Toubab: quello dalla pelle strana ero io.

Ho dormito, sono ancora un po’ raffreddato (che attraversare 5 aereoporti con relative arie-condizionate non fa bene…) ma cerco di tirare qualche somma. Premetto col dire che non credo d’aver visto una sola Africa. Ne ho viste almeno due, o forse anche tre. C’è l’Africa di Dakar e di Goree e l’Africa dei villaggi, delle missioni, dell’entroterra sub-sahariano che affascina e graffia allo stesso tempo.

Africa - 01 Africa - 02 Africa - 03

Come scrivevo ieri, ho riempito oltre 90 pagine del mio taccuino. Molto spesso ho ricordato ciò che avevo vissuto e quando possibile memorizzavo anche le testimonianze che raccoglievo. Non sapevo parlare in Wolof e col francese, solo gli ultimi giorni sapevo rispondere in maniera carina al buon giorno… come al solito però, l’inglese mi ha salvato. Ho parlato con un giovane venditore ambulante che mi ha raccontato la sua storia. Mi ero talmente immerso nella discussione che gli altri del gruppo sono usciti dal bar in cui si stavano riposando per chiedermi di entrare. Ho parlato con un insegnante, ho parlato con un carpentiere. Ho parlato in inglese tutte le volte che mi era possibile… e devo dire che è sempre stato interessante. Ogni volta ho cercato di curiosare senza fermarmi alla superficialità delle classiche domande “come fai a vivere?“, “quanto mangi?” e cose così. Abbiamo parlato della politica del Senegal, dei giovani senegalesi che sono una speranza per la rinascita della nazione. Abbiamo parlato di come l’educazione nelle scuole può fare tanto ma di come servano anche una serie di attività extra-scolastiche. Ho raccontato un po’ anche dell’Italia, della nostra situazione socio-politica. Ho cercato di far capire che tutto il mondo è paese. Col carpentiere, che era anche un ottimo maestro di musica, abbiamo persino parlato – con una birra in due – di donne, di amore, di passioni…

Sapete, più vado avanti, più mi rendo conto di quanto piccola sia la possibilità di raccontarvi tutto ciò che ho incontrato in questi 16 giorni vissuti con un’intensità devastante. Se mi concentro su questi discorsi dimentico la bellezza dei paesaggi oppure l’aver visto come un intero villaggio dipende da un pozzo di 55 metri che tira acqua attraverso due asini. E se vi parlo di questo trascuro un’altro aspetto mille-mila-anni-avanti-a-noi del Senegal: la convivenza pacifica tra le religioni. Lì infatti il cristiano non odia il musulmano e viceversa. Entrambi riescono a rispettarsi e addirittura ad apprezzarsi per ciò che sono. Un giorno abbiamo fatto visita ad un villaggio di poco meno di 80 anime. Eravamo missionari cristiani eppure tutti, musulmani compresi, quel giorno si son fermati per accoglierci (e per quante ore dovrei parlare adesso del nostro rispetto del tempo?) e tra danze e racconti ci hanno mostrato le difficoltà della loro comunità. Ah, prima che parlasse il capo villaggio ha parlato anche una donna. Nonostante siano qualche secolo più indietro di noi per tanto altro, loro hanno già una associazione delle donne (che nella loro società ha un ruolo importantissimo: mantiene la casa e gli affari). La cosa mi ha stupito piacevolmente e, come diceva qualcuno, questo mostra quanto l’africano – in realtà – sia molto più intelligente di un bianco. Quel giorno ci han raccontato della difficoltà nel trovare il cibo che porta 1 persona su 2 (si, una su due!) ad avere al massimo un pasto al giorno o dell’assenza di strade per raggiungere i villaggi più grandi (noi siamo arrivati lì su due piccole carrozze trainate da un cavallo perché neanche il pick-up poteva avventurarsi in quel bosco…).

Africa - 04 Africa - 05 Africa - 06 Africa - 07

Potrei parlarvi inoltre di quando uno stuolo di donne m’ha assalito – non so ancora bene perché visto che non capivo – e mi son ritrovato, da solo, accolto in quel villaggio a ballare al ritmo delle loro musiche cercando come fuggir via. Anche perché lì, quando vedono un bianco, vogliono sposarlo. Perché è una via di fuga verso l’occidente che affascina perché vien visto ricco e prosperoso. Qualche donna, mi ha addirittura chiesto di portar con me i suoi figli più piccoli…

Non so, fatico nel trovare le parole adatte e sapevo già che sarebbe finita così. Dovrei anche raccontarvi di me, di come ho voluto e saputo vivere questo viaggio ma almeno per quello proverò a dedicare un post a parte. Intanto sono ancora in attesa del mio bagaglio. A Casablanca han trattenuto quelli di mezzo aereo e io avevo lasciato le chiavi di casa mia lì dentro così prima di riprendere la mia vita mi sto godendo questo rientro lento, distante anche dal mio cellulare. Forse, più che una sfortuna, devo considerarla una manna dal cielo… avrei sentito ancor più devastante riappropriarmi in pochi minuti di tutto ciò che mi ha sempre circondato.

L’Africa più che colpire quando si arriva, da una mazzata quando vai via. In questi giorni mi sento strano: lì non avevo niente, eppure mi sembrava d’avere tutto ciò di cui si può aver bisogno e – addirittura – ero tra i fortunati. Qui, cosa diamine divento?

Emanuele

PS: “Toubab” significa “bianco” e i bambini dei villaggi erano soliti gridarlo quando ci vedevano arrivare. Ah, se cliccate sulle foto potete vederle ingrandite. Ho fatto oltre 1800 scatti, non ho ancora idea di come farvi vedere – con un minimo di descrizione – ciò che dagli occhi si è andato ad incastrare nel cuore.

La fine è il mio inizio.

Da dove parto? Da un sorriso? Da una stella? Da un bacio? Da un piatto di riso? Da una donna che porta l’acqua sulla testa? Da un asinello martoriato dalle frustate? Dal sapore del facocero? Dal salam aleikum? Dal bagno nell’Atlantico? Dalle coltivazioni di arachidi? Dal mortaio per rendere ogni cibo una conserva in polvere? Da due mani intrecciate? Da un pozzo? Dalle religioni che convivono pacifiche? Dal fatto che sono ancora fuori casa? Dal viaggio sul cassone del pick-up? Dalla mia caduta da cavallo? Dai bambini che si lavavano in una pozza d’acqua? Dal cibo così diverso dal nostro? Dalla parola toubab? Dall’aver stravolto il mio modo di pensare ed agire? Dall’esserci riuscito? Dall’aver preparato lo zaino, di notte, a lume di candela? Dall’essermi lavato con un secchio? Dall’aver giocato a piedi scalzi? Dall’aver conosciuto persone con un senso d’accoglienza mai visto prima? Dal fiume guadato col pick-up? Dall’aver avvertito in maniera quasi tangibile la presenza di Dio uno degli ultimi pomeriggi a Koumpentoum? Dall’aver fatto vari chilometri, da solo in bicicletta, alle sette del mattino per soddisfare una irrefrenabile sete di scoperta che avevo dentro ogni giorno?

Sono arrivato oggi a Milano, dopo tre giorni di viaggio. Ho un taccuino pieno di roba. Ho scritto – senza neanche rendermene conto – oltre 90 pagine. Pensieri e cronache, domande e risposte.

E’ successo di tutto tanto che fatico nel capire cosa dirvi prima, come scriverlo e quanto a fondo provare ad andare. In ogni caso, ho come l’impressione, che questo ritorno sarà anche… la fine. Ho un brivido, vado a sdraiarmi. Dormire. Sognare. Domani ci riprovo.

Emanuele

Correte finché non la trovate!

Donna a braccia aperte su una collina

Non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine,
non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa,
da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio,
non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello,
ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile,
artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà,
la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere.

Oriana Fallaci (giornalista italiana)

Emanuele

(photo credits)

Africa, I am coming!

E’ tutto pronto! Prima pillola di malarone presa, zaino chiuso. Poche ore e inizia l’avventura… tra le tante cose che ho deciso di lasciare si è aggiunto l’orologio: vivrò seguendo i ritmi che mi verranno suggeriti, senza inseguire due lancette legate al polso come faccio ogni giorno. Tra pochi minuti conservo in un cassetto anche iPhone e Macbook. Libertà!

Zaino e scarponi

Buone settimane a tutti. Qui, a parte una (bella) frase programmata per domani, non ci sarà altro. Ci si risente al mio ritorno (così – anche voi – vi disintossicate da queste pagine inutili)! 🙂

Emanuele

Non sei assolutamente d’aiuto.

Google Translate ITA-FR FAIL

Va bene che io sono così a zero col francese che so già che inventerò parole pur di esprimermi… ma cavoli, così no! Google, non sei assolutamente d’aiuto! 😐

Emanuele

PS: l’aneddoto pre-viaggio più assurdo che dovrei raccontarvi è che io – stando alle e-mail scambiate fin ora – per il resto del gruppo sono “Emanuele da Milano”. Io. Da Milano. Ahahah, quando lo scopriranno… nèèèèè! :eeeh:

Scorre già nelle vene.

Domani è l’ultimo giorno prima della partenza, così stasera andrò a cena dai miei. Saluti a tutti, ultime raccomandazioni da sentire (e sorbire), qualche altra informazione da dare e poco più.

Domani sera chiuderò tutto e non dovrà mancare più nulla: non sarà facile sopperire a qualcosa dimenticata e non sono il tipo che inizia a chiedere quando sa di mettere in difficoltà. Devo stare attento o dovrò stringere i denti durante l’intero il viaggio… :timid:

Strada interrotta

Comunque, questa foto è quasi una cartolina per me. L’ho ricevuta oggi pomeriggio da un missionario che è lì da alcuni giorni. Mi raccontava come sta procedendo il suo viaggio. Ha percorso 60km in oltre due ore e ad un certo punto sono rimasti bloccati da un albero caduto durante la notte.

Io non vedo l’ora di essere lì, su quella Toyota, con lo zaino buttato dietro con noncuranza, con le scaffe che ti fan saltare sul sedile, con l’aria calda, i pantaloncini corti che vorresti ancora più corti, con gli insetti fuori e il vetro sporco che non conosce – e non conoscerà mai – l’esistenza degli autolavaggi drive-in. Con le mani perennemente sporche e un po’ di cianfrusaglie nelle tasche, con qualche indigeno che parla francese che faticherò a comprendere ma, come amava dire Terzani: «(quando faticate a comunicare) cominciate tutto con una gran risata e finite tutto con una gran risata!». Così quando non capirò… sorriderò!

Domani mattina lavoro per l’ultimo giorno prima di un viaggio che, seppur breve, mi sembra di aver aspettato da una vita. Non credo farà miracoli, non credo stravolgerà ciò che sono, sicuramente però sarà un altro tassello dal peso non indifferente.

Emanuele

Ogni mattina in Africa…

Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole una gazzella muore… una gazzella si sveglia già morta, perché non stava bene già il giorno prima.
Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole un leone si sveglia, comincia a correre, per evitare di fare la fine della gazzella del giorno prima, solo che quando inizia a correre vede la gazzella del giorno prima, e quindi dice: “Ma che corro a fare stamattina, la gazzella è già quì, visto che ci sono ci tiro due smozzicate“.
Intanto, da lontano, si avvicinano la iena e lo sciacallo che dicono: “Scusa leone, ma stamattina non si corre?“.
Eh no! Perché c’è la gazzella già qua!” – “Ma come, ci siamo allenati tutta la settimana, mi sono comprato anche la tutina nuova“.
Comunque, la morale è: “Ogni mattina in Africa, non importa che tu sia un armadillo o un pavone, l’importante è che se muori me lo dici prima”.

Aldo, Giovanni e Giacomo

Tra i tanti aspetti che ruotano intorno un viaggio, uno di quelli è lasciare le indicazioni di dove si va. Stasera ho inviato alla mia famiglia una bella e-mail con orario di voli, coincidenze, scali, contatti e organizzazione per sommi capi del viaggio. Solitamente basta dire tutto a voce e si va, questa volta invece era meglio lasciare tracce scritte perché non credo sarà facilissimo mettermi in contatto con loro.

Non ho intenzione di farmi accadere nulla di pericoloso però mi ha impressionato non poco quando ho deciso di scrivere anche il mio numero di passaporto. Della serie “se son disperso e ho perso la memoria, chiedete di ritrovare quest’uomo qui…”. :timid:

Continuo a riempir lo zaino…

Emanuele

Regalami la tua ragione.

Mancano meno di 4 giorni al mio viaggio in Africa. E’ quasi tutto pronto e ormai sto iniziando a riempir lo zaino ma visto che in questi giorni, stranamente, c’è uno strano subbuglio interiore che mi sta accompagnando, proviamo a fare un gioco.

Datemi voi, una ragione per cui andreste in Africa. Magari qualcuna mi farà sorridere, qualcun’altra mi farà riflettere, qualche altra ancora mi farà sognare. Forse lo zaino si riempirà in maniera migliore, forse mi convincerete – inconsapevolmente – a portar qualcosa in più o a lasciare a casa qualcos’altro.

Perché andresti in Africa tu?

Emanuele