Amica: sai come si salva un uccellino appena nato caduto dal nido?
Io: fai File -> salva con nome!
Amica: sai come si salva un uccellino appena nato caduto dal nido?
Io: fai File -> salva con nome!
Ad Agosto, avverrà anche questo.
Una sera, dopo una lunga ed intensa giornata di lavoro, uscirò dalla struttura in cui sarò ospite. Le zanzare mi daranno fastidio ma avrò voglia di sopportarle; seduto per terra, con le gambe stese e la schiena appoggiata su una parete, starò lì a sentire le voci del villaggio. Non mi importerà se la terra rossa sporcherà i talloni o se le imperfezioni del cemento massaggeranno senza delicatezza la mia schiena. Mi domando – e forse è uno dei particolari che mi incuriosisce maggiormente – se sentirò qualche cicala oppure se, quella sera, a scandire il tempo della notte provvederà qualche altro animale in lontananza. Odorerò l’aria per poterne rapire anche solo pochi grammi e tenerli in ostaggio, dentro me, per sempre.
Fisserò il cielo. Avrò un pensiero per ognuno di quei puntini.
Emanuele
Questo weekend è volato. Venerdì è arrivato un amico ed è rimasto fino a ieri, così sabato pomeriggio abbiamo pedalato per 45km ed ho scoperto dove vivono quei tre paperi famosissimi. 🙂

Tornando verso casa abbiamo fatto la spesa in bicicletta e a 400m da casa, ho distrutto una bottiglia di salsa (dentro il sacchetto col resto della spesa) centrando un paletto. Così potete immaginare com’era diventato tutto il resto (oltre alla ruota, alle mie scarpe, alla mia gamba, ai miei pantaloncini…).
Nel campanello di casa stasera appendo “Paperino“. 😐
Emanuele

Nella vita, metà dei fallimenti derivano dal trattenere
il proprio cavallo quando sta per saltare.John E. Hare (filosofo inglese)
Emanuele
Nell’ottica di limare sempre più i tempi di caricamento, da alcune settimane molte delle immagini presenti su queste pagine vengono visualizzate attraverso la tecnica dei CSS Sprites. Per farvi capire meglio di cosa si tratta, prendiamo in considerazione l’immagine a lato.
La colonna di sinistra riporta in un’unica immagine tutti gli elementi grafici che compongono le pagine di questo blog. Per visualizzare uno di quegli elementi basta richiamare via CSS l’immagine intera indicando le coordinate (offset orizzontale e verticale) dell’area dell’immagine da mostrare. Nell’esempio ho fatto scorrere l’immagine di 146 pixel prima di visualizzarla in un’area alta 15 pixel per far apparire l’antipixel relativo a Technorati. Tutto il resto, essendo al di fuori di quell’area è come se rimanesse “sotto il vestito”.
.sprite-technorati {
background:#fff url(csssprite.png) no-repeat top left;
background-position:0 -146px;
}
Qual è il vantaggio dovuto all’uso dei CSS Sprites?
Questo comporta un vantaggio sia per l’utente che navigherà sul sito più velocemente che per il gestore del sito web infatti minori richieste HTTP comportano un carico minore sul server che potrà, in questo modo, fronteggiare contemporaneamente alle richieste d’accesso di un numero maggiore di visitatori.
Inoltre sono sempre più convinto (ma dovrebbe essere prassi comune) che un “contenitore” leggero e scattante permette di destinare quei kb risparmiati ai contenuti (ad esempio le foto in un post). E’ come un ciclista che non usando una bicicletta di ferro può sfruttare quel peso per trasportare litri di acqua in più. 🙂
Quando non conviene usare i CSS Sprites?
La tecnica è talmente importante per l’ottimizzazione di un sito che anche colossi come Google o Facebook la sfruttano nelle loro pagine da anni (senza che ve ne siate mai accorti).
Emanuele
Fate un giro da queste parti. 😉
Emanuele
Questo post mi sembra dovuto perché io credo che tante cose che non capiamo il più delle volte accadono per un motivo ben preciso che, semplicemente, sfugge alla nostra comprensione.
Per la mia laurea, ad esempio, ho ricevuto una fotocamera che ho snobbato durante tutti questi mesi ma che potrà essere finalmente utile durante il mio viaggio in Africa. Allo stesso modo, l’anno scorso tra i premi Fineco riuscii a prendere una valigia: strano premio che si è rivelato indispensabile in questo periodo di continui spostamenti (sia lavorativi che non).
Devo ringraziare voi perché questo blog è un gioco che mi sorprende di anno in anno. Il biglietto per l’Africa è venuto 1250€ e in appena sei mesi proprio attraverso queste pagine ho ricevuto 1260€ (è scritto tutto in maniera trasparente in questa pagina).
Grazie dunque a voi perché visitate queste pagine, perché ogni tanto cliccate sulla pubblicità (che, per rispetto, cerco di mantenere poco invasiva sulla destra di ogni post) e perché avete attirato, nel tempo, qualche sponsor che volesse spazio da queste parti.
Anni fa scrissi che avrei dovuto offrire 7000 caffé (l’occasione era il traguardo dei 7000 commenti) e oggi invece i commenti sono a quota 19700. Dovrei ingolfare un bar per un’intera giornata così la soluzione filosoficamente più bella è affermare che avrò un pensiero anche per voi mentre sarò in quella splendida terra a darmi da fare. Senza voi magari questo viaggio rimaneva ugualmente fattibile ma così ha un sapore immensamente più bello.
Emanuele
In questi giorni la sveglia suona alle 6 e 40. Alle 7 e 20, dopo una doccia fredda obbligatoria ed una colazione veloce, esco da casa. Alle 8 sono in un’industria a circa 40km da dove vivo.
E’ un ambiente diverso da quello in cui lavoro di solito. La location è composta da tanti capannoni che oserei definire storici: negli anni quaranta/cinquanta li utilizzava un colorificio che nel dopo-guerra non andò troppo distante.

All’interno dell’aerea, cui si accede solo se si ha il permesso necessario, lavorano alcune centinaia di operai che producono, ventiquattro ore su ventiquattro, liquidi di contrasto (avete presente quando vi fate un’ecografia…?). L’impianto non si ferma mai, non esiste la notte o il giorno, quelle pompe, valvole e condotte vanno avanti da anni.
Io, ogni mattina, alle 8 e 15 salgo le scale all’interno di un vecchio capannone. Stiamo modellando una nuova parte di impianto e, questa volta mi tocca dirlo, mi è stato assegnato un compito noiosissimo. Non è di questo che vorrei parlarvi però.
Il vecchio capannone in cui entro dovete immaginarlo proprio come uno di quelli inquadrati in alcuni film americani degli anni ’50: c’è una grande area in cui gli operai lavorano e poi, al centro, c’è una struttura autoportante, in ferro, da cui anni fa il capo cantiere urlava gli ordini. Io salgo lì sopra e al posto di un vecchio ufficio polveroso incontro… un vecchio ufficio polveroso con vari computer in aggiunta.
E’ tutto impolverato, tant’è che mi è facile notare la comodità del bagno con le luci coi sensori automatici dell’ufficio da cui provengo. Non è questo che mi impressiona però.
Ciò che mi ha colpito di più sono gli operai. Li vedi andare in giro per l’area industriale con le tute da lavoro – delle salopet blu navy – gli scarponi di sicurezza e i caschetti gialli. Non so se siano felici vestiti tutti uguali.
Ho scoperto che la pausa sigaretta/caffé avviene in una piccola stanza, su uno dei viali dell’industria. Lì, tra le finestre anni ’40 e le mattonelle – grigie a terra e giallo scolorito alle pareti – hanno piazzato alcuni distributori automatici. Fumano lì dentro e non oso immaginare cosa possa diventare quella stanza quando, d’inverno, quelle piccole finestre basculanti vengono chiuse per proteggere dal freddo chi fa una pausa. A me, per contrasto, appare al volo l’immagine della mia sala “pausa” che ha persino il frigo e il microonde per chi vuol prepararsi un té al volo.
Non so se siano felici. A me, guardandoli, ricordano le lotte di classe, le prime rivolte, lo statuto dei lavoratori, gli scioperi e i sindacati. «Sono loro» dico tra me e me. Sono proprio loro, che si muovono in squadre e che quando il capo squadra li invita a tornare al lavoro spengono la sigaretta per seguirlo verso una delle strutture in cui scompariranno per qualche altra ora.
In un angolo del “Capannone 14” in cui entro io la mattina c’è un tavolo in cui alcuni operai del reparto manutenzione riparano ciò che è arrivato. Alle pareti, oltre all’immancabile calendario sono appesi alcuni poster: due donne nude, un poster sul calcio e qualche bella moto. Mi ruba un sorriso, non tanto la visione di quelle bionde siliconate, quanto lo stereotipo che quella scena rappresenta. Non so se siano felici. Lo ripeto perché ho sentito che l’ambiente, in quest’industria, non è delle migliori «Va avanti chi frega l’altro» mi aveva informato un collega giorni fa.
E’ tutto roba da cartolina. Avrei voglia di vagare per ore all’interno vestito come un giovane reporter degli anni ’60. Purtroppo per motivi di sicurezza, nell’intera area, una volta varcato l’ingresso oltre a non poter scattare foto è vietato persino utilizzare i cellulari che vanno, insindacabilmente, spenti. Tutti noi viviamo tutto il giorno col cellulare acceso; questo centinaio di persone, probabilmente, il cellulare lo utilizza nel weekend e anche questa stupida regola basta a farmi apprezzare (come se non lo facessi già abbastanza) il lavoro che Dio ha voluto per me. Io, più giovane di tanti lì dentro e vergognosamente più fortunato.
Intanto ho pranzato con loro nella loro mensa e una cosa mi è chiara: non importa quanto il lavoro che fai sia duro, sporco o poco appagante. L’importante è che il pane non manchi e che sia buono. E’ così probabilmente che, nella storia, i vecchi padroni riuscivano a rabbonire i lavoratori. E’ così che, nel 2011, quelle persone “nonostante tutto” svolgono giornalmente il loro lavoro. Senza troppi sorrisi ma con un pranzo migliore di quello che giornalmente mi tocca nei locali visibilmente più “in” intorno al mio ufficio.
Nonostante la sveglia suoni più presto del solito, mi sembrano una fortuna questi 40km mattutini. Tutto quello che vedi ai TG quando Marchionne richiede “più sacrifici” ai dipendenti che non vogliono ascoltarlo, qui è storia concreta e tangibile e poterne prendere coscienza così da vicino ti apre gli occhi e ti fa sperare che, tra quelle macchine, un bel giorno possano diffondersi anche solo due sorrisi in più. Perché è tutta gente che non ha l’auto comoda ed elegante, ma porta avanti il paese con silenzio, fatica e tanti sacrifici.
Emanuele