Wind and wine.

Vigneto di malvasia in Friuli

No, non sono scomparso. Non ho abbandonato questo blog. Non ho deciso di sparire e tacere. Semplicemente quest’estate è stata una corsa incredibile e dopo il viaggio in Turchia non ho più fatto grosse pause. Nelle ultime tre settimane ho percorso oltre 2000km in auto senza essere un autotrasportatore. Ho fatto, per circa un mese, avanti e indietro da Saronno. Oggi vi scrivo dal Friuli, in cui mi trovo da una settimana. Lavoro-lavoro-lavoro. La camera d’albergo in questi giorni è stata l’oasi in cui crollare dopo 12 ore di lavoro e una cena, pagata, di cui non riesci a godere come tutti tendono ad immaginare.

Domani però si fa pausa. In serata torno a Milano, all’alba un aereo mi catapulterà nella mia Sicilia e lì si, sarà una bella – bellissima – occasione per “sparire” per un po’ e vivere come si deve.

Emanuele

PS: in Friuli ho visto e vissuto alcuni giorni di anticipo d’autunno bellissimi con la pioggia sui vigneti, i ranocchi che apparivano ai bordi della strada, l’aria fresca e pulita del mattino e qualche foglia che volava via dagli alberi strapazzati dal vento.

Lausanne.

Losanna è interessante. Città svizzera per tanti aspetti (mercatini da film di Heidi; pulizia, ordine e quiete sparsi come erba su un prato concimato) d’estate da il suo meglio sulla riva del lago di Léman dove si possono fare barbecue stupendi giocando in tranquillità con ciò che si vuole tra un bagno e l’altro. Io, oltre a portare il monociclo, mi son cimentato su jboard e slackline. C’era però chi faceva di meglio…

Per i lombardi che non sanno che fare con questo caldo: si raggiunge in auto in 3 ore e mezza (se passate da Domodossola non pagate il tunnel) e il clima era favoloso!

Emanuele

Vizioso e viziato.

Recco - Mare

The sea is trying to disappear from my life.

Quest’anno ho fatto due bagni: uno a Cannes e uno a Portofino. Sono decisamente fortunato ma non mi riterrò soddisfatto finché non immergerò il piede nella sabbia sicula. Speriamo a Settembre…

Emanuele

Giocando a fare il capitano.

Le industrie, la notte, hanno il rumore di una grande nave che viaggia tranquilla. In queste due notti di lavoro mi ronza in testa, inesorabile, questa sensazione. Tra le carte della sala di controllo, mentre mi assicuro che tutto il processo produttivo non abbia interruzioni, lavoro all’ampliamento di un’area. Straordinario nello straordinario: cerco di andare avanti col lavoro visto che il carico, negli ultimi giorni, è impressionante.

Venti minuti fa, durante la pausa “di rito” da consumare nella casetta dove gli operai possono fumare, chiacchieravo con un operatore sorseggiando un caffè notturno. Lui, ex capo-reparto promosso ad operatore della sala controllo, mi raccontava che anni fa, era necessaria molta più gente durante la notte. L’automazione ha semplificato tutto: da diciotto metri di altezza dal suolo – in una sala piena di monitor – si ha la possibilità di giocare a fare i capitani. Bello si penserà. Il tempo degli operai-schiavi impegnati in lavori usuranti in orari proibitivi volge sempre più al termine.

C’era una bella aria estiva e una strana quiete stasera. Quattro sedie fuori la casetta ci accoglievano. Le luci dell’impianto e il vibrare nell’aria dei rumori provenienti da quell’infinità di condutture ci circondava.

Nella mia testa però pulsava anche una perplessità che ho confessato: l’automazione toglie posti di lavoro. Tutta la gente che serviva anni fa non è stata rimpiazzata quando è andata via: visibilmente si fanno (tanti) soldi con molta meno gente. Istintivamente, cercando una soluzione, penso che il mercato cui bussare si sposterà verso altro. Mi convinco di ciò ma nel dubbio e nell’angoscia di questo pensiero, eccomi qui a perder tempo per due minuti. Così, giusto per illudermi che possa servire a qualcosa, proprio come una minuscola onda che muore infrangendosi sul fianco di una enorme nave ma che – per tutta la sua vita – ha creduto incessantemente di poterla spostare dove voleva lei.

Emanuele

Mezzaluna.

Turchia - 01

Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva, l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.

Tratto da “Istanbul” di Orhan Pamuk

Turchia - 02 Turchia - 03 Turchia - 04

Il mio soggiorno in Turchia è stato sorprendente ma è stata tale la velocità con cui mi son catapultato nel mondo del lavoro al rientro, che ancora non ho assimilato a dovere le emozioni vissute. Stasera però, mi va di ricordarlo così, mettendo insieme un po’ di cose e notando – scorrendo le foto – che quell’angolo di mondo, tra storia, natura e società avrebbe tantissimo da raccontarci.

Emanuele

Iyi şanslar.

Dopodomani parto per la Turchia. Vado con due amici a fare un giro talmente ben organizzato che ancora non so neanche dove dormiremo. Zaino in spalla e scarponi, ci addentreremo fino in Cappadocia.

Intanto c’è da star sereni, tra terremoto e tensioni con la Siria sto seriamente pensando di caricare nello zaino qualche cruciverba (metti che finiamo ostaggi, se gioco con l’iPhone dopo alcune ore si scarica…) e ho fatto i salti mortali, tra dialettica e retorica, per mantenere i genitori sereni.

Vi racconto qualcosa, se mi gira, al ritorno. Ah, il blog in caso di decesso va in eredità al primo che mi fa un in bocca al lupo (strana richiesta per una vacanza ma stavolta ne sento il bisogno).

Emanuele

La porta.

Lettres

Le parole vanno, vengono. Le parole rotolano, saltellano, affascinano, sorprendono. Le parole, talvolta, disubbidiscono a quelle poste accanto in maniera ignobile ed indecorosa. Vi fu un periodo in cui – le parole – le maneggiavo: avevo potere, controllo, fascino e influenza su di esse. Erano mie suddite. Io il loro re. Potente e irresponsabile le sfruttai secondo il mio volere. Ne sparsi in giro alcune, grandi, pesanti, tredici-quindici-diciotto lettere poste accanto che destavano timore. Arrivavano lontano, raggiungevano le profondità più impensabili e lì vi rimanevano. Erano le mie spade, le mie frecce, i miei scudi, le mie balestre e le mie faretre. Non esisteva angolo del regno in cui non si facessero strada. Poi, un giorno, tutto cambiò. Trovai una porta chiusa, ferma, serrata. Bussai svariate volte, sospettando una degenere sordità. Stetti lì per ore, impaziente. Scorsi una feritoia: fu un dramma. Capii al volo che l’unica via era quella piccola fessura da cui trapelava un respiro lento. Dovevo sfruttarla ma non potevo tentare di spedire una valanga di parole attraverso quell’occhiello misero. Mi accasciai. Spalle su quel legno ruvido pensai e ripensai. Massaggiavo tra le dita cinque lettere. Due e tre. Due due e tre. Cercavo la purezza. La mia bocca chiusa, preda di spasmi, emetteva gemiti che tacevo al volo. Chiusi gli occhi. Fu silenzio e la porta si aprì.

Emanuele

PS: la foto, come la precedente, l’ho scattata in Francia.