali.

Google mi consiglia sempre di utilizzare password robuste e mi dice bravo perché uso l’autenticazione a due fattori ma non mi ricorda mai che, in realtà, a leggere le mail siamo in due: io e lui.

Nel 2019 i settori dell’informatica in sperimentazione sono l’analisi ambientale (guida autonoma, realtà aumentata), l’analisi del parlato (nuovi metodi di interazione uomo-macchina). Scansionare del testo alla ricerca di parole chiave, costruire un database relazionale su di esse è un lavoro banalissimo. Unire i puntini del nostro profilo partendo dai testi di una casella di posta è facilissimo e la mia preoccupazione non è neanche – banalmente – concentrata sul bombardamento pubblicitario: c’è qualcosa di molto più serio in gioco.

«Non voglio vivere tutta la vita come un prodotto». Me lo ripeto da mesi.

Quanto costa un abbonamento per guardare film in streaming? Spotify credo parta dai 9€ al mese, non metto in gioco Sky perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Quanto costa un abbonamento ad un provider email orientato al rispetto della privacy? Ho cercato: si spendono tra i 2€ e i 3€ al mese.

In pratica al costo di una colazione al bar stavo vendendo gran parte della mia vita reale ad un privato. Eppure spendo il triplo per guardare un telefilm ogni tanto. Vi sembra logico?

Riprendiamoci i nostri dati.

Emanuele

Non voglio vivere tutta la vita come un prodotto.

Alcuni anni fa, durante i miei mesi in Cina, notai un fenomeno interessante: Shanghai era strapiena di mezzi e servizi avanzatissimi: c’erano treni da 300km/h per raggiungere quasi tutte le principali città, il treno verso l’aereoporto era a levitazione magnetica, alcune linee della metropolitana erano senza conducente e tutto funzionava meravigliosamente.

L’unico punto che strideva erano i cinesi: il boom economico degli ultimi quarant’anni non era stato accompagnato da un’altrettanto rapida crescita culturale. Galline in giro per i quartieri, vecchietti in canottiera che mangiavano fiori di loto su una sediolina sgangherata appoggiata ad un grattacielo o i bambini che facevano pipì nei cestini spegni-sigarette dentro le metropolitane. Un mondo iper-tecnologico trattato senza una vera educazione.

Da alcuni anni ho una certa insofferenza e intolleranza verso tutti i servizi digitali che, silenziosamente e subdolamente, ti trasformano da utilizzatore a utilizzato.

Utilizziamo applicazioni e device di cui non capiamo ciò che fanno, se non quello che mostrano in copertina.

Ho la netta impressione che l’esplosione dell’informatica nell’ultimo ventennio, similarmente alla situazione cinese, non sia stata corrisposta da una educazione all’uso della stessa altrettanto veloce. Questo divario ha permesso a tante aziende di approfittare dell’insensibilità dell’utenza per alzare l’asticella del data-mining – l’attività di estrazione di dati personali – sempre più in alto.

«Siamo tracciati, è inevitabile». Questa frase accompagna ogni confronto con amici più o meno legati al tema. E’ vero, siamo tracciati. Ho sufficiente consapevolezza di ciò che sta dietro i servizi online per comprendere che è difficile, se non impossibile, evitare una qualsiasi forma di tracciamento.

Ciò che però non mi convince è quell’inevitabile che fa seguito. Sono cresciuto con l’idea che nulla sia impossibile nella vita, basta non rimanere nel proprio torpore e sperimentare alternative.

Controlla il tuo destino o lo farà qualcun altro.

Da mesi ho iniziato un percorso di riflessione su ciò che è necessario e su ciò che è superfluo della mia vita digitale. Ad esempio, circa un anno fa, ho eliminato Instagram per ragioni a me chiarissime.

Il mio non è un tentativo di ascetismo new-age, come dicevo ho chiaro che per eliminare ogni tipo di schedatura l’unica possibilità odierna sia quella di spegnere cellulare e computer ma non credo certamente che sia una via percorribile.

Avete presente quando al supermercato vendono uova da allevamento a terra e uova da allevamento intensivo? Di fronte alle due possibilità fate una scelta: spendere qualche euro in più vi sembra eticamente corretto. Tale scelta mostra ai produttori la vostra preferenza in qualità di consumatori e può orientare il mercato.

Allo stesso modo ho iniziato la dismissione della mia casella GMail ad un provider alternativo (ne parlerò più in dettaglio prossimamente), ho abbandonato Dropbox e Google Drive dopo aver individuato una nuova strada per avere dei documenti condivisibili in mobilità e così via.

Scelte etiche. Roma non fu costruita in un giorno e neanche la diffusione dei miei dati personali verrà eliminata in pochi mesi. Come consumatore però posso, inconsapevolmente o per pigrizia, permettere di alimentare o meno le aziende che notoriamente fanno dell’estrazione silenziosa dei miei dati un modello di business.

Sarà un percorso lungo, non ho ancora trovato alternative sufficientemente comode ad Amazon o a Whatsapp, ma sono nel mirino anche loro.

Non voglio vivere tutta la vita come un prodotto. Internet rispetto a vent’anni fa è tutto un altro posto, la piega che ha preso non è quella che avrei desiderato così… è giunto il momento di crescere.

Emanuele

Comparve Hitler, un uomo di limitate capacità intellettuali, inadatto a qualsiasi lavoro utile, pieno di invidia e di amarezza contro tutti quelli che erano stati favoriti più di lui dalla natura e dal destino. […] odiava più di qualsiasi altra cosa proprio quella cultura e quella educazione che gli erano state negate per sempre. Nella sua disperata ambizione di potere scoprì che i suoi discorsi sconnessi e pervasi dall’odio suscitavano gli applausi frenetici di quanti si trovavano nelle sue stesse condizioni e condividevano le sue opinioni. Raccattava questi relitti della società per la strada, nelle osterie, organizzandoli intorno a sé. In questo modo avviò la sua carriera politica. Ma ciò che veramente lo portò a diventare un Führer era il suo odio acerrimo contro ogni cosa di origine straniera e specialmente contro una minoranza inerme, gli ebrei tedeschi. La loro sensibilità intellettuale lo metteva a disagio e la considerava, non del tutto erroneamente, non tedesca.

Albert Einstein

Via: Mantellini

Emanuele

Recupero dello spazio non utilizzato su dischi thin provisioned in macchine vSphere

In ufficio abbiamo dei server vSphere con oltre un centinaio di macchine virtuali. Durante il loro uso queste macchine hanno gestito dei dati che successivamente sono stati eliminati.

vSphere, tramite vmkfstools può fare il reclaim dello spazio destinato ad un disco vmdk solo se vede delle zone contigue di zeri. Il problema è che le macchine (Windows nel nostro caso, ma è un problema comune a tutti), quando cancellano dei dati in realtà non portano a zero le aree di memoria del disco ma semplicemente eliminano i riferimenti ai file nei loro indici. Per questo vSphere considera lo spazio di quei file ugualmente utilizzato.

Per poter richiedere lo spazio sarà necessario far scrivere a zero tutto lo spazio vuoto all’interno dei dischi di ogni macchina. Un metodo abbastanza veloce (circa 5 minuti ogni 100GB da liberare) è quello di far girare questo script PowerShell in ogni virtual machine Windows.

Lo script (che dovrete salvare con estensione .ps1) crea un file ThinSAN.tmp sul volume specificato fino a lasciare libera solo la percentuale impostata (il valore di default è 5%). Questo permette a un disco thin provisioned di contrassegnare quello spazio come inutilizzato rendendo possibile il suo reclaim sul disco fisico.

Il comando per far scrivere a zero lo spazio vuoto su C:\ è ad esempio:

    PS> Write-ZeroesToFreeSpace -Root "c:\" 

Aprendo col notepad il file Write-ZeroesToFreeSpace.ps1 potrete trovare ulteriori indicazioni ed esempi.

Emanuele

Il tracking pubblicitario è l’ultimo dei nostri problemi.

Zeynep Tufekci, sociologa turca, in maniera molto lineare mostra perché la profiliazione ai fini pubblicitari dei giganti del web sia l’ultimo dei nostri problemi.

Tutti i dati che lasciamo in giro hanno infatti conseguenze ben più serie: equilibri sociali e politici sono affidati a mani che non hanno ancora piena consapevolezza degli effetti smisurati dati dall’uso di tali tecnologie.

Le intelligenze artificiali che l’industria informatica ha costruito non fanno differenze: che sia un orologio o un messaggio di odio razziale, tutto può essere confezionato su misura per i nostri occhi. Niente più tentativi di indottrinamento di massa ma interventi mirati, soppesati e molto più incisivi.

Dovremmo ribellarci alla profilazione non tanto per la pubblicità di scarpe che poi ci insegue in giro per il web quanto per la possibilità di diventare ignari bersagli di messaggi che minano la libertà della società intera.

Emanuele

Quasi quasi…

Barcellona - Casa Battló

Abbiamo concluso il 2018 e iniziato il 2019 a Barcellona. Viaggio particolare (girare per giorni una città con un passeggino tra le mani è un’esperienza che mi mancava) ma città meravigliosa.

Ho amato l’inverno mite che permetteva passeggiate senza giacca. Ho amato la paella e il pesce a buon prezzo. Ho amato poter bere una cerveza guardando il mare.

Barcellona è una Palermo che funziona. Barcellona è una Milano col mare. E’ una città in cui vivrei bene: gli spagnoli sono accoglienti, la lingua si impara con rapidità, i servizi funzionano, la città è pulita.

Al ritorno a casa, per sognare un po’, ho curiosato tra gli annunci di lavoro da quelle parti.

Auguri di buon 2019 a tutti, che possa essere un anno in cui i sogni si avverano. Se non tutti, almeno alcuni tra quelli in lista.

Emanuele