Sostenere che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come affermare che non si è interessati alla libertà di espressione perché non si ha nulla da dire.
Post Taggati ‘Riprendiamoci i nostri dati’
La rete va protetta.
Ad Ottobre 2005 questo blog fu trasferito su WordPress quando, tale software, aveva alle spalle due annetti di sviluppo. Tredici anni dopo è un prodotto maturo al punto che un sito su tre sta girando su questo CMS senza che … Leggi ancora →
Il prologo poco conosciuto di Cambridge Analytica
Attraverso internet è idealmente possibile raggiungere ogni singolo cittadino con un messaggio su misura. Finalmente le aziende possono dire le cose giuste, alle persone giuste, usando il medium che meglio riesce a raggiungerle. […] Ma mi rendo conto: tutto ciò … Leggi ancora →
Il capitalismo della sorveglianza.
“La sorveglianza che ci è imposta oggi supera di gran lunga quella che c’era nell’Unione Sovietica. Per amore della libertà e della democrazia dunque è necessario eliminarne la maggior parte”. Scrive così, Richard Stallman, uno dei padri del software libero, … Leggi ancora →
Riprendiamoci i nostri dati.
Eliminando qualsiasi dubbio da complottismo paranoico lo scandalo #CambridgeAnalytica dimostra che Facebook (e i suoi servizi) sono utilizzati per il controllo delle masse. Lo ripeto: sono utilizzati per il controllo delle masse. Manipolare le elezioni americane, influenzare la Brexit, sono … Leggi ancora →
“Activity records”.
Snowden propone di prendere l’abitudine di definire i metadati “activity records” per rendere più evidente quel che sono. Loro sanno che hai chiamato una linea erotica alle 2:24 del mattino e hai parlato per 18 minuti. Ma non sanno di … Leggi ancora →
Le cryptovalute sono qui per restare.
Lo so che siete spaventati. Le cose nuove, per loro natura, affascinano e spaventano allo stesso tempo. So che è difficile trovare fonti di informazione che ne sappiano parlare bene e mi accorgo che l’informazione di massa in Italia fatica … Leggi ancora →
Nel proliferare di manuali di digital detox, di discussioni (online) su come staccarsi almeno temporaneamente dai social network, l’uomo del ventunesimo secolo è ormai consapevole di essere vittima e artefice degli algoritmi. Il giovin signore midcult è abituato appena sveglio, ma non prima di aver controllato la performance del sonno con l’activity tracker, agli esercizi mattutini di Gmail: cestinare gli avvisi inviati dai siti cui si è iscritto (sconti strepitosi, il lavoro che potrebbe interessarti, vorresti aggiungermi – sono tua cugina – alla rete LinkedIn?, i seguenti articoli in base a articoli che hai acquistato in passato o che ti possono interessare); e di Facebook: ritagliare, eliminare con gli occhi le pubblicità dell’ultimo oggetto visto (per sbaglio) su Amazon, rispondere cortesemente alle notifiche, verificare i tag, aggiungerli al diario, vagare qua e là e cliccare mi piace; e di Twitter: salto con l’asta di tutti i cinguettii sponsorizzati, Sarah Stage, Luis Enrique, #ciaone. Con l’esperienza migliorano le performance del suo pollice opponibile che religiosamente scorre da sinistra verso destra per sbloccare, poi dal basso verso l’alto per scrollare i flussi, gli umori, i bocconi di notizie rimpastate.
Emmanuela Carbé – Io odio internet
Kobek – scrive la Carbé analizzando “I hate the internet” – ci ricorda che San Francisco è l’epicentro della più grande contraddizione di questo secolo: la libertà di parola e di espressione si sta esercitando in piattaforme web controllate da aziende il cui unico scopo è fare soldi.
Emanuele
