La cosa sorprendente del vero Zuckerberg, nel video e nella stampa, è la relativa banalità delle sue idee riguardo al “Perché” all’origine di Facebook.

Mark usa la parola “connettere” come i credenti usano la parola “Gesù”, come se fosse sacro di per sé: “Quindi l’idea è davvero che, uhm, il sito aiuta tutti a connettersi con le persone e condividere informazioni con le persone con cui vogliono rimanere in contatto.”

La connessione è l’obiettivo.

La qualità di quella connessione, la qualità delle informazioni che la attraversano, la qualità della relazione che la connessione consente – nessuna di queste è importante. Che molti software di social networking incoraggino esplicitamente le persone a creare connessioni deboli e superficiali l’una con l’altra (come ha recentemente sostenuto Malcolm Gladwell), e che questa potrebbe non essere una cosa del tutto positiva, sembra che non gli sia mai venuto in mente.

Zadie Smith – Generation Why?


Emanuele

Nel proliferare di manuali di digital detox, di discussioni (online) su come staccarsi almeno temporaneamente dai social network, l’uomo del ventunesimo secolo è ormai consapevole di essere vittima e artefice degli algoritmi. Il giovin signore midcult è abituato appena sveglio, ma non prima di aver controllato la performance del sonno con l’activity tracker, agli esercizi mattutini di Gmail: cestinare gli avvisi inviati dai siti cui si è iscritto (sconti strepitosi, il lavoro che potrebbe interessarti, vorresti aggiungermi – sono tua cugina – alla rete LinkedIn?, i seguenti articoli in base a articoli che hai acquistato in passato o che ti possono interessare); e di Facebook: ritagliare, eliminare con gli occhi le pubblicità dell’ultimo oggetto visto (per sbaglio) su Amazon, rispondere cortesemente alle notifiche, verificare i tag, aggiungerli al diario, vagare qua e là e cliccare mi piace; e di Twitter: salto con l’asta di tutti i cinguettii sponsorizzati, Sarah Stage, Luis Enrique, #ciaone. Con l’esperienza migliorano le performance del suo pollice opponibile che religiosamente scorre da sinistra verso destra per sbloccare, poi dal basso verso l’alto per scrollare i flussi, gli umori, i bocconi di notizie rimpastate.

Emmanuela Carbé – Io odio internet

 
Kobek – scrive la Carbé analizzando “I hate the internet” – ci ricorda che San Francisco è l’epicentro della più grande contraddizione di questo secolo: la libertà di parola e di espressione si sta esercitando in piattaforme web controllate da aziende il cui unico scopo è fare soldi.

Emanuele

Quand’è che andiamo in Inghilterra?

Lo vedi che belli i social network, papà? Ormai le distanze non esistono più. Siamo in vacanza in Sicilia ma riusciamo a sentirci con Giorgia in Inghilterra, le abbiamo pure mandato al volo le foto di questo mare bellissimo che abbiamo alle spalle. Lei lo ha visto e ci ha risposto con dei messaggi vocali.
Vedi che passi da gigante ha fatto la tecnologia? Permette alle persone di essere distanti e di poter condividere ugualmente qualcosa. Siamo insieme anche se non lo siamo fisicamente! Adesso si può socializzare senza incontrarsi, la gente parla senza mai vedersi, vive emozioni senza spostarsi, si fanno viaggi di gruppo senza mai riunirsi…… Oh papà, che brutta roba. Quand’è che andiamo in Inghilterra?

Emanuele

Tempi moderni.

“Do your own divorce”. A Birmingham, nella biblioteca più grande d’europa c’è anche questo. Chissà quando troveremo in giro le “Stop and drop”, cabine suicidio self-service ipotizzate in Futurama. Emanuele

La crescita di WhatsApp.

A molti, 19 miliardi di dollari (questa è la cifra con cui si dice Facebook abbia comprato WhatsApp), sono sembrati un’assurdità. WhatsApp però, sta mostrando performance mai viste fin ora. Om Malik ha fatto un’analisi dei dati, confrontando questa giovane … Leggi ancora →