CSS Sprites (anche su questo blog).

CSS SpritesNell’ottica di limare sempre più i tempi di caricamento, da alcune settimane molte delle immagini presenti su queste pagine vengono visualizzate attraverso la tecnica dei CSS Sprites. Per farvi capire meglio di cosa si tratta, prendiamo in considerazione l’immagine a lato.

La colonna di sinistra riporta in un’unica immagine tutti gli elementi grafici che compongono le pagine di questo blog. Per visualizzare uno di quegli elementi basta richiamare via CSS l’immagine intera indicando le coordinate (offset orizzontale e verticale) dell’area dell’immagine da mostrare. Nell’esempio ho fatto scorrere l’immagine di 146 pixel prima di visualizzarla in un’area alta 15 pixel per far apparire l’antipixel relativo a Technorati. Tutto il resto, essendo al di fuori di quell’area è come se rimanesse “sotto il vestito”.

.sprite-technorati {
background:#fff url(csssprite.png) no-repeat top left;
background-position:0 -146px;
}

Qual è il vantaggio dovuto all’uso dei CSS Sprites?

  • Riunendo in un’unica immagine tutti gli elementi la dimensione totale (in kb) sarà inferiore a quella della somma del peso di ogni immagine (in quanto le intestazioni del formato JPG non sono ripetute n-volte).
  • Il browser di un visitatore non dovrà effettuare n-richieste HTTP per ottenere tutte le immagini: basterà un’unica richiesta per ricevere tutti gli elementi che incontrerà nella pagina. Effettuato il primo download tutte le altre volte che dovrà mostrare quel file si accorgerà di averlo già scaricato (csssprite.png sarà in cache) e potrà visualizzarlo immediatamente facendo slittare l’immagine in base a quanto indicato via CSS.

Questo comporta un vantaggio sia per l’utente che navigherà sul sito più velocemente che per il gestore del sito web infatti minori richieste HTTP comportano un carico minore sul server che potrà, in questo modo, fronteggiare contemporaneamente alle richieste d’accesso di un numero maggiore di visitatori.

Inoltre sono sempre più convinto (ma dovrebbe essere prassi comune) che un “contenitoreleggero e scattante permette di destinare quei kb risparmiati ai contenuti (ad esempio le foto in un post). E’ come un ciclista che non usando una bicicletta di ferro può sfruttare quel peso per trasportare litri di acqua in più. 🙂

Quando non conviene usare i CSS Sprites?

  • Come al solito ogni scelta tecnica che si intraprende va valutata in base alle situazioni. In linea di massima comunque non conviene quando si prevede che esistano pagine con un livello di traffico non indifferente che visualizzano meno del 50% degli elementi grafici inseriti nel nostro sprite.

La tecnica è talmente importante per l’ottimizzazione di un sito che anche colossi come Google o Facebook la sfruttano nelle loro pagine da anni (senza che ve ne siate mai accorti).

Emanuele

I want to thank you all!

Questo post mi sembra dovuto perché io credo che tante cose che non capiamo il più delle volte accadono per un motivo ben preciso che, semplicemente, sfugge alla nostra comprensione.

Per la mia laurea, ad esempio, ho ricevuto una fotocamera che ho snobbato durante tutti questi mesi ma che potrà essere finalmente utile durante il mio viaggio in Africa. Allo stesso modo, l’anno scorso tra i premi Fineco riuscii a prendere una valigia: strano premio che si è rivelato indispensabile in questo periodo di continui spostamenti (sia lavorativi che non).

Devo ringraziare voi perché questo blog è un gioco che mi sorprende di anno in anno. Il biglietto per l’Africa è venuto 1250€ e in appena sei mesi proprio attraverso queste pagine ho ricevuto 1260€ (è scritto tutto in maniera trasparente in questa pagina).

Grazie dunque a voi perché visitate queste pagine, perché ogni tanto cliccate sulla pubblicità (che, per rispetto, cerco di mantenere poco invasiva sulla destra di ogni post) e perché avete attirato, nel tempo, qualche sponsor che volesse spazio da queste parti.

Anni fa scrissi che avrei dovuto offrire 7000 caffé (l’occasione era il traguardo dei 7000 commenti) e oggi invece i commenti sono a quota 19700. Dovrei ingolfare un bar per un’intera giornata così la soluzione filosoficamente più bella è affermare che avrò un pensiero anche per voi mentre sarò in quella splendida terra a darmi da fare. Senza voi magari questo viaggio rimaneva ugualmente fattibile ma così ha un sapore immensamente più bello.

Emanuele

Il quarto stato.

In questi giorni la sveglia suona alle 6 e 40. Alle 7 e 20, dopo una doccia fredda obbligatoria ed una colazione veloce, esco da casa. Alle 8 sono in un’industria a circa 40km da dove vivo.

E’ un ambiente diverso da quello in cui lavoro di solito. La location è composta da tanti capannoni che oserei definire storici: negli anni quaranta/cinquanta li utilizzava un colorificio che nel dopo-guerra non andò troppo distante.

Il quarto stato

All’interno dell’aerea, cui si accede solo se si ha il permesso necessario, lavorano alcune centinaia di operai che producono, ventiquattro ore su ventiquattro, liquidi di contrasto (avete presente quando vi fate un’ecografia…?). L’impianto non si ferma mai, non esiste la notte o il giorno, quelle pompe, valvole e condotte vanno avanti da anni.

Io, ogni mattina, alle 8 e 15 salgo le scale all’interno di un vecchio capannone. Stiamo modellando una nuova parte di impianto e, questa volta mi tocca dirlo, mi è stato assegnato un compito noiosissimo. Non è di questo che vorrei parlarvi però.

Il vecchio capannone in cui entro dovete immaginarlo proprio come uno di quelli inquadrati in alcuni film americani degli anni ’50: c’è una grande area in cui gli operai lavorano e poi, al centro, c’è una struttura autoportante, in ferro, da cui anni fa il capo cantiere urlava gli ordini. Io salgo lì sopra e al posto di un vecchio ufficio polveroso incontro… un vecchio ufficio polveroso con vari computer in aggiunta.

E’ tutto impolverato, tant’è che mi è facile notare la comodità del bagno con le luci coi sensori automatici dell’ufficio da cui provengo. Non è questo che mi impressiona però.

Ciò che mi ha colpito di più sono gli operai. Li vedi andare in giro per l’area industriale con le tute da lavoro – delle salopet blu navy – gli scarponi di sicurezza e i caschetti gialli. Non so se siano felici vestiti tutti uguali.

Ho scoperto che la pausa sigaretta/caffé avviene in una piccola stanza, su uno dei viali dell’industria. Lì, tra le finestre anni ’40 e le mattonelle – grigie a terra e giallo scolorito alle pareti – hanno piazzato alcuni distributori automatici. Fumano lì dentro e non oso immaginare cosa possa diventare quella stanza quando, d’inverno, quelle piccole finestre basculanti vengono chiuse per proteggere dal freddo chi fa una pausa. A me, per contrasto, appare al volo l’immagine della mia sala “pausa” che ha persino il frigo e il microonde per chi vuol prepararsi un té al volo.

Non so se siano felici. A me, guardandoli, ricordano le lotte di classe, le prime rivolte, lo statuto dei lavoratori, gli scioperi e i sindacati. «Sono loro» dico tra me e me. Sono proprio loro, che si muovono in squadre e che quando il capo squadra li invita a tornare al lavoro spengono la sigaretta per seguirlo verso una delle strutture in cui scompariranno per qualche altra ora.

In un angolo del “Capannone 14” in cui entro io la mattina c’è un tavolo in cui alcuni operai del reparto manutenzione riparano ciò che è arrivato. Alle pareti, oltre all’immancabile calendario sono appesi alcuni poster: due donne nude, un poster sul calcio e qualche bella moto. Mi ruba un sorriso, non tanto la visione di quelle bionde siliconate, quanto lo stereotipo che quella scena rappresenta. Non so se siano felici. Lo ripeto perché ho sentito che l’ambiente, in quest’industria, non è delle migliori «Va avanti chi frega l’altro» mi aveva informato un collega giorni fa.

E’ tutto roba da cartolina. Avrei voglia di vagare per ore all’interno vestito come un giovane reporter degli anni ’60. Purtroppo per motivi di sicurezza, nell’intera area, una volta varcato l’ingresso oltre a non poter scattare foto è vietato persino utilizzare i cellulari che vanno, insindacabilmente, spenti. Tutti noi viviamo tutto il giorno col cellulare acceso; questo centinaio di persone, probabilmente, il cellulare lo utilizza nel weekend e anche questa stupida regola basta a farmi apprezzare (come se non lo facessi già abbastanza) il lavoro che Dio ha voluto per me. Io, più giovane di tanti lì dentro e vergognosamente più fortunato.

Intanto ho pranzato con loro nella loro mensa e una cosa mi è chiara: non importa quanto il lavoro che fai sia duro, sporco o poco appagante. L’importante è che il pane non manchi e che sia buono. E’ così probabilmente che, nella storia, i vecchi padroni riuscivano a rabbonire i lavoratori. E’ così che, nel 2011, quelle persone “nonostante tutto” svolgono giornalmente il loro lavoro. Senza troppi sorrisi ma con un pranzo migliore di quello che giornalmente mi tocca nei locali visibilmente più “in” intorno al mio ufficio.

Nonostante la sveglia suoni più presto del solito, mi sembrano una fortuna questi 40km mattutini. Tutto quello che vedi ai TG quando Marchionne richiede “più sacrifici” ai dipendenti che non vogliono ascoltarlo, qui è storia concreta e tangibile e poterne prendere coscienza così da vicino ti apre gli occhi e ti fa sperare che, tra quelle macchine, un bel giorno possano diffondersi anche solo due sorrisi in più. Perché è tutta gente che non ha l’auto comoda ed elegante, ma porta avanti il paese con silenzio, fatica e tanti sacrifici.

Emanuele

Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante!

Era Aprile, precisamente era l’11 Aprile e da un paio di settimane il meteo lombardo non prevedeva altro che pioggerellina e cielo grigio. Al lavoro andava un po’ tutto a rilento e la mia vita stava scorrendo troppo monotonamente. Avevo anche concluso gli esami d’abilitazione, così da giorni mi domandavo “e adesso, qual è il mio prossimo traguardo?”. Senza un obiettivo da inseguire non riesco più a vivere bene, i giorni scorrono e mi sembra un peccato non avere una meta verso cui orientarli. “Divertirmi” non è abbastanza, divertirmi è un contorno. Mi sento disorientato e vivo male. Stavo vagando in spasimante attesa di una nuova linfa ed è proprio vera la frase del titolo.

Quello sturm und drang interiore bussava troppo forte e il silenzio esterno forniva un’ottima cassa di risonanza. Così, subito dopo la pausa pranzo di quell’anonimo 11 Aprile scrissi una e-mail, nell’oggetto c’era scritto “Mi aiuti?”. E’ in questo modo che nascono le stelle danzanti. Non esplodono in momenti di rivoluzione della serie “una cosa tira l’altra” bensì in momenti di troppa quiete.

Avevo trovato, attraverso il coraggio di una piccolissima e-mail, la prossima scommessa contro cui scontrarmi. Da lì è stato un turbine a senso unico: volevo riuscirci e per questo alla prima e-mail ne seguirono altre, a queste si aggiunsero telefonate e da queste si tornò nuovamente alle e-mail. Dopo poche settimane avevo sfruttato quattro piste che mi avevano portato a ben cinque proposte. Ero nel pieno del fiume ormai ed è proprio questo fiume metaforico (in cui bisogna sempre cercar di navigare) quello che può cambiare le vite.

Quest’estate andrò in Africa, ecco svelata la meta misteriosa. Proverò a portare, nel mio piccolo, la voglia di scommettere in questi fiumi interiori ma so già (che l’esperienza scout è stata un’ottima maestra) che l’unico vero risultato sarà il tornare arricchito ben oltre il bene che potrò donare in quella bellissima terra.

Andrò da solo. O meglio, andrò con un gruppo di padri missionari di Roma che, ad oggi, non ho mai visto neanche in faccia. Ma è così che volevo vivere questo viaggio ed appositamente non l’ho proposto a nessun amico o ne ho parlato in giro finché non fosse tutto concluso.

Un viaggio indimenticabile in cui persino la partenza sarà eccitante: per arrivare nel luogo della missione in Senegal dovrò fare Milano-Roma-Casablanca-Dakar e da lì in poi con qualche pulmino. Io, molto romanticamente sogno che, ad aspettarci, ci sia un bel pick-up sul quale lanciare il mio zaino e tuffarmi anch’io lì dietro, godendomi le scaffe che caratterizzeranno quell’angolo di paradiso terrestre.

A proposito di zaino. Non sono un tipo particolarmente geloso dei propri oggetti però ho già chiesto a mia zia di spedirmi il mio zaino scout e i miei scarponi. Sono stati i miei compagni nelle ultime sedici estati della mia vita (che pure quando conclusi il mio percorso da “educando” – per ben due anni – il mio gruppo mi chiamò a dargli una mano durante le attività estive…) Filosoficamente, così, mi sembrano i compagni ideali di quest’avventura.

Non potevo appenderli al chiodo e quest’anno in cui il trasloco verso il nord non mi ha permesso di vivere in qualche associazione di volontariato, eccomi pronto, a poco più di un mese, a lanciarmi in un’esperienza che porterò nel cuore per i prossimi anni e che rappresenta la realizzazione di un (bi)sogno che da anni pulsa dentro me!

Se posso concludere con un leitmotiv che risulterà noioso, vola solo chi osa farlo. Io, quell’11 Aprile mi dissi “ma se continuo a credere sempre che non è il momento giusto, quando lo sarà?”. 🙂

Emanuele