Ecco perché i delfini sono più intelligenti di noi.

Questo post parla di cacca e usa la parola “merda“. Se ti da fastidio, smetti di leggere (e vai a fare il pudico altrove).

Ai pesciolini la cacca rimane attaccata dietro come un filino colorato dello spessore di un paio di capelli. Per questo, capita che i pesciolini inizino ad inseguirsi non perché interessati “alla carne”, ma perché stuzzicati da quel filino (colorato per via del mangime) che pende sotto.

E’ una cosa che ho notato e ho visto che tanti inseguimenti nell’acquario nascono proprio per questo.

E’ buffo. E’ come se noi cercassimo un’altra persona non per ciò che è, ma per ciò che ha.

Che poi forse, quest’ultima frase, non è mica tanto sbagliata.

Spesso inseguiamo la merda (ok, dai, magari in questa frase potevo evitare d’essere così pesante) e dimentichiamo di guardare ciò che conta. O, addirittura, anche quando ci accorgiamo di star inseguendo qualcosa di sbagliato, non sappiamo frenare e tornare indietro.

Solo che noi abbiamo dovremmo avere vari chili di cervello in più ed è questa la cosa che mi fa tornare a guardare l’acquario con un profondo senso d’ammirazione.

Però beh, ci sono momenti in cui mi sembra di riuscire a batterli.

“So resistere a tutto, fuorché alle tentazioni” diceva Oscar Wilde. Ma quando resisti anche a quelle… beh, cosa sei diventato?! 🙂

Emanuele

Scrivo.

Le fette di carne poste su una padella con l’olio bollente, sono la trasposizione tangibile e fumante di alcune notti dell’uomo.

Loro, con quel sapore ardente. Quella voglia di trovar quiete, quella necessità di scoppiettare cercando in ogni bollicina quell’attimo, fermo, in cui la calma le rapisce dal turbinio inarrestabile dell’olio.

Ci sono notti in cui ti giri e rigiri, proprio come una fetta di carne. E più ti giri, più ti senti scoppiettare e non puoi fare a meno di sbuffare, cercando in quei respiri profondi quella quiete che desideri.

E così, come una bella fetta di carne, la tua quiete non la troverai più nella confezione in cui eri riposto.

Mi sono alzato e sono finito qui. Mi ero detto “Emanuele, fatti due o tre esercizi e vedrai che il sonno ti cala…” però non vorrei studiare di notte. Non è il caso di scombinare gli orari tanto più che già, di giorno, i due caffè ormai sembrano acqua e zucchero.

Scrivo. Scrivo perché scrivere mi regala quella quiete che cerco.

Queste pagine, questi tasti, sono ormai una parte di me. Un braccio, una mano, una testa, un cervello di cui non so fare a meno.

Scrivere. Che bello. Più metti insieme le parole e più ne arrivano, tanto che devi iniziare a scegliere quali usare. Devi dosare i toni, dare una spruzzatina di armonia e sperare che fuori traspiri tutto ciò.

Scrivo e sono davanti allo specchio. Uno di quegli specchi che ti dice “guarda come sei bello oggi, proprio proprio bello!”. Ma non è lo specchio a darti il verdetto in realtà. Sei tu che con la tua posizione, grazie ad un sapiente gioco di luci e riflessi, riesci ad enfatizzare ciò che sei.

E io scrivo… e mi sento davanti ad uno specchio. Perché rivedo me. Vedo “dentro” me, che forse a pensarci bene è ancor più bello di un banalissimo specchio.

Cerco la quiete e posso cercarla dentro!

Ecco perché scrivo e non faccio esercizi. Con loro sarebbe arrivato il sonno dovuto alla stanchezza, non quel sonno profondo che si vive quando si poggia la testa sul cuscino pienamente appagati.

Scrivo, ascolto “Que Reste-t-il De Nos Amours” e trovo la quiete. Quel che resta dei nostri amori, appunto.

Emanuele

La livella.

Bagno riflesso in una bolla

Se qualcuno ti mette in soggezione, immaginatelo… a cacare. Mai avere soggezione di nessuno. Quando ci sono quelli pieni di prosopopea, quelli che fanno la parte dei generali, tu immaginati che la mattina vanno al gabinetto come tutti gli altri.

Tratto da: “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani

Emanuele

(photo credits)

Istinto animale?

Una volta ho visto due bambini litigare perché entrambi sostenevano che la palla fosse la propria. A nessuno dei due interessava più giocarci ma continuavano a litigare come se non esistesse altro da fare per quel pomeriggio.

Vogliamo avere sempre ragione. Sembra ci sia un gene dentro di noi… perché a me da piccolo non l’ha insegnato nessuno ad esser prepotente. Sapevo farlo da solo.

Ho anche dato più di un cazzotto. Poi ho smesso…

Emanuele