I tre punti cardine di ogni fine anno.

E’ il momento degli auguri, dei resoconti e dei desideri.

Vi auguro dunque giorni felici, prendo atto che questo – personalmente – è stato un anno pieno di gioie e non posso che esprimere un desiderio: maggior tempo libero (che ormai è roba rara e preziosa).

Tanti auguri a tutti,

Emanuele

Contrasti.

Siamo tornati e stiamo bene. Del viaggio di nozze ci sarebbe da parlare per ore. Dalla bellezza incontaminata del deserto cileno con le sue valli talmente sovrannaturali da esser paragonate a quelle lunari, al traffico di Santiago, dai geyser a 4400m di altitudine – i più alti del pianeta – a pochi passi da San Pedro de Atacama, al lago Titicaca, tra Bolivia e Perù, il più alto al mondo a permettere la navigazione (cosa che rende meno terribile la vita dei festaioli abitanti di Puno). E poi ancora del terremoto cileno, della fortuna sfacciata (la nostra) di trovarci in volo tra Cile e Perù in quell’esatto momento.

Perù: potrei riassumere dicendo che la loro cucina surclassa quella di tante nazioni europee, ma non posso trascurare il contrasto di due mondi che un bel brutto giorno (dipende dai punti di vista) di qualche secolo fa si sono incontrati. La cultura Quechua e quella spagnola si son rimescolate prepotentemente (è questa la parola giusta) tra loro. Si parla spagnolo ma ogni oriundo incontrato non fa altro che raccontarti dell’amore perduto per la cultura Inca che li ha forgiati. E così proprio sul lago Titicaca incontri gli Uros, popolazione fuggita dalla terraferma e abituatasi a vivere su delle isole galleggianti per fuggire agli Inca. Quegli Inca che, al contempo, hanno realizzato Machu Picchu, bellezza sconfinata delle opere dell’uomo, aggiunta di diritto alla lista delle sette meraviglie del mondo e patrimonio dell’umanità secondo l’UNESCO. Gli Inca, un popolo che viveva a contatto con la natura ma che era in grado di scuoiare i propri nemici ed usare le pelli per far tamburi e che in una manciata di secolo conquistarono un territorio più vasto dell’impero romano dei tempi d’oro.

Per finire, ci siamo immersi nella foresta amazzonica. Ci ha accolti, col suo caldo, Puerto Maldonado e dopo aver abbandonato le valigie per far spazio a dei più adatti zaini, tre ore di navigazione in una piccola barchetta sul fiume Tambopata e una ventina di minuti di marcia a piedi – con le torce – tra quegli alberi dall’altezza infinita abbiamo raggiunto il nostro rifugio. Per alcuni giorni ci siamo destreggiati (con una guida che ci ha saggiamente raccomandato di non toccare mai nulla) tra scimmiette, formiche carnivore, serpenti, stupende farfalle enormi, alberi semoventi ed alberi strangolatori, pappagalli enormi e coloratissimi e laghetti con rassicuranti caimani neri. Tutto molto bello, molto più bello certamente dei giaguari che non abbiamo avuto occasione di incrociare. Talmente bello ed a contatto con la natura che la struttura non aveva pareti. Così dormivamo con gli occhi aperti e abituati ai pipistrelli sopra il letto. Ma d’altronde all’accoglienza ci avevano dato un fischietto: “you know, in case of emergency…”.

Forse, tra tutti quelli fatti fin ora questo lo definirei il viaggio dei contrasti. Abbiamo attraversato due paesi, dal sud verso nord, un po’ in macchina, un po’ in aereo, un po’ in pullman ed anche col treno. Siamo arrivati così in alto da essere accolti in albergo con delle bombole di ossigeno e così in basso che alla reception ci hanno avvertiti dell’allerta tsunami. Siamo stati al freddo, abbracciati stretti per combattere i -9°C. raggiunti prima dell’alba in attesa che il sole decidesse di illuminare la piana di El Tatio e così caldi che dovevamo usare repellenti per zanzare e creme solari. Abbiamo vissuto l’eleganza delle grandi città (Lima, Santiago, Arequipa…) e la scomodità che galvanizza quando si sta vivendo un’avventura delle tappe più estreme. Abbiamo assaggiato i più piccanti cibi cileni, le carni più diverse (dall’Alpaca al Porcellino d’india) e i frutti più esotici che la foresta potesse offrirci. Ho salutato nuovamente l’oceano più esteso al mondo, che avevo già visto – qualche anno fa – a migliaia di chilometri di distanza da una costa iper-industriale cinese e ci siamo arrampicati su per le Ande. Abbiamo sognato in una stupenda veglia alle stelle, nel deserto di Atacama (il deserto più asciutto al mondo) in cui l’universo ci ha mostrato in tutta la sua grandiosità la Cruz del Sud, la costellazione di Pegasus e le nubi di Magellano e fatto bird-watching nascosti e muti come solo attività del genere possono richiedere. Difficile stabilire realmente cosa ci abbia affascinati di più. Riduttivo ricordare solo Machu Picchu.

Abbiamo migliaia di foto che aspettano ancora di esser selezionate, sistemate, archiviate e infine conservate con cura. Probabilmente abbiamo dormito poco rispetto ad una vacanza canonica ma non era assolutamente il momento e, ogni giorno, il programma ci consegnava nuove avventure da affrontare, tra biglietti, parole in spagnolo che non sempre capivamo e tanta – tanta – tanta voglia di vivere a pieno l’inizio della nostra vita insieme.

Emanuele

Il web design è morto.

Il web design sta perdendo importanza man mano che le pagine web non sono più il centro dell’esperienza su internet, per cui i designer dovranno muoversi verso le prossime sfide – prodotti ed ecosistemi – se vogliono continuare ad avere importanza.

Scritto da Sergio Nouvel continua – in inglese – su Uxmag. Il web di oggi si muove in-app, epurato dalle sue cornici, assume le forme del contenitore, esalta l’informazione e annienta il resto.

Emanuele

Today it’s about big networks.

Il blog di Zeldman compie 20 anni e per ricordarlo ha deciso di pubblicare un post sia sul suo blog che su Medium, una piattaforma di publishing che permette maggiore visibilità.

I launched this site twenty years ago (a year before the Wayback Machine, at least two years before Google) and it was one of the only places you could read and learn about web design. I launched at a tilde address (kids, ask your parents), and did not think to register zeldman.com until 1996, because nobody had ever done anything that crazy.
Today, because I want people to see these words, I’ll repost them on Medium. Because folks don’t bookmark and return to personal sites as they once did. And they don’t follow their favorite personal sites via RSS, as they once did. Today it’s about big networks.

L’informazione del futuro sarà ancora più “closed”: le notizie dopo esser state assorbite dai social network si stanno spostando verso le news-app (Flipboard, Pulse, Feedly – tanto per nominarne alcune – propongono tutte canali tematici da seguire). Luoghi dai confini ancora più marcati: se non hai determinate app, l’informazione che cerchi sarà inaccessibile. Linkare le notizie diventerà sempre più complicato e la condivisione si baserà sui social network (dai quali non potremo fare a meno di dipendere). L’URL – uniform resource location – nella sua accezione più pura sta perdendo di significato e valore.

Il mio blog va per i dodici anni. Nacque prima che Facebook, Twitter o Friendfeed (quest’ultimo addirittura morto) facessero la loro comparsa. Era tutto un altro web e io adoro i blogger della resistenza.

Emanuele

Liberazione.

Il 25 Aprile ero in centro con degli amici alla ricerca di un abito. L’occasione era propizia per festeggiare come si deve la Liberazione: ho perso (e/o mi han rubato) l’iPhone. Dopo quattro anni e mezzo “cornuto, era il mio motorino!direbbe Antonio Albanese.

L’iPhone 4 in questi anni si è dimostrato un ottimo dispositivo e aveva già abbondantemente superato il record di durata dei miei precedenti cellulari. Contavo di sfruttarlo ancora un altro annetto ma non è stato possibile. Il nuovo arrivato è un iPhone 6 che – in effetti – più che funzioni fantasmagoriche, ha da mostrarmi una fluidità ormai dimenticata.

Apple - iPhone 6

Dal furto del precedente cellulare ho imparato che:

  1. “Trova il mio iPhone” è un giocattolo che serve a distrarti nel momento del panico. Finché il ladro avrà la possibilità di spegnere il dispositivo, puoi aver attivato tutti i software che vuoi, ma non troverai mai più neanche la cover.
  2. Il backup di iCloud è importantissimo. Ho ripristinato in qualche ora tutti i miei dati sul nuovo arrivato, preferenze delle App comprese. Dieci e lode.
  3. Per quanto usassi un codice per la SIM, uno diverso per l’accesso e un altro ancora per Keepass, la sensazione di insicurezza che infonde la perdita di un dispositivo mi ha fatto riflettere su quanto sia importante che i produttori spingano sui sistemi di identificazione (TouchID per l’utente comune, finché non verranno individuate falle, mi sembra un buon compromesso).
  4. Paranoico come sono ho sempre paura che i ladri abbiano riacceso il dispositivo senza SIM e siano stati in grado di indovinare il codice d’accesso. Presumo di aver attivato il reset del dispositivo dopo 10 tentativi falliti, ma non ne sono certo. La mia procedura di sicurezza ha una falla: non ho effettuato verifiche periodiche delle impostazioni. Dovrò prendere l’abitudine.
  5. Non ricordo se su iOS 7.1.2 fosse possibile, ma sull’iPad (iOS 8) e adesso sul nuovo arrivato ho preso l’abitudine di impostare un codice di accesso ben più lungo delle tipiche 4 cifre.
  6. L’autenticazione a due fattori dovrebbe essere estesa a più servizi possibile e le password specifiche per le applicazioni sono un buon sistema, ciò non toglie che se sul cellulare era presente un password manager e si è paranoici verrà ugualmente voglia di cambiare tutte le master password.
  7. Il ladro ovviamente ha sempre la possibilità di smontare tutto e vendere i pezzi nel mercato dell’usato: rubare rimane un triste affare.

Emanuele

John Gruber non è un tecnico.

L’informazione Apple italiana è sempre più piena di immondizia. Lo sostengo (e ne soffro) da tempo. I blogger storici sono sempre più simili allo strillone degli anni ’20. Il fenomeno, come scriveva Bicyclemind (una recente bella scoperta che apprezzo e vivo come un salvagente in un oceano) purtroppo non è solo italiano:

La qualità delle notizie di TUAW & simili è molto scarsa: comunicati stampa, rumors, recensioni apatiche di prodotti e applicazioni poco interessanti, roba “esclusiva” che non lo è, etc.; tutto materiale scontato e disponibile ovunque in mille altre declinazioni. O forse eravamo tutti così anni fa, e semplicemente loro hanno mantenuto con la stessa linea: nuovo aggiornamento per OS X, nuovo rumors su iPhone, nuovo brevetto registrato da Cupertino, altro rumors più due nuove applicazioni di dubbia qualità.

Fortunatamente su internet girare l’angolo è un attimo e, non avendo difficoltà, le mie fonti di informazione Apple sono sempre più sbilanciate verso quelle in lingua anglofona. Di certo però è una sconfitta per il panorama italiano che non sprona gli appassionati del settore a fare quel passo in più dal puro gossip-informatico ma che continua a puntare prepotentemente alle pageview, ai click sui banner, al titolo-scoop da far scalare su Google. Tecniche che, ciecamente, sono intraprese anche a livelli più alti del giornalismo italiano. [1]
Una delle sensazioni più frequenti che ho è che gli informatori italiani sono caduti nella trappola del fanatismo religioso: è difficile segnalare errori di Apple (l’intera community ti si rivolta contro) e spesso è stressante puntualizzare inesattezze. Apple, per certuni, si è letteralmente trasformata nel Dio che sfama il popolo e i suoi “sacerdoti” han sempre la verità in tasca. Un “Apple Genius” che ha seguito un corso di formazione è un santone da non contraddire. Stiamo parlando di corsi di formazione [orientati alla vendita, ma non glielo dite], non di percorsi di studi nel settore. [2]

SpiderMac - iOS multitasking

L’ultimo esempio arriva da SpiderMac, un blog che anni fa leggevo con piacere ma che oggi, con questo post (l’ennesimo di una lunga serie), rimuovo dal mio feedreader. Nel tempo sono andati via dalle mie letture quotidiane MelaBlog, MelaMorsicata, TheAppleLounge (altri non li ho neanche mai aggiunti in partenza) tutti diventati una sorta di Novella2000 dell’informatica Apple-centrica in cui non è gradito alzare la mano per dire due parole fuori dal coro da una delle panche del santuario. Probabilmente son cambiate le mie esigenze e l’informazione di cui ho bisogno è cresciuta ma è anche possibile che John Gruber non sia un tecnico [3] e io abbia sbagliato tutto.

In ogni caso auspico il ritorno di un’informazione oggettiva, seria e ponderata nel panorama italiano. Non ho fretta di leggere l’ultima notizia la mattina dopo, pubblicata con un approfondimento quasi nullo rispetto al comunicato stampa appena diffuso dall’azienda stessa. Preferisco articoli come quelli di Ben Evans, Om Malik o Marco Arment. Tutta gente che analizza, sviscera, sospetta, ipotizza. Non si accontenta di aprire la bocca e farsi indottrinare col cucchiaino.

Emanuele

[1] Un esempio è Repubblica, anch’esso tagliato fuori dal mio feedreader. Presumo che la lingua italiana limiti il pubblico a numeri tali per cui è più difficile avere introiti sufficienti per mantenere comodamente il progetto. Ovviamente non è lungimirante nascondersi dietro questo aspetto e perseverare.

[2] Se vi interessa diventarlo, ci sono delle posizioni aperte in Italia su Jobs Apple (IT), non è richiesta una laurea.

[3] Probabilmente un paio di applicazioni di successo per iOS che risultano a suo nome non bastano se il “think different” (più che lecito) può volerci far ignorare anche la sua laurea.