Wow, wow, wow wow, wow.

Sono appena tornato da un pomeriggio lunghissimo.

Ho imparato a lavorare un materiale favoloso a casa di una amica… domani vi faccio vedere le foto. 🙂

Intanto ho una bellissima notizia. Ho passato l’esame.

Bene, si va avanti.

Sono strafelice perché sembra che ogni tanto qualcosa giri anche “da quel punto di vista” che – parlandone sinceramente – è la cosa che più vorrei “andasse diversamente” nella mia vita.

Per il resto… davvero: va bene così.

Comunque… domani vado a registrare la materia e mi fiondo verso il prossimo esame.

E’ proprio vero che nella vita, se si ha pazienza, si sistema tutto.

Buona notte…

Emanuele

Si gettava sulle cose, prima del pensiero…

Lorenzo Cherubini

Belle, molto belle le canzoni. Hanno il potere di farti rialzare. Di darti coraggio. Di darti una carezza e di farti sorridere.

Hanno anche il potere di ucciderti. Non oggi però. Casualmente è iniziata Fango di Jovanotti e mi è tornata in mente questa foto, scattata tra la confusione del momento finale della Marcia per i 16 anni dalla strage di Falcone.

Ero li con gli scout e, purtroppo, quei giorni il tempo è volato e non ho potuto parlarne sul blog come avrei voluto.

Oggi, come quel giorno, Fango mi ha fatto cantare.

Un uomo guarda la sua mano, sembra quella di suo padre quando da bambino lo prendeva come niente e lo sollevava su. Era bello il panorama visto dall’alto, si gettava sulle cose prima del pensiero. La sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero…

Che c’è di più bello di questa scena? C’è il ricordo dei giorni felici “che furono”, c’è anche la dolcezza di un bambino e l’amore di un padre affettuoso. E poi… ci sono i sogni. Quei sogni, quei castelli di sabbia che solo i bambini hanno il potere di fare.

Più cresciamo, più il nostro spirito perde quella capacità. Tutto diventa razionalità  e decisioni studiate per benino, come se la vita, invece che il pennello di un pittore in mano ad un bambino, fosse una partita a scacchi dove si cerca semplicemente di vincere gli avversari.

Ma l’unico pericolo che sento veramente, è quello di non riuscire più a sentire niente.

Si diventa apatici nei confronti della vita. Incapaci di gioire per quelle stupidaggini che fanno parte delle giornate. Chiediamo sempre di più… chiediamo sempre “un di più” che non avremo mai.

Oggi ho fatto un esame. Non so come sia andato, però sono sereno perché so di aver fatto il possibile nei limiti delle mie capacità. In questi giorni “ho fatto il mio dovere”, mi sono concentrato esclusivamente sullo studio senza pensare ad altro.

E anche se oggi non dovesse essere il giorno “buono”, non demordo, perché questa laurea è una cosa in cui credo.

Costi quel che costi, vincerò io.

Emanuele

Il fascino dei libri.

Ho passato questi giorni chiuso in una cantina, a studiare dalla mattina fino ad ora di cena.

Ogni tanto, per far pausa, alzavo gli occhi per scrutare un po’ il mondo intorno a quella grande scrivania.

C’è una bella libreria in questa cantina. Forse un po’ disordinata… ma penso che quel disordine ne aumenti solamente il fascino. La voglia di scoprire cosa nascondono tutte quelle copertine…

Così ogni tanto, anche per alzarmi 2 secondi e muovermi un po’, curiosavo tra quegli scaffali alla ricerca di un titolo che catturasse la mia attenzione.

Stasera l’occhio è caduto su “L’uomo che parlava solo”, scritto nel 1961 da Lalla Romano, una scrittrice piemontese nata nel 1906.

L’ho sfogliato un po’, ne ho letto alcune pagine e mi ha subito rapito. Mi sono visto per certi versi parte di quel libro perché esprimeva, nelle poche pagine che ho casualmente letto, alcune sensazioni ed emozioni che anch’io ho provato spesso e che forse non ho mai avuto la sincerità di raccontare per bene.

Non ho avuto il coraggio di chiederlo in prestito… un po’ perché dovevamo studiare e non era il caso, un po’ perché “era bello vederlo li”, con le pagine ingiallite su quello scaffale pieno di miliardi di parole.

L’ho aggiunto alla wishlist, chissà, magari tra qualche giorno lo chiedo in prestito o vado a comprarlo.

Adesso vado a farmi una bella doccia… ho appena finito di sistemare il materiale necessario per l’esame di domani.

Buona notte,

Emanuele

“Sto con persone che mi apprezzano”.

Ci sono frasi che a distanza di tempo, mentre stai guidando, ti tornano in mente come lampi… e ci ripensi e gli dai pure un senso finalmente.

Essere apprezzati, dipende da chi abbiamo di fronte… o dipende da noi?

Credo che il requisito fondamentale per essere apprezzati è …essere – almeno – al livello del nostro gruppo di pari.

Quando si è ragazzi, per essere apprezzati dagli amici, automaticamente si cerca di essere “fighi” agli occhi del gruppo. Si fa quel che fanno loro e forse lo si esaspera anche un tantino per aggiungere quella briciola di pseudo-personalità. Capelli particolari, occhiali alla moda, “fancazzismo generale”… insomma, chi più ne ha più ne metta.

Quando ci si ritrova tra adulti, l’unica maniera per essere apprezzati è dunque quello di esser adulti anche noi.

Se ci capita spesso di non essere apprezzati, probabilmente dovremmo rivedere un po’ ciò che siamo e non pensare esclusivamente di aver incontrato “gruppi di snob” (snob nel senso lato del termine).

Se c’è capitato in passato e adesso non ci capita, probabilmente in precedenza ci siam fatti conoscere diversamente.

Emanuele

Un calcio… e tutto è possibile.

Questo post è stato scritto alcuni giorni fa. E’ una sorta di lettera che forse stona su un blog in cui le cose arrivano in real-time… però credo sia il posto migliore per conservarla. 🙂

E’ finita questa lunga giornata. Adesso mi trovo in una specie di gazebo chiuso molto artigianalmente con teloni verdi e tavole di legno. Però c’è una porta in ferro…

All’interno 6 letti a castello, disposti a raggiera. In ferro battuto, molto vecchi… con le reti metalliche che formano una fitta maglia.

Solo 5 materassi per 12 reti.

Io… sono su un lettino a parte. Anch’io senza materasso. Appena ho visto il materasso ho capito che respirargli sopra sarebbe stato come scoprire se gli acari possono mangiare un uomo in una notte.

I ragazzi sono fuori… sento ancora le voci, tra un po’ calerà il silenzio anche nei loro rifugi. Il bosco ci sentirà dormire.

Io qui… mi sto divertendo come un cretino.

Su un tavolo enorme c’è uno specchio, molto grande e molto vecchio. Come uno stupido lo guardo e gli faccio le smorfie illuminandomi con la torcia.

Tento di mettermi paura. Si perché, sebbene tutto intorno a me sia circondato da polvere e ragni, stranamente non riesco ad averne.

E dire che da piccolo a casa accendevo la luce del corridoio per paura di avventurarmi di notte…

E’ strano. C’è uno spiffero d’aria che arriva – non so da dove -.

I piedi però, dentro il sacco a pelo, sono belli caldi.

Diamo un calcio all\'impossibileHo una magliettina nonostante sia sceso il freddo fuori. C’è scritto impossibile con un bel calcio sulle prime due lettere.
Dormo sempre leggero dentro il sacco a pelo… anche d’inverno.

E’ bello il significato di questa magliettina, che a dir la verità, ho ereditata da un amico a cui non entrava più… 🙂

Cerchiamo di dare un calcio alle prime due lettere di quella parola. Tutto ci è possibile, tutto è nelle nostre capacità, basta semplicemente volerlo.

D’altronde… io non ho paura di stare qui, da solo. Credo sia esclusivamente forza psicologica.

Adesso spengo il Mac, mi sto spezzando la schiena perché la rete si è affossata al centro ed io per scrivere sto disegnando col corpo un arco al contrario… 😐

Buona notte,

Emanuele

Ah ma c’è anche la partita…

Sta iniziando probabilmente.

Io sono appena tornato a casa, dopo una intera giornata passata chiuso in una cantina (la casa dei nerd…) a studiare controlli automatici.

Computer accesi, neon accesi, calcolatrici accese e occhi verso il tavolo pieno di miliardi di fogli.

Adesso non so che fare, buttarmi su un letto e guardarla da solo? Boh. Ho sonno.

Ah… i post sono programmati in questi giorni, penso sia chiaro: non ho ancora ricevuto il dono dell’ubiquità.

Anzi che trovo il tempo per scriverli… 😐

Emanuele

PS: questo è in real-time.

Apprezzare il diverso.

Questo post è stato scritto qualche giorno fa… mentre scrivo mi trovo in una base scout fuori città, immerso nel bosco con il mio macbook tra le gambe, perché ho accompagnato alcuni ragazzi alla loro “uscita di squadriglia”. Cucina alla trappeur, una notte in un rifugio costruito da loro e tutto ciò che l’avventura e la vita nel bosco riesce a regalare se unita alla fantasia dei più piccoli.

Una cosa però è iniziata male. Un capo-squadriglia inseme al vice-c.-s. han pensato bene di lasciare a casa un ragazzino down. Sarebbe stato, secondo loro, un peso per la squadriglia ed un ostacolo per la riuscita dell’attività che avevano organizzato.

Fortunatamente per G. e sfortunatamente per il capo-squadriglia, le cose sono andate diversamente. G., l’ho portato io fino al campo… e il viaggio da soli in macchina è stato molto piacevole.

E’ un ragazzo con un mondo tutto suo in testa. E’ questa forse la cosa più sorprendente e meno comprensibile scientificamente dei ragazzi down.

I discorsi sono volati come se potesse parlare di qualsiasi cosa senza problemi. Ogni argomento era alla sua portata… nulla lo preoccupava.

E’ stato divertente chiedergli i titoli delle canzoni che passavano in radio… puntualmente arrivavano dei nomi. E insieme ai nomi iniziava a ballare, legato al sedile con la cintura di sicurezza come un salamino. Le mani mimavano prima la batteria, poi la chitarra elettrica, poi il violino…

Abbiamo parlato dei tatuaggi che si è fatto. Li però… gli ho detto che a chi dice le bugie cresce il naso… e così si è iniziato a preoccupare.

Dopo 20 minuti di strada e mille altri discorsi, mi ha confessato, preoccupato e con le mani sul naso, che la storia del tatuaggio sul braccio era una bugia. 🙂

G. cantava canzoni tutte sue nate dalle parole che sentiva nella musica che passava la radio. “Che canzone è?”. Arrivava un nome.
“Chi canta questa canzone?”“Quello col microfono!”. E’ down ma non è stupido, quella risposta mi ha spiazzato e mi ha fatto sorridere.

Ha difficoltà a parlare G. e così bisogna fare attenzione per capire il senso dei suoi discorsi.

E’ una vita diversa, una vita che però è sempre “frutto della volontà di Dio” e vale tanto quanto le altre.

G. vede il mondo con gli occhi di un bambino, e forse questo mondo tutto giochi e colori non lo abbandonerà mai nella sua vita.

G. ha parecchi idoli, e fa morir dal ridere perché lui dice di essere un playboy “troppo forte”. E per lui “troppo forte” è anche il suo capo-squadriglia.

Lo vede più grande… capace di far tutto. E’ il suo eroe nelle avventure vissute insieme.

E’ questo che fa rabbia. Fa rabbia vedere che il capo-squadriglia non si renda conto di quanto importante sia agli occhi di un ragazzo più piccolo.

Fa rabbia sapere che ha preferito inventare una scusa ai genitori per lasciarlo a casa.

Fa rabbia che non sappia valorizzare questa persona, un pizzico “diversa”.

Dispiace perché ha pensato che lo scoutismo fosse una vita in cui ciò che conta è l’abilità manuale nel costruirsi un rifugio, nel fare tanta strada e cose di questo tipo. Si vede che ancora ha davvero tanta e tanta strada da fare prima di comprendere certe cose…

Io non credo di essere stato un santo da piccolo. Quando mi girava facevo a pugni… anche fuori dalla scuola media – o anche agli scout (poi magari vi racconto anche queste esperienze… :-)).

Però ricordo benissimo di un campo in cui – per evitare di dormire con una ragazza che ci provava (sempre per quel discorso…), andai a dormire con una squadriglia in cui c’era un ragazzo down. Ero più grande di loro, ero andato a quel campo per “prestare servizio”… così mi presi, spontaneamente, cura di quel ragazzino down.

Era molto ma molto meno indipendente… così dovevo aiutarlo persino per mettersi le mutandine o le calze. Però boh, lo facevo con amore e non mi pesava affatto: mi era venuto naturale.

Sono stato anch’io capo-squadriglia alla sua età. Ho avuto anch’io un ragazzo “con problemi” in squadriglia… e ricordo che per tenermelo buono lo tenevo sempre dietro di me mentre si camminava. E c’era sempre un trucco per farsi ascoltare: prenderlo per il lato giusto. Funzionava alla grande tanto che adesso, dopo anni, mi saluta sempre con affetto e si è ricordato di me quando è partito con i suoi genitori, tanto da portarmi un pensierino.

Non so come certi valori mi siano entrati dentro… e adesso non so come possa farli passare in maniera incisiva nella testa di questo capo-squadriglia.

Non è ancora venuto a riprendersi G... così da alcuni minuti sto cercando le parole migliori per “mollargli un ceffone pieno di insegnamenti”.

Mi rimetto a studiare…

Emanuele

PS: questo post è un flashback del precedente.

Le parole giuste.

Ci sono momenti in cui bisogna trovare le parole giuste anche per esser duri. Perché se si vuole educare e non si vuole fare male, neanche il rimprovero diventa una cosa facile. Anzi forse… è più difficile dell’essere fratelli di qualcuno.

Un capo ed un vice capo squadriglia sono andati via dopo 10 minuti di rimproveri. Con gli occhi bassi.

Il capo-squadriglia ed il vice mi hanno consegnato il guidone – simbolo della squadriglia – spontaneamente.

Sono tornati a riprenderselo quando si son sentiti, nuovamente, squadriglia.

Ho trovato le parole giuste… dopo pranzo vi racconto il perché.

Emanuele