
Ieri sera ho finito di leggere “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano… e se dovessi usare le parole del libro per esprimere un giudizio, direi che – a fine libro – mi è rimasto in gola un bolo di aghi e saliva.
Un romanzo complicato ma allo stesso tempo scorrevole. Il titolo poi, così azzeccato e per nulla banale, riesce a rispecchiarsi in tantissime occasioni all’interno della storia.
Un’infinità di parole non dette. E’ questa la cosa che mette più angoscia.
I pensieri, destinati sempre a fermarsi e morire sulla punta della lingua, senza diventar voce, opinione o cambiamento.
Ormai l’aveva imparato. Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante.
L’emblema dell’intera storia è forse questa. La timidezza, l’incapacità di prendere saldamente il timone e condurre dove si vuole la propria vita. Desideri interni che tacciono fino alla fine, invece di venire a galla, esplodere con decisione, fermezza e… naturalezza.
Bello anche il finale, un romanzo “non romanzato” ma comunque capace di far sognare. Nessun lieto fine, ma neanche un totale disfacimento.
I due personaggi principali portano dentro per tutta la loro vita un evento che li segnò negativamente durante l’infanzia. Fantasmi di cui non seppero mai liberarsi pienamente.
Per la prima volta, avvertì tutto lo spazio che li separava come una distanza ridicola. Era sicura che lui si trovasse ancora là, dove gli aveva scritto alcune volte, molti anni prima. Se lui si fosse spostato, lei l’avrebbe percepito in qualche modo. Perché lei e Mattia erano uniti da un filo elastico e invisibile, sepolto sotto un mucchio di cose di poca importanza, un filo che poteva esistere soltanto fra due come loro: due che avevano riconosciuto la propria solitudine l’uno nell’altra.
Ieri sera ho chiuso gli occhi pensando a quelle due vite destinate alla distanza, ad una distanza che non volevano ma non sapevano eliminare.
Emanuele










