Rebranding.

Le aziende che facevano soldi collezionando e vendendo informazioni dettagliate sulle vite private una volta erano definite “aziende di sorveglianza”. La loro ridenominazione in “social media” è l’inganno di maggior successo da quando il Dipartimento della Guerra divenne il Dipartimento della Difesa.

Edward Snowden

Sono più che certo che asserzioni come queste – macigni contro determinate aziende – un giorno finiranno sui libri di storia.

Emanuele

NAS enterprise a casa con HP e FreeNAS.

Da bravo nerd non potevo comprare un NAS punto e basta. Troppo semplice. Molti di voi si domanderanno persino cosa sia un NAS (cosa che ha fatto anche mia moglie). Io ho iniziato la ricerca del NAS giusto mesi e mesi fa.

Dopo settimane passate tra specifiche tecniche, forum di commenti, ricerca di bug o limiti, ho preso un HP Microserver Gen10 con RAM ECC e doppio NIC gigabit. [1] Risultato? Mi sto divertendo molto, probabilmente come non facevo da anni ormai.
HP Proliant Microserver Gen 10
Ho installato FreeNAS, una piattaforma basata su FreeBSD perché mi sono innamorato di ZFS, un file system di “ultima generazione“, di tipo copy-on-write, con protezione degli errori bit rot. Volevo un archivio potenzialmente capace di non distruggersi mai.

ZFS protegge dal data-degradation, quel fenomeno per cui ad un certo punto i dati sono corrotti nonostante non abbiano subito operazioni particolari. Un esempio classico? Quella foto di quell’album delle vacanze che, un bel giorno, si vede a metà. Metà dell’immagine è visibile, l’altra metà è grigia o degradata. Un semplice bit che doveva esser 1 è diventato 0 sul disco e il computer non se n’è accorto.

Oltre questa, ZFS ha tante caratteristiche divertentissime (snapshot a livello di file system tanto per dirne un’altra), così le ultime sere sono state tutte concentrate nello scrivere script che potessero fornirmi le funzioni che volevo attivare.

In questa configurazione l’HP non è un device per novizi. Potreste installare un Windows Server qualunque ma a quel punto consiglio di cercare la soluzione che fa per voi tra i prodotti home Synology o QNAP. FreeNAS è un sistema di derivazione enterprise che fa della stabilità e del data integrity i suoi punti di forza.

Se poco poco avete confidenza con una shell SSH – e qualche notte da dedicare – divertimento e soddisfazioni sono assicurate.

Emanuele

[1] La mia configurazione è composta dal Microserver Gen 10 con CPU AMD X3216 e 8GB di RAM ECC, cui ho aggiunto due HD WD Red da 4TB e un disco SSD Kingston A400 da 120GB destinato ad ospitare il sistema operativo.

Benvenuti nella civilità delle migliaia di cose.

Per migliaia di anni, le cose che avevamo avevano una storia – più o meno – conoscibile. Il proprietario di un martello sapeva che lo aveva fatto Lope, quello della bottega dell’isolato a fianco, il figlio di Trini, la cugina dello zio Pedro. Ora no: e poi abbiamo così tante cose che se ne conoscessimo la storia non avremmo tempo di fare altro.

Abbiamo vissuto così per millenni: con poche cose davvero necessarie, ottenute a fatica, che conoscevamo e apprezzavamo. Adesso le cose non significano nulla: si possono buttare, sostituire, non vale la pena aggiustarle o ripararle perché è più facile e più economico comprarne altre. E niente ci piace più di comprare altre cose.
Il sistema economico mondiale ha bisogno che noi abbiamo bisogno di sempre più cose, perché vive della loro produzione.

Fonte: Internazionale

Quando vivevo nel monolocale riuscivo a conservare tutto quello che di cui avevo bisogno. Adesso, ho spesso la sensazione che i centottanta metri quadri nei quali vivo siano strettamente necessari per vivere bene. Siamo collezionisti dell’inutile e del superfluo.

Emanuele

Amazon hai vinto tu.

Sono sempre stato filosoficamente contrario alle multinazionali che monopolizzano i mercati e uccidono la concorrenza. Ricordo che vari anni fa – e per tanto tempo – tentai di boicottare Amazon cercando di acquistare esclusivamente dai vari negozi online che si affacciavano all’ecommerce italiano [1]. Un bel giorno però creai un account su Amazon in quanto era comodissimo per cercare e comprare libri. Era il 14 Maggio 2009.

Per un po’ di anni lo usai esclusivamente come libreria rapidissima da consultare per trovare nuovi libri da leggere, col tempo però si è trasformato in un supermercato dal quale passo continuamente per verificare prezzi ed offerte. Per pura curiosità ho realizzato un riassunto, resi compresi, degli acquisti fatti in questi anni per comprendere meglio come sia cambiato il mio utilizzo di Amazon negli anni.

Acquisti Amazon
Ho scoperto che la prima esplosione nell’utilizzo del mio account è targata 2015. Era l’anno del matrimonio e l’anno dell’acquisto della casa. Un anno in cui il tempo scarseggiava in maniera importante e Amazon si presentò scintillante in tutta la sua comodità. Gli anni successivi è stato un proseguio dell’abitudine: casa ancora da arredare, miliardi di cose che decidi ti mancano in maniera imprescindibile e così via. Una spesa media di poco inferiore i 100€ al mese è una cifra che oggi non spendo in nessun altro negozio online.

Ultimamente ho iniziato a mettere a fuoco le ragioni per cui utilizzo Amazon e, sorpresa, non è la tanto acclamata velocità nelle spedizioni ad ammaliarmi. Non entro in ansia se aspetto 2 o 3 giorni per un pacco, non ho mai fatto l’abbonamento ad Amazon Prime e ho l’abitudine di fare ordini cumulativi quando ho bisogno di qualcosa al di sotto dei 29€. La vera ragione per cui acquisto su Amazon è la qualità del servizio post-vendita. Mi accorgo che sempre più spesso, se un oggetto costa fino ad un 10% in più su Amazon, preferisco comunque prenderlo lì perché son sicuro di ricevere supporto in caso di necessità.

Nel 2017 è “esplosa” anche la quantità di resi effettuati e ogni volta è stata un’esperienza indolore. Amazon sa che in quelle situazioni una persona vuol raggiungere una soluzione il più rapidamente possibile. Non ha voglia di iniziare a combattere con garanzie, contratti, condizioni e clausole. Personalmente quel tempo perso lo considero un costo. In qualche occasione Amazon mi ha sostituito – senza alcun costo – un prodotto malfunzionante anche fuori garanzia: sono convintissimo che da nessun’altra parte potrei contrare su un’esperienza simile.

Sono consapevole dei costi “etici” di un sistema simile e così il dilemma interiore fatica a dileguarsi ma credo anche che i negozianti online dovrebbero partire proprio da quest’aspetto per poter provare a far concorrenza ad Amazon: chi compra qualcosa vuole la serenità di non essere abbandonato qualora dovesse incontrare problemi. Tanti negozi online si concentrano esclusivamente sulla guerra dei prezzi (non possono competere sulla rapidità delle spedizioni) dimenticando il supporto post-vendita. Amazon non ti abbandona. Amazon mi telefona dopo pochi secondi quando non ho voglia di chattare con loro. [2]

Emanuele

[1] Il mio primo acquisto su internet lo feci nel 1998, un masterizzatore CD della Waitec che ricordo con affetto: era il periodo in cui si scaricava una canzone per volta. Da lì iniziarono gli ordini di campane di CD sullo storico Nierle.de che spediva direttamente dalla Germania…

[2] Anche per questo, ad esempio, ultimamente evito eBay. Pur essendo un altro colosso del settore non può vantare un servizio assistenza così rapido, comodo ed efficace.

La morte del web.

Da tempo mi domando quale sia l’aspettativa di vita del web. Nulla è eterno e in questi ventidue anni su internet ho visto tanto “web” andar via per sempre.

Siamo tutti destinati a morire e con noi, le nostre vite digitali si vanno spegnendo pian piano (come diceva una canzone “uno solo ce l’ha fatta, ma era raccomandato“). La loro durata è, probabilmente, ancora non quantificabile [1] ma praticamente certa. Anche questo blog un bel giorno non esisterà più.

Alcuni anni fa entrai in possesso del diario di un mio bisnonno e di recente ho scoperto ne esiste un altro di uno dei miei nonni. Carta che ha oltre cento anni e che racconta ancora storie, ricordi, situazioni.

Queste pagine non hanno alcuna pretesa, ma il vecchio romantico che è in me, inizia a credere che anche i miei avi, un giorno, potranno avere la stessa curiosità.

Come far sopravvivere tutto ciò? Questo blog esisterà finché le tecnologie su cui si basa saranno disponibili, finché l’hosting e il dominio saranno rinnovati e finché qualcuno lo manterrà protetto da eventuali falle di sicurezza. I diari di carta, in questo caso, sembrano capaci di una longevità maggiore per via di una complessità inferiore.

La società mi sembra indifferente a problemi del genere: viviamo rinchiusi in social network che faticano a recuperare i post che abbiamo scritto 3 anni prima, figurarsi l’idea di conservare per sempre un diario. Buona parte di quel che scriviamo probabilmente non merita d’esser tramandato e per le grandi piattaforme del web odierno gli account inattivi, tanto quanto i vecchi post, sono un fardello inutile che non porta introiti. Non c’è ragione per cui preoccuparsi della loro conservazione. Persino Google sembra abbia smesso di indicizzare e mantenere nei suoi archivi il web che non è attuale.

Esistono servizi che tentano di conservare una traccia. La WayBack Machine, ad esempio, è una sorta di biblioteca del web: tutto quel che viene archiviato lì dentro è conservato nel tentativo di preservarlo nel tempo. Ho l’abitudine di segnalare quel che leggo ma so bene che quella biblioteca esisterà finché avrà fondi a sufficienza.

Forse, un bel giorno le blockchain (!), potranno garantire il mantenimento imperterrito dei dati ma al giorno d’oggi non è economicamente sostenibile trasferire una quantità di dati così grossa su quei database decentralizzati. Da un po’ di tempo sto riflettendo se non effettuare un backup su DVD di tutto quanto: audio, video, foto, testi e software utilizzato per il funzionamento di queste pagine nella speranza di avere un pro-nipote che un bel giorno sappia cosa fare (e trovi un lettore DVD ;-)).

E’ un limite non indifferente della nostra generazione. Un tempo era quasi inevitabile: un effetto collaterale del possedere un diario era che dopo la nostra morte, molto probabilmente, sarebbe stato letto da altri. Le nostre generazioni, che non scrivono più su carta dovranno accontentarsi di esser ricordate attraverso aneddoti tramandati per un paio di generazioni?

Forse un giorno, un menestrello, canterà una storia…

Emanuele

[1] Quanto tempo impieghi a dissolversi la traccia digitale di una persona morta dipende da tanti fattori: livello di presenza nella rete, qualità dei servizi sui quali si è presenti, politiche di conservazione dei dati e così via.

Il prologo poco conosciuto di Cambridge Analytica

Attraverso internet è idealmente possibile raggiungere ogni singolo cittadino con un messaggio su misura. Finalmente le aziende possono dire le cose giuste, alle persone giuste, usando il medium che meglio riesce a raggiungerle.
[…] Ma mi rendo conto: tutto ciò sembra più simile a una narrazione distopica che alla realtà. Quindi, ci si focalizza sulle conseguenze (la Brexit, Trump, le notizie false) e, per quanto riguarda le premesse (l’enorme scia di dati che ciascuno di noi continua imperterrito a produrre e a consegnare a questa o a quella entità della rete) si fa finta di niente. Ma potrebbe non essere una buona idea.

Fonte: Internazionale

Sto vivendo un periodo di profonda riflessione su questi temi. Mi domando sempre più fin dove la nostra società ignara e indifferente voglia spingersi.

Cerco di mettere paletti nella mia vita. Amo la tecnologia, ho a che fare con lei durante le mie ore lavorative e durante le ore da dedicare agli hobby, ma non amo il tecno-controllo cui stiamo andando incontro. Amo i protocolli, le intelligenze artificiali, la robotica asservita all’uomo. Non l’informatica sfruttata per manipolare l’uomo.

Emanuele

Il capitalismo della sorveglianza.

“‎La sorveglianza che ci è imposta oggi supera di gran lunga quella che c’era nell’Unione Sovietica. Per amore della libertà e della democrazia dunque è necessario eliminarne la maggior parte”.

Scrive così, Richard Stallman, uno dei padri del software libero, in un suo articolo pubblicato sul The Guardian.

Qualche giorno fa, leggendo un altro bell’articolo, ho trovato una definizione perfetta per descrivere il periodo storico nel quale viviamo: “Surveillance Capitalism”.

Quando ci renderemo conto che è nocivo procedere su questi binari? Nel mio piccolo in questi giorni ho eliminato un po’ di social-app dal mio iPhone.

Piccole prese di posizione che se condivise possono cambiare il percorso della storia. La domanda che mi son posto mentre facevo pulizia era: “quale irrinunciabile miglioria ha la mia vita? Gli eventuali vantaggi valgono la perdita di frazioni della mia privacy?“.

Emanuele

The death of the newsfeed

You would not send 10 pictures of your child or dog to everyone in your address book very often, if ever, and most people (under 50) would not send every funny or enraging news article they see to everyone in their address book either, but the asymmetric feed makes posting at that kind of frequency normal instead of rude. Since you’re posting it to ‘your’ feed instead of sending it explicitly to someone, it’s OK to post lots and to post less important things.

Benedict Evans, in questo lungo ma interessantissimo post, ad un certo punto delinea una regola aurea con la quale si scontrano i social network:

“Tutte le social app crescono finché non hanno bisogno di un newsfeed.
Tutti i newsfeed crescono finché non hanno bisogno di un feed basato su algoritmi.
Tutti i feed basati su algoritmi crescono finché non sei stufo di non vedere quel che cerchi (o vedere roba sbagliata) e vai via verso nuove app con meno overload di informazioni.
Tutte le nuove app crescono finché…”.

Emanuele