
De según como se mire, todo depende.
Jarabe De Palo – Depende
Emanuele

De según como se mire, todo depende.
Jarabe De Palo – Depende
Emanuele
Shanghai, se la guardi bene, è un po’ come un set cinematografico. Dal lato in cui passano gli attori, le macchine per le riprese, i grandi divi e la storia “che va narrata” tutto scintilla e sorprende. Dietro però – ma proprio subito dietro – c’è un mondo di cartone pieno di sporcizia e povertà. La Cina del miliardoetrecentomilioni di persone in qualche modo sa di non poter arrivare a tutti e così anche la più grande città del pianeta scende a compromessi: i flash e il jet-set del Bund o di East Nanjing Road scompaiono subito dopo una stupidissima linea gialla tracciata dal regista.
Tra qualche giorno tornerò in Italia. Dopo quasi due mesi cinesi credo di aver superato lo stupore del primo impatto. Mangio con disinvoltura con le bacchette, ricordo varie parole cinesi oltre le fondamentali ciao e grazie, so dove prendere il treno o dove si trova la stazione dei pullman. Forse, ciò che prenderà più tempo, sarà incamerare e comprendere questo enorme contrasto.
Emanuele
Questo è un articolo sponsorizzato ma sono libero di esprimere le mie opinioni.
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Iniziativa particolare, semplice e rapida. Unicredit attraverso la Universities Foundation presenta lo UNIversiTag, un gioco valido fino al 5 Aprile.
Se sei un’universitario e pensi di aver scattato una foto carina durante il tuo percorso di studi o ne hai una che rappresenta la tua idea di vita accademica, puoi proporla nella bacheca di Unicredit e/o su Pinterest usando il tag scelto per l’occasione. La foto, dopo l’approvazione, risulterà visibile sulle pagine ufficiali dell’iniziativa. Inoltre, una giuria si occuperà di valutare tutte le foto proposte e quella vincente verrà proposta per l’inserimento all’interno del documento di bilancio della fondazione UniCredit & Universities.
E’ abbastanza chiaro che lo scopo di tutto questo è far conoscere un po’ di più la fondazione che da quattro anni raccoglie fondi per borse di studio all’estero. Personalmente penso che sfruttare anche queste opportunità messe in campo dai privati non possa che essere un vantaggio per lo studente che vuol vivere un’esperienza al di fuori del percorso di studi classico.
Che aspetti a pubblicar la tua?
Emanuele
L’arrivo in un’altra città è sempre un mistero. Suoni, luoghi, persone, tutto si rifà ad un equilibrio locale, come un organo all’interno del corpo. Bisogna entrare con rispetto e senza troppe pretese. Destra, sinistra… capire dove andare è la prima scommessa da giocare col destino. La partita entra nel vivo quando la lingua e la cultura sono talmente distanti dalla tua che ogni gesto è da fare con attenzione per scongiurare qualsiasi possibilità di fraintendimento. Un pugno chiuso può essere una minaccia o il numero dieci in base alla latitudine. La vera evoluzione rispetto ad altri animali però sta nel coraggio innato dell’uomo di mescolarsi con altri suoi simili. Un passo dietro l’altro, un bus, una metro, un’autostrada percorsa all’imbrunire chiacchierando con un cinese che miracolosamente parlava un po’ di inglese dopo una giornata di lavoro è un nastro rosso.

Il regalo che mi son fatto invece è Hangzhou, una città che stasera mi ha accolto con delle luci su un lago piatto e sereno. Al buio. Perché è così che sono questi trent’anni che compio oggi distantissimo da casa, dagli amici e dagli affetti. Spenti nei festeggiamenti più allegri ma con la piena certezza che come cantava Sinatra – nella piena quiete – the best is yet to come.
Emanuele

Agli ospiti sono riservate delle salette, tutti gli altri in fila. Ogni giorno alle 11:30 consumano il loro pranzo e io, quei fumi e quegli odori, li ho impressi nella mente. La loro sala, molto spartana, ha tavoli e sedie abbastanza unti. Il nostro trattamento, seppur “riservato“, ci obbliga comunque a ripulir la sedia prima di ogni pranzo. Il cibo, nelle giornate giuste, non è male ma non mi sono mai alzato da quel tavolo sentendomi “pieno”.
Anche perché quando devi spolpare i gamberetti con le bacchette…
Emanuele
Dalla Cina, alla fine, son tornato. Appena cinque giorni fa ma è già un traguardo. Un traguardo perché significa che sono cinque giorni che mangio roba italiana e son felice e soddisfatto. Però in Cina dovrò tornare. Probabilmente già la settimana prossima (e questa volta per un mese) così sono in uno strano limbo in cui svanisce il mal di testa da jet-lag e inizia l’ansia da preparativi. Che fosse un periodo intenso l’avevo detto e l’avevo anche chiaro.
L’unica cosa buona è che, con l’occasione, non farò la stupidata di arrivar lassù già sazio. Ho proprio voglia di viverealmenounavoltanellavita un pranzo al cinquantesimo piano, su un disco che ruota sopra un grattacielo.
Emanuele
PS: qualche foto cinese la metterò al prossimo round, che oggi ho comprato questa per attrezzarmi meglio (anche se qualcosina la si può vedere sul mio profilo su instagram).
La mia permanenza in Cina continua e con esso anche le cose che scopro e che posso più o meno apprezzare e condividere. C’è di certo che la Cina che sto vedendo è uno spicchio infinitesimale di quello che l’intera nazione rappresenta: basta fare un salto su Google Maps per rendersi conto che le sue dimensioni comportano differenze abissali tra nord-sud ed est-ovest. Anyway… here we go!
I cinesi hanno scoperto l’acqua calda.
O meglio, più che scoprirla, se la bevono. Sebbene infatti non bevano durante i pasti (considerato esiste sempre che una zuppa ad inizio o fine pasto), se decidono di accompagnare il cibo con qualche drink, allora avranno acqua calda con foglie di tè, o semplice acqua calda. Quando ho chiesto alla traduttrice perché bevesse acqua calda mi ha guardato come fossi un marziano che chiedeva la cosa più scontata del mondo: l’acqua va bollita, punto! Ecco, dopo aver riso (questa parola inizia a darmi un senso di nausea) un po’ mi ha spiegato che l’acqua che arriva nei rubinetti non è buona e così va sempre bollita. Le ho chiesto: “ma allora se arrivi a casa assetata dovrai aspettare che l’acqua sia pronta prima di bere?”. Risposta semplice: un bollitore elettrico è sempre pronto, come qualsiasi elettrodomestico che lasciamo acceso nelle nostre case. In ogni caso le è sembrato così strano che noi bevessimo acqua fresca…
Istruzione.
Ho scoperto che una decina d’anni fa il governo ha tentato una cosa difficilissima ma importantissima. In pratica aveva introdotto degli esami nella secondary school composti da domande che coinvolgevano tutte le materie. L’esperimento non ha funzionato, si sono resi conto che era troppo difficile per i ragazzi di quell’età ma questo modo di ragionare mi piace perché è un allenamento durissimo saper spaziare da un argomento ad un altro, da una materia ad un altra allo stesso modo di un pensiero che scorre nella nostra mente. Ciò tra l’altro richiedeva che gli insegnanti fossero preparati non solo sul loro programma ma anche su nozioni di altre materie. Adesso si è tornati al metodo classico ma i compartimenti stagni non sono mai buoni compagni di viaggio. E poi sarei curioso di vedere i nostri professori alle prese con un sistema simile.

Vita per strada.
In realtà non ho ancora chiaro se sia io a non farmi capire o se davvero il mondo al di fuori da queste parti sia meno peggio di quel che immaginavo. Innanzitutto perché le banche che ho visto non hanno le porte blindate. C’è la guardia, è vero, ma secondo me il terrore di una giustizia che sa usare misure pesanti (che invece non condivido) gioca la sua parte a sufficienza. E poi per ben due volte la traduttrice si è sorpresa nel sentirmi chiedere se fosse tranquillo fare un giro in città dopo cena o se potesse essere pericoloso. Sinceramente non mi è chiaro se abbia posto male la domanda o se seriamente la criminalità in queste città sia ben controllata.
Mezzi di trasporto.
I taxi costano poco. Ho speso circa 1€ quando ci siamo persi (eravamo andati a fare un giro ma la traduttrice non è di questa città e io con quei cartelli scritti in marziano sono peggio di un cieco senza bastone e cane guida…) però sono sporchi, molto sporchi. Il secondo che mi è capitato di prendere puzzava in un modo tale che ho cercato con attenzione un punto in cui sentivo meno puzza ed ho tenuto il naso fisso in quel punto esatto per tutto il viaggio. Lei mi raccontava che quel taxi solitamente lavora nei suburbs così non c’era da aspettarsi molto. In ogni caso hanno i primi 10km a tariffa fissa (che varia da città a città) e poi un costo chilometrico supplementare. Ah, guidano male… come tutti gli altri. La metropolitana ha un prezzo diverso da città a città. A Shanghai varia da 35 a 70 centesimi di euro e dipende dal numero di fermate che si vogliono effettuare (comunque non si paga mai meno di 35 centesimi). Una linea è a levitazione magnetica (e la cosa mi fa sorridere considerato che a Milano, in questi giorni, siamo orgogliosi della avanzatissima linea lilla senza conducente…).
Lavoro.
Anche in Cina è difficile fare l’insegnante. Anche qui c’è già troppa gente che insegna e altrettanta che aspira ad un posto simile ma, parimenti, si dice che bisogna spingere di più sulla cultura per far avanzare il paese rispetto alle altre nazioni. Lo stipendio di un tecnico di fabbrica non è male, al cambio circa 800€ al mese, ma sono le condizioni ad essere diverse in maniera considerevole. Uno dei fattori per cui accade, secondo la traduttrice, è che la Cina è talmente grande che lo Stato non riesce ad arrivare ovunque coi controlli, così anche se esistono vari regolamenti a riguardo (seppur meno restrittivi delle nostri) questi vengono spesso disattesi. Un esempio lampante l’ho avuto nella mensa dell’impianto: prima di sedersi la traduttrice ha dovuto pulire la sua sedia dalla polvere mentre la cucina era quasi completamente allagata. Non sono d’accordo con lei in quanto pensavo all’America: un paese enorme con standard ben diversi.
Casa.
Acquistare casa è complicato anche qui. In città i prezzi al metro quadro sono molto simili a quelli milanesi e una famiglia media deve fare un mutuo per 20-25 anni almeno. Non sempre hanno un numero civico ma, alcune volte, nella via i palazzi hanno un nome. Nei campanelli non appare mai il cognome ma il numero dell’appartamento (un po’ come si fa nel nord Italia).
Matrimonio.
Non ho discusso circa il loro rito (in effetti, considerato che la maggior parte di loro segue gli insegnamenti di Confucio potevo anche chiederglielo) però ho scoperto che tradizione vuole che l’uomo acquisti la casa prima del matrimonio e se non puoi permetterti l’acquisto, niente bella donna accanto (me l’ha riassunta così). Puoi condividere le spese con la moglie, ma almeno l’anticipo spetta all’uomo che quando possibile viene aiutato dalla famiglia. Noi europei ce la passiamo meglio da questo punto di vista. Culturalmente c’è una forte inclinazione verso il matrimonio e chi decide di non farlo non è mai visto di buon occhio dalla famiglia d’origine, specie se si è donne.
Inquinamento.
Mi è capitato di usare la mascherina. Mi raccontava che loro sono abituati a farlo quando sentono l’esigenza. Per me è stato brutto, psicologicamente inquietante. Posso stare attento all’acqua che bevo e al cibo che metto nel piatto, posso lavarmi le mani e tutto il resto ma… cavoli, contro l’aria sei inerme. E’ brutto pensare di doverti difendere in quel modo e che loro accettino questo livello di inquinamento. Anche nel mio viaggio in Africa mancava qualsiasi forma di igiene “occidentale” però non mi sono mai sentito in pericolo.
Telefonia e internet.
Il costo di un abbonamento telefonico + ADSL a casa è – al cambio – 12€ al mese, la linea arriva via cavo e spesso l’operatore ti chiede se vuoi passare alla fibra gratuitamente. La cosa interessante è che ad ogni rinnovo con lo stesso operatore ricevi il raddoppio della banda: 4-8-16…mbit. Devi pagare annualmente l’intera cifra e se vuoi per 15€ al mese hai inclusa anche la tv. Discorso diverso per la telefonia mobile. Non so esporre tutte le tariffe possibili, semplicemente la traduttrice mi raccontava che lei ha solo 30MB di traffico dati al mese, che esiste la possibilità di acquistare pacchetti “con monte ore” piuttosto che con quantità di dati ma – come iniziano a fare gli operatori da noi – hai anche la connessione wifi gratuita ove disponibile (e qui, quella dell’operatore è ben diffusa sul territorio). In ogni caso il pacchetto mobile (con 150 minuti di chiamate) è meno conveniente dei nostri e senza di esso si paga di più quando si è fuori dalla propria città o si ricevono chiamate. Si, anche le chiamate in ingresso hanno un costo a meno che il tuo pacchetto non le preveda come illimitate. Infine, lo stipendio medio italiano, al cambio, è il doppio di quello medio cinese ma l’iPhone costa come in italia e così per loro è very expensive. In giro ho visto comunque vari iPhone e molti cellulari Android. Quando attivi un numero puoi scegliere quello che preferisci ma quelli facili da ricordare (o con numeri positivi visto che i cinesi son superstiziosi) si pagano di più. Lo stesso discorso vale per le targhe delle auto.
Vestiti low cost.
Uno degli argomenti che mi ha appassionato di più è nato dopo averle chiesto come mai in Europa stiano arrivando ondate di cinesi che coi loro negozi hanno invaso ogni città. La sua prima risposta è stata semplice: “qualsiasi uomo vuole sempre più soldi”. E in effetti è vero. L’Europa è un buon mercato per loro, il livello di richezza medio è superiore e così è un piatto da aggredire. Non ho avuto voglia di infilarmi in discorsi ipotetici (tipo “secondo me la mafia cinese ha stretto accordi”) ma comunque mi è stato chiaro che i cinesi, in Europa, hanno trovato un mercato, il loro mercato. Ecco, specifico “il loro” perché – in realtà – i cinesi in Cina non vanno in giro con quella valanga di vestiti malcuciti o dai colori osceni e tossici persino allo sguardo. La traduttrice mi spiegava che probabilmente la qualità dei prodotti non è attualmente paragonabile a quella degli standard europei e per questo hanno deciso di investire in quel mercato. Tra l’altro qui accade molto spesso che, specie le ragazze, vogliano cambiare vestiti continuamente e per questo sono disposte ad avere una qualità inferiore. Filosofia usa e getta in pratica. Il nostro paradigma mentale invece è ancorato a concetti di durata nel tempo e roba simile, così ovviamente quei capi sembrano tutt’altro che buoni. Le ho detto che, per via di questo, gli europei hanno assimilato i cinesi a fabbricanti di prodotti di bassa qualità. Lei mi ha guardato le scarpe. Stavo indossando delle Adidas e sorridendo mi ha detto che la fabbrica dell’Adidas è ad appena un paio d’ore di treno da qui. In effetti ormai qualsiasi cosa è costruita in oriente, anche Kappa, Puma, Nike, Apple costruiscono in Cina e noi europei non vediamo quei prodotti come roba di bassa qualità. Ah, a proposito: un paio di Adidas costa nello spaccio della fabbrica all’incirca 5€. La traduttrice ha riso tanto quando le ho detto che volevo fare un salto in qualche modo da quelle parti per acquistarne due o tre paia (mi dispiace sapere di non avere il tempo…). Ovviamente basta arrivare a Shanghai per trovare dei prezzi in linea con quelli del resto del mondo e vedere svanire quello sconto incredibile. In pratica loro vendono anche prodotti di bassa qualità semplicemente perché esiste quel mercato e nessuno lo stava soddisfando.
Matrimoni gay.
Le ho chiesto anche questo e la pensa abbastanza come noi. Va benissimo se due persone dello stesso sesso si amano (anche se lei adduce il fenomeno a carenze nella famiglia d’origine) ma non è d’accordo con l’adozione di bambini perché un bimbo per crescere ha bisogno di apprendere concetti da due figure con caratteristiche abbastanza diverse (e sono d’accordo anch’io). Anche in Cina è difficile fare outing in famiglia ma a differenza dell’Europa non si è ancora arrivati ad un momento in cui la società manifesta per il riconoscimento di qualche diritto per loro. Esiste da qualche anno il gay-pride in varie città della Cina ma il regime non li pubblicizza più di tanto, tant’è che lei non ne sapeva nulla. Qualche tempo fa leggevo che qui gran parte degli omosessuali finisce col nascondere la propria natura e sposare, comunque, una donna. Forse è per questo che la traduttrice identificava il fenomeno come qualcosa che nasce nel periodo universitario ma che poi rientra da sé con la crescita.
Contare con le mani.
I cinesi possono contare fino a 100 con due mani e non è una prodezza da mago Silvan. Mentre noi possiamo arrivare fino a 10 loro indicano i numeri con dei gesti e così con 5 dita puoi contare fino a 10. In questo modo con una mano fai la decina, con l’altra l’unità. E a proposito di numeri e superstizioni, l’8 porta soldi, il 4 è associato alla morte, il 6 e il 9 sono positivi.
La pena di morte.
Anche la traduttrice concorda con me: non è dato a noi il potere sulla vita di un uomo, però le cose – finché esisterà questo regime – non potranno cambiare. Non so se fosse a conoscenza del fatto che la Cina è attualmente lo Stato sul pianeta che emette più sentenze di condanna a morte (oltre un migliaio nel 2011), le ho mostrato un grafico ma mi è sembrata indifferente. Ipotizzo perché, in alcun modo, questo venga fatto passare come una questione sociale.
L’informazione.
Tutto è filtrato e così anche la TV che si può guardare è solo quella approvata dal regime. L’uso di parabole è proibito, è necessario avere speciali autorizzazioni per installarle ma queste sono date solo ad hotel o in casi speciali. In questo modo la TV mondiale non arriva nelle case dei cinesi. Solo in alcune aree rurali, dove non arriva il cavo tv, la gente ha usato le parabole ma si permettono di farlo perché in quelle aree i controlli sono rari. Al contrario di noi però la gente sente poco la necessità di scaricare via torrent o mezzi simili in quanto esistono siti degli operatori tv in cui puoi guardare qualsiasi film gratuitamente: se ti registri e paghi eviti la pubblicità, altrimenti devi sorbirti uno spot iniziale. Un esempio è LeTV.com in cui trovi sia film cinesi che esteri. E’ stato divertente scoprire che qui Lupin non è famoso come da noi e che di Sonic loro hanno avuto anche il cartone animato (mentre noi, credo ma potrei sbagliarmi, solo il gioco). In ogni caso la riflessione più profonda che mi torna in mente è che è triste vedere come basti poco per tenere le masse sedate. Non hanno accesso a Youtube, non hanno accesso all’informazione globale ma non ne sentono troppo la mancanza perché i loro portali offrono già tutto ciò che è “approvato” in maniera facile e veloce. La traduttrice, quando non avevo nulla da dire ai tecnici cinesi, guardava film da quel portale sul suo cellulare (con Windows Phone 7) via wifi.
Emanuele
Mi trovo al ventiquattresimo piano del Platinum Hanjue Hotel di Pinghu, a 10km dalla costa cinese e 90km da Shanghai. Fuori è buio, la differenza di fuso con l’Italia (7 ore) mi rende ancora un po’ insonne così ne approfitto per buttar giù qualche riflessione a caldo.
L’economia.
Sto asssorbendo tante cose in questi giorni, sto conoscendo la Cina “non turistica”, quella fatta di aree industriali enormi e, forse per la prima volta nella vita, mi accorgo di trovarmi in un posto che non mi affascina.
Ho davanti agli occhi il risultato dell’attuale equilibrio economico mondiale in cui la produzione di qualsiasi bene viene demandata all’oriente.
Gli omini dagli occhi a mandorla, cercando di trasformarsi in una super-potenza hanno accettato qualsiasi richiesta scendendo a compromessi sempre più devastanti per la loro terra. Mi chiedo spesso in questi giorni se si siano accorti di cosa sia diventato il loro cielo. La colpa ovviamente è di noi consumatori, considerato che scrivo attraverso un computer “made in China” e che stamattina mi son fatto prestare un alimentatore con spina cinese in quanto il mio adattatore – prodotto in Cina – non andava bene. “Una terra che non ha firmato neanche quel misero protocollo di Kyoto” ripetevo nella mente mentre dall’aereo vedevo un cielo giallo e grigio allo stesso tempo. Una cappa bruttissima che non ho mai visto neanche nelle zone più inquinate della Lombardia. “Qualcosa che forse l’Ilva… chissà.”.

Il lavoro.
Quella qui sopra è la vista dalla mia camera dell’hotel. In questa zona l’inquinamento dell’aria mi ha quasi messo paura. L’interprete mi raccontava che il governo sta spostando tutte le industrie verso il sud del Paese per concentrare la produzione vicino al mare (sia per gestire meglio lo scarico rifiuti, sia per favorire i trasporti delle merci). Quest’area però non è semplicemente “industriale” come può esserlo l’hinterland delle nostre città. Quest’area è bombardata da industrie che scaricano fumi in cielo (e chissà cosa nel sottosuolo) ad un ritmo molto più violento del nostro. Stasera, poco prima di andar via dall’impianto in cui sto lavorando, ho visto arrivare una dozzina di pullman. Istintivamente ho pensato che quella via (interna all’area industriale) fosse un passaggio obbligato per quei mezzi (considerato lo stato pietoso di certe strade fuori), in realtà erano appena arrivati i pullman per riportare gli operai a casa. Vecchi, sporchi, roba da residuo bellico ancora in piedi. Tutto mi sta suonando come “ma vedi che posto triste in cui vivere”.
L’ammirazione per l’occidente.
Le condizioni di lavoro hanno standard così distanti dai nostri. Si fuma ancora dove si vuole: dentro, fuori, persino nelle stanzette della mensa. Noi negli uffici abbiamo sedie con cinque rotelle (che quattro non sono omologate), loro delle specie di poltroncine che si usavano all’ingresso degli studi medici negli anni novanta. Ah, gli anni novanta. Come mi ricorda gli anni novanta lo sfarzo di questo albergo da 100€ a notte. Il legno in mogano scuro dell’arredamento si intreccia continuamente con elementi in oro giallo. “I cinesi sono un po’ fatti così” sostiene mia sorella via Skype, io però non li capisco. La stanza sembra arredata (benissimo, per carità) come le camere di lusso degli hotel anni ’90. Quelle che vedevi un po’ nei film americani 20 anni fa con lo specchio tondo e la cornice grossa dorata, con la lampada in ottone (una, l’altra è un vaso in stile cinese). E’ tutto pulitissimo qui. Prima di partire mi avevano avvisato: “vedrai, i cinesi trattano gli europei con i guanti”. E così quando l’autista mi accompagna verso l’impianto vedo gente con dei risciò che cammina per strada e quando entro nell’hotel (che ha una musichetta ronzante, continua, una melodia di 20 secondi attiva vitanaturaldurante di quelle “siamo tutti felici e contenti, siamo rilassati in hotel”) incontro una signora piegata per lucidare a mano la linea tra i mattoni del pavimento e lo zoccoletto in marmo. Si, perché lo sfarzo cinese è il marmo… ovviamente anni ’90.
Non capisco perché continuino ad avere questa smania di copiare l’occidente soprattutto quando la Cina ha una storia e una cultura millenaria che potrebbe benissimo tentare di far conoscere e valorizzare. Ho provato a chiederlo all’interprete, nativa cinese, e mi ha detto che anche lei pensa che sia un peccato che in questo secolo le cose vadano così e la sua spiegazione al fenomeno degli iPhone cinesi (o di qualsiasi altra diavoleria copiata all’occidente) è che il cinese odierno è pigro mentalmente e crede che tutto ciò che arrivi dall’esterno sia degno di nota. E così loro producono ciò che noi immaginiamo.
I nomi per i figli e il rispetto per gli anziani.
Questa è una di quelle cose che ti fa capire che, ogni cosa, nella vita è relativa e non assoluta. L’interprete mi raccontava infatti che quando nasce un bambino non si da mai il nome di un nonno o di una nonna per rispetto verso le persone anziane. E’ stato buffo farle notare come, per la stessa identica ragione, da noi sia stato molto comune (specie nel passato) assegnare ad un nuovo figlio il nome di qualche nonno. E’ un modo esattamente opposto di esternare la stessa cosa.
Le feste.
Oggi abbiamo parlato un po’ delle loro feste, la prossima settimana sarà la volta del capodanno cinese, passeranno dall’anno del dragone a quello del serpente e probabilmente lei salterà i festeggiamenti coi suoi per via del lavoro. Se mi sarà possibile proverò a fare un salto a Shanghai in quei giorni: sono curioso di vedere la città piena di lanterne rosse (simbolo di prosperità). Ho scoperto che è usuale regalare dei soldi per capodanno e che questi vengono messi sotto al cuscino: molto simile alla nostra strenna di capodanno. Mi raccontava che la legge one-child-for-family rende complicato saltare una festa. I genitori hanno un solo figlio e si aspettano con forza che questo si presenti in quei giorni. Tra l’altro, col fatto che la vita si è allungata anche qui, adesso per i giovani diventa sempre più complicato essere d’aiuto: un conto è se si è più figli, un conto è se un solo figlio – che magari si sposta per lavoro in Cina – deve occuparsi anche dei genitori anziani. Le cose stanno cambiando e – rullo di tamburi – adesso se ti sposi con un altro o con un’altra che è figlio unico/unica allora puoi figliare ben due volte. Rivoluzione.
Il regime.
Ah, rivoluzione mi riporta in mente un’altra domanda: «cosa ne pensi del regime?» Ho provato a chiederlo a lei direttamente ma purtroppo non so quanto mi abbia risposto con sincerità e quanto l’idea di parlare, seppur in inglese, mentre l’autista ci riaccompagnava in hotel, fosse un freno per lei. Intanto sostiene che le cose non cambieranno mai. Che sebbene esistano ben altri otto partiti, il CCPC riuscirà sempre a rimanere al potere semplicemente per come sono impostate le cose. Però poi sosteneva anche che la possibilità di scelta è qualcosa di molto delicato (un concetto fin qui giustissimo) e che se non sei in grado di scegliere è meglio che qualcuno lo faccia al posto tuo. Argh. Lei sosteneva che il livello culturale medio in Cina sia ben più basso di quello europeo e così dare diritto di voto ai cittadini su troppe cose sarebbe complicato e pericoloso.
I giovani.
In ogni caso la Cina dà spazio ai giovani. Anzi, mi sembra veramente un paese concentrato su loro. I primi giorni in albergo ero sorpreso nel vedere che il 100% dei dipendenti della struttura a contatto col pubblico fossero giovani. Ecco. Immaginatevi l’Hilton di Londra gestito solo da ragazzi tra 18 e 25 anni: fa una certa impressione a noi occidentali. Ovviamente le cose non stanno proprio così. L’interpete mi diceva che per ragioni d’immagine in Cina preferiscono mettere gente giovane dove serve e magari tenere gli anziani in ruoli manageriali. In realtà secondo me spingono tanto sui giovani in ogni caso. Nell’impianto in cui lavoro ho visto avvicendarsi spesso ingegneri giovanissimi e il più delle volte erano già responsabili di alcune aree. In Cina si va in pensione a 55 anni e questo indubbiamente favorisce il ricambio generazionale: a 40 anni sei a metà della tua carriera. In Europa mi sembra tutto così diverso…
La cucina cinese.
Ah, a proposito di diversità. Non mangiano solo riso e mangiarlo con le bacchette non è difficile. In questi giorni mi sto forzando di mangiare solo cucina cinese: dalla colazione alla cena. Ho le posate in valigia (mi era stato consigliato di portarle) ma dopo qualche tentativo maldestro (con conseguenti risate delle persone intorno) ho iniziato a prender confidenza con le bacchette. I pasti hanno come main food il riso (o il white bread, una pagnotta che sembra pane bianco senza sapore ma in realtà è un fiore cotto a vapore) che però accompagna tutto il resto: dalla carne di maiale, anatra, coniglio, gallina alle varie verdure e fiori (si, mangiano persino la radice del loto o la rosa). Io in questi giorni ho provato un po’ di roba. La cosa meno soddisfacente è stato il sangue d’anatra (prelibatissimo per loro) ma non ho ancora avuto il coraggio di provare la lingua della gallina o le zampe dell’anatra. E’ stato istruttivo farsi raccontare tutta la procedura da seguire per avere un pasto in stile cinese. Solitamente se mangi un piatto asciutto (come i noddles di riso) poi prendi sempre una zuppa con qualcosa e questa vale anche come bevanda (così non hanno bicchieri a tavola solitamente). Tutto il cibo poi è servito in dimensioni che non serve tagliare per mangiare o, al massimo, che può essere suddiviso in due parti (non oltre) con le bacchette stesse. L’ordine asciutto-zuppa o zuppa-asciutto dipende dalle zone della Cina. Al sud prevale la prima.
L’istruzione.
La scuola cinese è molto simile alla nostra. Inizia a sei anni ma il percorso per completare la secondary school si conclude un anno prima del nostro e poi puoi iscriverti all’università (con una durata molto simile). C’è ancora un forte attaccamento alle loro radici e così fino ad una generazione fa le lingue estere non venivano insegnate nel percorso di studi. Lei, ventottenne, ha studiato inglese dalla secondary school e si è creata anche un nome inglese: Helen. Questo tra l’altro è il nome che mi ha detto presentandosi all’aereoporto per semplificarmi la vita. I suoi insegnanti universitari però le hanno chiesto di accompagnare sempre il nome inglese con quello cinese per non abbandonare le proprie radici.
I cinesi.
I cinesi vogliono essere bianchi. Chiacchierando con l’interprete riflettevamo su come fosse diverso tra oriente ed occidente l’approccio verso il sole. Da noi la gente va nei solarium per colorare la pelle anche nei mesi invernali, loro invece fanno il possibile per essere chiari. Le ragazze durante i mesi caldi vanno in giro con gli ombrellini e spesso usano creme protettive oltre misura. Il loro modello di donna deve essere bianca, come una perla, mentre l’uomo può essere un po’ più colorito. Il modello di coppia prevede comunque che la donna sia più chiara dell’uomo ed è difficile vedere una coppia in cui succede il contrario. Gli uomini cinesi poi non hanno barba, al massimo qualche rarissimo pelo. Prima di partire per la Cina avevo deciso di non farmi la barba giusto per variare e… ho scoperto che per loro è una cosa molto italiana: anche Pavarotti l’aveva. Durante un pranzo mi han detto di trovarmi awesome proprio per la mia barba incolta da alcune settimane.
La viabilità.
La guida in Cina è qualcosa di indescrivibile (e il fatto che sia un siciliano a dirlo dovrebbe dirla lunga). Non mi sembra assolutamente che la gente si preoccupi delle precedenze e, ancora più spaventosamente, delle linee di corsia. Si va dove si vuole. Ho visto camion in sorpasso nonostante la doppia linea a terra e nel tragitto aereoporto-albergo avrò rischiato la vita un numero indefinibile di volte, con l’autista che strombazzava persino in autrostrada mentre superava sia da destra che da sinistra, in base all’esigenza. In giro comunque ho visto vari risciò, sia a propulsione umana che motorizzati e tanti scooter elettrici. I mezzi più assurdi che ho visto sono stati degli ibridi tra un risciò e una city-car: la struttura era quella di un risciò motorizzato (con una ruota davanti e due dietro) ma al di sopra vi era stata incollata la carrozzeria di una city-car (la più comune era quella di una Daewoo Matiz). Gli autovelox sono molto frequenti ma i cinesi hanno degli scanner che rilevano l’indicatore (luminoso) di uno speed-check e così accelerano e frenano abbastanza schizofrenicamente. Gli scooteristi (che secondo me hanno un tasso di mortalità altissimo) usano sempre il casco mentre in auto allacciano le cinture solo sui posti anteriori.
Internet.
Il Grande Firewall Cinese controlla tutto. In albergo ho una connessione che in Italia posso solo sognare (in upload ho avuto picchi di 20mbit) ma tutto va veloce finché navighi su siti cinesi o su siti “non controllati”. I servizi di Google vanno ad intermittenza come se le pagine subissero controlli approfonditi. Twitter, Facebook e Youtube sono irraggiungibili così come qualsiasi blog su WordPress.com o Blogspot.com. Il New York Times è lentissimo ad aprirsi, se non impossibile. L’interprete ignorava l’esistenza di questi filtri e adduceva il fatto che i servizi di Google siano lenti allo spostamento dei server ad Hong Kong piuttosto che ad una censura.
Non sono in grado di stabilire quale tipo di messaggio circoli e cosa faccia capire il Governo di tutto questo. La doppia lingua qui è cosa rara e tutto è in caratteri per me incomprensibili.
La scena più buffa che ho vissuto fin ora è accaduta in occasione della prima cena. Dovevo chiedere alle giovanissime signorine dell’albergo come mangiare nel fast-food cinese piuttosto che nel ristorante western (che mi sarei sentito un idiota a mangiare occidentale in Cina!) ma loro non parlavano mezza sillaba di inglese. Così, dopo un quarto d’ora di scene mimiche da film muto degli anni ’30, ho pensato di usare il traduttore inglese-cinese dell’iPhone. Ho scritto “can you help me to eat there?” indicando dove volessi mangiare. Le tizie però sembravano non capire e al contrario mi guardavano strano tant’è che ero diventato una palla che passava di mano in mano (impegnate com’erano nell’accontentare le mie richieste). Il giorno dopo, raccontando tutta la vicenda durante una pausa, ho scoperto che la traduzione di Google Translate che avevo mostrato loro per circa un quarto d’ora era “puoi mangiare tu per me?” ed era questo ciò che chiedevo ad ognuna di loro…
Emanuele