
Le parole vanno, vengono. Le parole rotolano, saltellano, affascinano, sorprendono. Le parole, talvolta, disubbidiscono a quelle poste accanto in maniera ignobile ed indecorosa. Vi fu un periodo in cui – le parole – le maneggiavo: avevo potere, controllo, fascino e influenza su di esse. Erano mie suddite. Io il loro re. Potente e irresponsabile le sfruttai secondo il mio volere. Ne sparsi in giro alcune, grandi, pesanti, tredici-quindici-diciotto lettere poste accanto che destavano timore. Arrivavano lontano, raggiungevano le profondità più impensabili e lì vi rimanevano. Erano le mie spade, le mie frecce, i miei scudi, le mie balestre e le mie faretre. Non esisteva angolo del regno in cui non si facessero strada. Poi, un giorno, tutto cambiò. Trovai una porta chiusa, ferma, serrata. Bussai svariate volte, sospettando una degenere sordità. Stetti lì per ore, impaziente. Scorsi una feritoia: fu un dramma. Capii al volo che l’unica via era quella piccola fessura da cui trapelava un respiro lento. Dovevo sfruttarla ma non potevo tentare di spedire una valanga di parole attraverso quell’occhiello misero. Mi accasciai. Spalle su quel legno ruvido pensai e ripensai. Massaggiavo tra le dita cinque lettere. Due e tre. Due due e tre. Cercavo la purezza. La mia bocca chiusa, preda di spasmi, emetteva gemiti che tacevo al volo. Chiusi gli occhi. Fu silenzio e la porta si aprì.
Emanuele
PS: la foto, come la precedente, l’ho scattata in Francia.



