Trepidante attesa.

Direi anche spasmodica. Terrò sicuramente il cellulare incollato alla mano.

Ero con gli scout in pernottamento, sono volato a casa insieme a decine di telefonate. Inutile descrivere il subbuglio interiore. Intanto per ora c’è da aspettare… ma qualcosa si sta muovendo. Qualcosa di sconvolgente.

Mi terranno informato, così tento di riprendere in mano “la solita vita”, indosso nuovamente gli scarponi, il fazzolettone e torno al pernottamento. Così, sudato e confuso.

Pronto a correre nuovamente verso casa.

Emanuele

Quella panchina col mare davanti.

Oggi ho avuto un esame e non è andato. A nulla è servito l’isolamento non solo dal computer, ma anche dagli amici (addirittura per due settimane) o dal mondo tanto che ho visto la partita dell’Italia a casa e poi ho studiato fino a mezza notte. Il punto è che quest’esame rappresenta – per chi ha la fortuna di risultarmi collega di corso di laurea -, semplicemente, l’Everest.

Tutto ciò che arriva dopo è più semplice, più facile, meno stressante o impegnativo. Il mio quaderno degli esercizi pesa quasi 1,7kg (non scherzo, l’ho pesato). Facile capire quanta matematica ci sia dentro, quanta matematica abbia scritto, quanti calcoli abbia fatto in questi mesi di lavoro. Eppure non è bastato.

Da questa giornata però non prendo in ricordo la brutta avventura, quanto la mia capacità di sminuire ciò che tende a farmi paura.

Se anni fa dopo un esame non superato sarei corso a chiudermi nella stanza a dormire, stamattina dopo l’esame ho preso l’iPod, ho rimesso il casco, son salito in Vespa e direttamente dall’università sono andato fino al mare. Mi sono seduto su una panchina e mi son gustato un bel gelato da solo. Avevo bisogno di qualcosa di dolce dopo quell’amaro. So – nuovamente – di aver fatto tutto il possibile, cosa mi sarei dovuto rimproverare? Per cosa avrei dovuto piangere?

La vita è strana. Sicuramente spesso accadono cose che non vogliamo, anche perché decidono inesorabilmente il nostro futuro (prossimo o remoto) ma quando si è in pace con sé stessi c’è poco da fare. Si ha voglia di un gelato.

Qualche giorno fa leggevo una bella riflessione sul bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Da una vita la gente si divide tra chi lo vede pieno e chi lo vede vuoto. Semplicemente, invece, bisognerebbe imparare a rendersi conto che quel bicchiere, come la nostra vita, è sempre pieno… ma di due sostanze diverse. L’amaro e… il gelato.

Emanuele

Sei parte di me.

E per ogni giorno, mi prendo un ricordo che tengo nascosto lontano dal tempo…

Zero Assoluto – Sei parte di me

Stasera, a Messa, ho capito che sto peggiorando. Perché quando parli di una materia come fosse la tua amata, quando riesci a farla diventare agli occhi di tutti qualcos’altro (dei particolari c’erano, ma credo che nessuno abbia compreso a pieno il senso del brano), quando ti senti allegro e stanco insieme, quando la mattina è il tuo primo pensiero e la sera ti accompagna a letto sei, sicuramente, sentimentalmente coinvolto.

Per questo ho deciso di dedicarle tutte le mie energie. Perché lei è così. E’ possessiva, gelosa e non le piace che io spenda il tempo altrove se non con lei (ecco, sto degenerando nuovamente).

Così – seriamente – questo blog si prende una pausina. Ho bisogno di tenere certi ricordi come parte di una storia personale che rimarrà in me come un periodo intenso che non ha bisogno di queste pagine per sopravvivere all’avanzare del tempo.

Ci si sente presto, tranquilli che torno… piuttosto, se avete due minutini, qualche sera, chiudete gli occhi e dite una preghierina. Non ve ne verrà nulla ma sarà il modo migliore per starmi accanto senza sentirsi e  – magari – rileggermi presto.

Emanuele

PS: vedrete spuntare, in settimana, solo i post già programmati… io eviterò il computer in toto.

Google e le casalinghe.

Ti accorgi che gli utenti del web son tutti casalinghe e casalinghi quando leggi milioni di articoli circa gli sfondi più o meno piacevoli della homepage di Google e giusto un paio sull’introduzione della versione HTTPS che rappresenta un bel passo in avanti verso un web in cui le informazioni che voglio far sapere arrivano solo al diretto interessato.

La differenza tra HTTP e HTTPS (lezione per le casalinghe…) è paragonabile a quella di due camion che trasportano le vostre foto più intime: il primo ha le pareti in vetro e tutti vedono al suo interno, il secondo è blindato e solo chi le riceverà potrà “apprezzarle”. La vostra banca online – da sempre – usa il protocollo HTTPS perché deve garantire che nessun altro legga le vostre pagine. Usando Google in HTTPS potete star certi che nessuno (oltre Google) possa conoscere le ricerche che fate. Né il vostro vicino smanettone, né il vostro provider (e non pensate “ma tanto cerco solo il biglietto per le vacanze” perché sono informazioni utili a profilarvi…).

Capite perché mi si storce il naso quando sento discutere – a dismisura – degli sfondi?

Emanuele

PS: se ancora non è chiaro, e avete Google come homepage, cambiate l’indirizzo in https://www.google.com (c’è la “S” in più…).

Perfezione.

Per quanti fogli potesse riempire, Tom non trovava mai quello perfetto. Li leggeva e rileggeva sempre con grande attenzione, smussava le virgole, intonava gli accenti, verificava i tempi, controllava e rivedeva ogni parola ma nessuno di quei racconti riusciva mai a soddisfarlo pienamente. Ogni pagina sembrava, puntualmente, perdere d’equilibrio da qualche parte. C’era quella che partiva veloce e rallentava dopo alcune righe, quella che stentava a decollare e che poi, come un arco di parabola con un fuoco altissimo, saliva ripida in maniera vertiginosa così che la linea perdeva di coerenza con quanto scritto prima, come se il colore nero potesse mai essere d’antifona per un giallo pieno e acceso. C’era quella che, infine, non sembrava mai acquisire alcun tono, nonostante l’indiscutibile quantità d’inchiostro riversata su quelle righe.
Il più delle volte, però, era l’armonia delle parole a non convincerlo totalmente. Perché casa, chiesa, curva, chiasso erano tutte parole che in bocca gli si impasticciavano terribilmente o c’erano quelle lunghe, troppo lunghe per esser dette con la giusta quantità di fiato, che proprio non riusciva a sopportare. Un giorno fissò la parola metamorfosi per svariate ore prima di riuscire ad accettarla nella sua opera. Era un lavoro certosino il suo, un lavoro che – di tanto in tanto – non capiva neanche perché si ritrovasse a fare. << Tanto non lo leggerà nessuno, tanto non importa a nessuno del mio lavoro >> ripeteva sottovoce quando lo sconforto aveva la meglio sulla sua passione. Eppure era li, davanti quello scrittoio che aveva ormai impressi sul legno i segni di una vita passata a spalmare su carta parola su parola, sillaba su sillaba.

<< Non scriverò mai la pagina perfetta >>. Iniziò così l’ultimo suo tentativo. Voleva essere un racconto breve questa volta. Voleva che i rischi di un equilibrio precario fossero minimi, voleva che le parole – selezionatissime – funzionassero tutte a dovere e che ogni singola lettera fosse capace di dar senso al resto del testo in maniera inequivocabile. Aveva in mente gli haiku giapponesi del diciassettesimo secolo. Ne aveva letti a migliaia nella sua vita. Quelle brevissime poesie composte da 31 sillabe erano fonte d’ispirazione. Inizio e fine. Yin e yang del suo lavoro.

La mano, tremante, quella sera, aveva quasi paura d’avanzare. Sapeva che il minimo errore avrebbe vanificato il lavoro delle ore precedenti; non tanto per la correzione dell’inchiostro che avrebbe marchiato inesorabilmente il foglio, quanto perché, nella sua mente era certo che il modo migliore per assicurarsi che tutto funzionasse a dovere era quello di non arrancare mai.

Quello, aveva deciso, sarebbe stato l’ultimo tentativo prima di rassegnarsi, una volta per tutte, all’idea di essere un poeta mediocre, uno di quelli che sui libri di filosofia vi finisce solamente come paragrafo secondario nella sezione “autori minori”. Sentiva di star stretto lì, la sua vita era stata più importante di quella sezione.

Così, tra un pensiero e un tremolio delle dita, le lettere iniziarono a scorrere sul foglio, finché, dopo poco non raggiunse il punto. Era la prima volta che si interrompeva di scrivere così velocemente, e mentre con la mano sinistra teneva lo spigolo del foglio, lesse nuovamente, con stupore, ciò che in quell’attimo era balzato fuori.

Poche semplici parole che gli fecero brillare gli occhi. Incredulo le fissava senza distogliere lo sguardo.

Qualcosa di grande era accaduto. L’equilibrio era rotto ma lui riusciva a sorriderne.

Emanuele