Vedono meglio di noi.

Sapevo che la vita nei villaggi distanti da quel minimo di civiltà chiamato “Dakar” sarebbe stata diversa. Con una cosa però non avevo fatto i conti come si deve: il buio.

Vederlo per la prima volta mi ha lasciato senza parole e, al volo, mi sono accorto che era come una perla incastonata in un fondale profondissimo. Avrei potuto riportare indietro qualsiasi cosa. Potrò raccontarvi di testimonianze più o meno toccanti o mostrarvi foto più o meno interessanti ma – in alcun modo – potrò farvi capire cosa rappresenti il buio. Questa sensazione, ogni volta che arrivava la sera, mi affascinava e infastidiva allo stesso tempo. Il buio non puoi fotografarlo: se usi il flash… non è più buio.

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Nei villaggi si vive al ritmo della natura. La sveglia è all’alba anche per i bambini e non semplicemente perché bisogna abituarli alle “sane abitudini” che si impongono (con un’impegno che rasenta lo zero) anche ai bambini occidentali, piuttosto perché nelle capanne in cui vivono, dopo che sorge il sole, il caldo inizia ad essere insopportabile e su un unico letto dormono 5-6 persone. Così… tutti fuori, alla ricerca di protezione sotto un albero o sotto una di quelle strutture (che da scout ho apprezzato perché stavano in piedi senza usare neanche 2cm di cordino…) che rappresentano il loro “soggiorno“.

La sera, dopo il calare del sole però la vita non si ferma immediatamente. Continua ancora per qualche ora ed è lì che conosci cosa significhi vivere senza luce. Nei villaggi infatti non si accedono fuochi. Forse possono permetterselo in altre zone dell’Africa oppure il fuoco è riservato alle grandi feste ma… non è possibile bruciare legno ogni sera (significherebbe abbattere alberi in quantità smisurata impoverendo la terra ancor di più…). Così, semplicemente, si vive nella più totale oscurità.

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L’ultima mattina, quando andammo via dal villaggio, nella missione mancava la luce. La sveglia – per ragioni logistiche – avvenne prima dell’alba e mi ritrovai a richiudere lo zaino a lume di candela; nello stesso istante in cui accesi quella misera fiammella però mi resi conto che loro non usavano neanche quelle.

Vedono meglio di noi. E’ questa la realtà. Crescono abituati sia alla luce che al buio e così riescono a muoversi agevolmente con la sola luce della luna. La vita non si ferma: c’è chi chiacchiera, chi gioca e chi continua a far qualcosa in “cucina“. Abbiamo fatto qualche giro nel villaggio dopo il tramonto e quando spegnevamo la torcia era divertente far silenzio e sentire quanta vita ci fosse intorno nonostante fosse tutto invisibile.

Quante capacità del nostro corpo lasciamo silenti pensando di non essere in grado di far di più?

Emanuele

2 commenti » Scrivi un commento

    • In realtà non è un cinghiale ma un facocero. La carne è buonissima e si mangia. Era “conservato” a terra sotto un bidone di ferro per non fargli andare le mosche in una delle case che abbiamo visitato. Ovviamente da lì a poco sarebbe finita – in pezzi – in qualche pentolone… 🙂
      Ciao,
      Emanuele

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