Fatti vedere, bastardo.

Un odore. Basta quello. Un maledettissimo e bastardissimo odore. Lui lo sa e per questo arriva. Però è insulso perché non si fa vedere, non puoi lasciarlo fuori casa, non puoi decidere «oh, lo metto sotto con l’auto che non sapete quanto mi sta antipatico». No. Lui arriva quando e dove vuole. Ti raggiunge seppur sei tappato in casa da ore, con le finestre chiuse, le persiane sigillate,  la porta serrata con doppia mandata. Luce spenta, si sa mai che si accorge che sono in casa (shhh, leggete col fiato quanto vi dico). Probabilmente invece si è già nascosto da qualche parte – chessò, su un vestito -, ti è saltato addosso di soppiatto mentre salivi le scale o mentre ti lavavi le mani. Ad un certo punto, si decide e ti esplode in faccia. «Spara, spara maledetto. Provaci ancora. Si, si, dico a te. Non mi guardare come se fossi sorpreso e togliti quell’aria da santerellino». Non servono chissà quali rivoluzioni copernicane o quali grandi ricerche scientifiche. Per viaggiare nel tempo basta un odore. Un maledettissimo odore che, fosse una macchina, potresti decidere di distruggere, di far fuori, di nascondere in una cantina che la riempirà di polvere dopo un pomeriggio in cui quella diavoleria ti ha sconvolto per sempre. No. Lui – l’odore – devi accettarlo e devi accettare persino l’idea che possa raggiungerti ancora. Che possa regalarti un viaggio, un istante altrove, un biglietto magico verso terre che in realtà non esistono già più. Se l’umanità chiudesse gli occhi più spesso, quietasse il proprio corpo in riva al mare – giusto a tre passi dal punto in cui l’acqua concede alla terra di esistere -, se proprio lì smettesse di pensare a tutte le stupidaggini che presume di “dover continuare a portare avanti” avrebbe certo modo di attraversarlo quel mare lì. Senza fare un passo. Perché, per viaggiare, basta un odore.

Emanuele

Le parole.

Le parole me le hai date. Ad oggi direi che me le hai concesse forse. Credevo fosse un prestito “a perdere“, un dono lasciato di nascosto sotto il cuscino in una di quelle giornate in cui ti gira tutto per il verso giusto e persino le sorprese più assurde riescono a meraviglia. E invece no. Te le sei riprese. Guardo spesso tra le lenzuola, mi chiedo persino se non le abbia portate io ai piedi del letto. Sotto i miei piedi. Non ci son più, mi accorgo di questo e mi strugge. Cosa ho fatto? Le ho usate come non dovevo?

Questo silenzio non è colpa mia. Io ero la penna.

Emanuele

“Il compagno segreto” di Joseph Conrad.

Copertina de "Il compagno segreto" di Joseph ConradQuesto è un libro speciale. Innanzitutto lo è perché dopo enne libri comprati autonomamente questo mi è stato donato insieme ad una dedica in prima pagina e poi perché può essere paragonato ad una bella tazza di tè. Le sue 100 pagine scarse, infatti, volano letteralmente da una mano all’altra e, alla fine, – come se si trattasse di una bustina dal gusto arabico – tutte insieme lasciano un sapore strano in bocca. Ti sembra quasi Sei sicuro debba esserci dell’altro che dalla tua testa deve partire.

“Il compagno segreto”, nella quarta di copertina, riporta una frase che potrebbe rapire chiunque sia alla ricerca.

Il compagno segreto spiega come si fa, secondo Joseph Conrad, a diventare adulti: bisogna scegliere, ma ciò significa rinunciare a qualcosa di se stessi, non soltanto ai rami secchi, il che non costerebbe nulla; anche a quelli fioriti, persino ai più belli. E questo è molto più difficile.

Personalmente però, sebbene sia facilmente affascinabile da prospettive di lettura simili, penso sia limitante e limitativo sintetizzare il senso del libro in questa frase. Conrad infatti, attraverso un viaggio in mare, presenta il tema del doppio che esiste in ognuno di noi. Luce e buio, bianco e nero che si mescolano, si riconoscono e convivono in una maniera quasi sorprendente scandendo – in momenti diversi ma mai disgiunti – ciò che siamo.

L’autore sceglie bene, sia i personaggi che il luogo. Il mare si presta perfettamente per rappresentare la vita di ogni uomo: un capitano (o qualsiasi marinaio) quando è in balia di quell’oceano infinito su un mezzo che fa affidamento a vele e vento è legato fortemente alle sue scelte. La nostra vita può vivere momenti di calma e attimi di tempesta che profumano della fine del mondo. Per ripartire però, chiunque avrà sempre bisogno di un cappello che galleggia, un riferimento che sappia farci notare il nuovo moto – indipendentemente dalla direzione. Ciò che eravamo può benissimo trasformarsi in quel simbolo gettato in mare che da un senso alla nuova fase.

Come dicevo però, oltre all’ambientazione, i personaggi sono scelti con cura. Il compagno segreto – un capitano che naufrago e fuggiasco chiede aiuto – si trasforma facilmente nell’Io di ognuno di noi che parla sommessamente, che si intende con uno sguardo e che, sovente, riesce persino a prevedere le intenzioni e agire di conseguenza. Il libro si dipana tra simbolismo e racconto, tra introspezione e avventura in mare aperto. Il naufrago verrà accolto e mantenuto nascosto dal resto dell’equipaggio per dar modo ai due capitani di scoprirsi e capirsi fin quando non arriva il momento giusto per dividersi arricchiti – in maniera diversa – reciprocamente.

Penso che dalla mia descrizione si capisca ben poco del libro ma è altrettanta la mia voglia di non scrivere una vera recensione. Sia perché devo ancora digerire quel tè, sia perché – di quella bustina – avrei da parlarne per ore mentre, come ogni viaggio interiore che si rispetti, bisogna saper vivere sia la scoperta che l’abbandono di quanto affrontato.

Emanuele

PS: si, si nota lontano un miglio che è stata una psicologa a regalarmi questo libro… 🙂

PPS: si, leggetelo se – nei libri – sapete leggere oltre le storie.

“Sogni di vetro” di Mariangela Camocardi.

Il rischio non è propriamente un genere letterario, quanto lo stato del lettore che si accinge a scegliere un titolo. Indubbiamente non è sempre un’idea vincente ma – sono convinto – se si leggono sempre e solo i grandi autori (ben sponsorizzati all’ingresso della libreria) tutti gli altri non hanno la possibilità di ritagliarsi un angolino. Probabilmente molti di voi staranno pensando “ma come! Non conosce la Camocardi!“. Ebbene sì, la mia ignoranza non ha limiti e spazia, con estrema facilità, nell’indice alfabetico delle penne italiane.

Copertina de "Sogni di vetro" di Mariangela CamocardiSogni di vetro, così, è stato un po’ questo per me. Trecento pagine comprate quasi a scatola chiusa che non ho neanche iniziato a leggere la stessa sera in cui ho potuto toccarne la copertina (e può sembrare una banalità, ma – nel mio caso – non lo è).

La Camocardi, nella striscia allegata al libro viene tacciata come “la signora del romance italiano” e, in effetti, non mi sento di dar torto alla definizione. “Sogni di vetro” è tra i più classici romanzi che abbia saputo leggere. Struggente al punto giusto, con una travagliata storia d’amore che fa da fil rouge tra baci incandescenti e notti di passione ambientati in una località non precisata ad alcune ore di carrozza da Milano. A tratti ho avuto paura d’aver comprato un Harmony.

In ogni caso si è fatto ben volere. La qualità totale della storia è ben al di sotto della spettacolarità de La solitudine dei numeri primi o di Un giorno ma… probabilmente la signora del romance avrà i suoi estimatori (la striscia indica centinaia di migliaia di copie vendute).

“Sogni di vetro” racconta il travaglio interiore e lo sconvolgimento esteriore della vita di due persone diverse per età e ceto che rimangono legate in seguito ad una notte di passione incontrollata. Una gravidanza non riconosciuta e grandi quantità d’orgoglio riusciranno a far vivere i due in uno stato d’amore e odio.

Se vi consiglierei di leggerlo? Beh, se “amate il rischio” e siete alla ricerca di un romanzo leggero, leggibile (lo stile è molto scorrevole e dopo De Luca e Baricco mi ci voleva) e senza grosse pretese allora fate pure. Se, al contrario, tra le vostre letture volete annoverare solo grandi nomi e racconti indimenticabili… comprate il libro per regalarlo! 🙂

Emanuele

“Oceano mare” di Alessandro Baricco.

Oceano Mare - Baricco - copertinaCi sono libri che sono come una zattera per un naufrago. Per quanto tu possa tentare altre strade, l’unica soluzione è accettare di dover convivere con lei fino alla fine. Oceano mare, per me, è stato così. Ho trovato una zattera la settimana scorsa, vagando tra parole non mie. Ho sentito immediatamente di doverne completare il quadro. Una bella citazione, quando ti rapisce, non puoi lasciarla decontestualizzata: dovevo conoscere di più, dovevo scoprire di più. Dovevo avere quel libro e raggiungere la parola “Fine”.

Sembra che il periodo, per lo stile narrativo, non sia dei più propizi. Anche Baricco, dopo De Luca, ha uno stile abbastanza sui generis nel portare avanti i dialoghi o le descrizioni. All’inizio ti da quasi fastidio, non sai se sia stata una scelta saggia avventurarsi in pagine simili. Col tempo però, come per tutti i rapporti coltivati con difficoltà, ci si affeziona in una maniera indescrivibile e – stamattina – ad un giorno dalla fine del libro, quasi, mi manca.

E’ bravo Baricco. E’ bravo perché Oceano Mare è un romanzo che non sembra tale. E’ bravo perché a tratti ti sembra d’avere davanti un giallo e, in certi punti, credi d’aver di fronte poesia, antologia.

La cosa buffa, alla fine del viaggio, è scoprire come la citazione che ti aveva catapultato in quel mondo, non fosse neanche il perno cardine dell’intera storia. Succede. Uno si fa dei sogni, roba sua, intima, e poi la vita non ci sta a giocarci insieme, e te li smonta, un attimo, una frase, e tutto si disfa. Così, quel pezzo, per quanto bello, per quanto – per milioni di motivi – possa anche rispecchiare qualcosa che ho dentro, non è neanche ciò che ricorderò con maggior affetto.

Per verificare se anche in voi scatta la molla, vi ripropongo ciò che lessi io, lasciandovi il piacere – perché di piacere si tratta – di scoprire quant’altro di bello potrete tirar fuori da Oceano mare.

Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera, aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali. Aperte e senza indirizzo. Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle –Ti aspettavo. Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni –i giorni, gli istanti– che quell’uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell’uomo –Tu sei matto. E per sempre lo amerà.

Tratto da “Oceano Mare” di Alessandro Baricco

Un giorno anch’io – forse – ne riderò per un giorno e mezzo. Per capir questo però dovrete vivere il mare anche voi.

Emanuele

“E disse” di Erri De Luca.

Avevo iniziato a leggere questo libro in Africa. Le prime pagine mi avevano rapito. Letteralmente. Il libro non era mio, nel mio zaino non c’era posto per autori vari; sapevo di dover vivere quella terra intensamente e così nonostante quella breve fuga non seppi concluderne la lettura. Tornato in Italia, ho comprato il libro e negli ultimi due giorni l’ho iniziato e concluso.

Una donna riproduce il mondo con il grembo, a un uomo resta e spetta ricordare. E’ questo il suo contributo alle generazioni. […]
“Come hai potuto stare senza cibo né acqua?” “La nuvola era intrisa.” “Ma la tua pelle riverbera di arsura.” Se c’era stata neve o no, neanche questo sapeva. Il fratello si affacciò fuori dalla tenda. Cresceva il rumore del campo che si smonta. “Finché non ricorda qualcosa, resta qui.” disse agli altri.
“Vanno senza di te. Li seguo, qui non posso aiutarti. Però non è bene per un uomo essere per se stesso.”
Perché no? Se lui non era per se stesso, chi poteva esserlo al suo posto? Disse al fratello con poca voce, più di gola che di labbra: “Sei mio fratello, il maggiore, conosci più vita, perché non è un bene per me restare con me stesso?”. […]
Disse così il fratello: “Non è bene per un uomo essere per se stesso perché fa un atto di comparazione con la divinità, che sta da sola. […] Nelle solitudini si creano e si disfano mondi.”

Tratto da “E disse” di Erri De Luca

“E disse” è la storia di un uomo, di uno scalatore, di un solitario. E’ il racconto di colui che incontrò Dio e dovette darne resoconto agli uomini. E’ la storia di Mosé, l’uomo storico visto in chiave umana. Le prime pagine ti trasportano in alto, ti regalano un aspetto di quella vita che forse nei testi sacri stenta a farsi viva. Chi era Mosé? Un racconto affascinante cerca di ripercorrere quei momenti, il ritorno dal monte Sinai con le tavole della legge.

Erri De Luca - E disse (copertina)Non sono ancora riuscito a metabolizzare bene l’intero testo. I capitoli successivi danno una interessante chiave di lettura di quei “dieci comandamenti” che la divinità incise su quelle rocce. Un libro che fa riflettere e che, indubbiamente, lascia spazio a nuove considerazioni su ciò che poterono essere quelle indicazioni.

Il libro di appena 90 pagine va letto con molta tranquillità. Lo stile, pieno di frasi concise, obbliga a rallentare e soffermarsi su ognuna di esse. Un gioco divertente, fatto di parole ben scelte, di descrizioni calibrate che vanno di pari passo con la lentezza di un uomo che, impegnato in una scalata, sa che “quando si cade, in montagna, si passa il resto della propria vita a precipitare”.

Emanuele