Sabato mattina mi son ritrovato, senza neanche averlo programmato, a giocare alcune ore con i bambini (prevalentemente sud-sahariani: Nigeria, Ghana, Costa d’Avorio…) di un asilo del centro storico di Palermo. Ero andato lì per accompagnare dei ragazzi del mio gruppo scout e pianificare un po’ cosa avrebbero fatto e andare via ma per una serie di circostanze sono rimasto con loro.
Dirvi che mi son tornati in mente i due anni e mezzo passati a giocare con i bambini di un centro salesiano dedito alla prima accoglienza degli immigrati a pochi passi da quell’asilo è superfluo.
Quei bambini in braccio, quei pianti da consolare e quei sorrisi da amplificare – ogni volta – giocano brutti scherzi alla mia stabilità perché c’è una parte di me che sogna un futuro in qualche missione in Africa. C’è una parte di me che tutta questa tecnologia, tutta la precisione matematica dei miei studi, tutta l’asettica freddezza dei monitor, delle spie e dei mouse li sostituirebbe al volo con una vita diversa. Una vita magari con la barba un po’ più incolta, dove non è la camicia che indossi ciò che conta ma quanto riesci a dare al prossimo nell’arco delle 24 ore che distinguono un giorno dall’altro. Una vita in cui a far la differenza non è il benessere che acquisisci ma quello che riesci a procurare.
Ogni tanto penso che dopo la laurea vorrei avere il coraggio di lasciare tutto e partire. E’ una scelta complicata però… sia perché ogni porta varcata ne esclude un’altra, sia perché proprio nel momento in cui la società preme affinché un giovane si crei il proprio futuro, io avrei voglia di dedicarmi al futuro degli altri. Forse non è il momento giusto…
Quei bambini, quei piattini colorati e quei bavaglini da legare prima del pasto sono peggio di una arpìa.
Chissà quale sarà il mio posto in questa vita. Chissà quale ruolo giocherò, chissà quanto riuscirò a dare.
Preoccuparmi semplicemente del mio futuro non mi sembra abbastanza e son certo che non mi soddisferà mai.
Emanuele











