Uomo: è ancora merce nel 2008.

Alcuni giorni fa, una amica mi raccontava la sua esperienza con un gruppo di ragazzi di una nota associazione giovanile. Se non vado errato, il suo ruolo è stato quello di monitorare il progetto ed estrapolare da esso le valutazioni complessive.

Tra i tanti dati emersi, ne uscì uno che – a suo direstupì un po’ tutti: le persone che vivono accanto ad un campo Rom non hanno paura di vivere nel loro quartiere e non temono la loro presenza.

Ne è nata una bella riflessione che vorrei condividere anche con voi, soprattutto per confrontare quest’esperienza, tutta siciliana, con quella di persone che vivono in altre zone d’Italia.

Personalmente credo che esista un clima di terrorismo generale che porta a guardare con scetticismo chiunque sia visibilmente diverso da noi (per aspetto, cultura, religione, livello sociale…).

Il dato emerso da quella analisi non è tanto distante da ciò che ho vissuto io alcuni anni fa durante il mio anno di servizio civile in un oratorio salesiano di uno dei quartieri più disagiati di Palermo (prostituzione, abusi sui minori, gestione immigrati, mafia… c’era tutto).

Inutile ricordare per filo e per segno tutte le ragioni per cui credo che sia più il nostro pregiudizio che altro a tenerci distanti. Vi racconto però solo una cosa, che penso si descriva da sola. Come sapete mi piace andare in bicicletta… e quell’anno la bicicletta fu quasi totalmente il mio mezzo di locomozione per raggiungere l’oratorio. Dovendo seguire (da animatore/responsabile/educatore) la vita di quell’oratorio, non era raro che superassi le mie ore “da militare in servizio” per seguire riunioni organizzative o finire di sistemare il materiale ed i locali dell’oratorio.

Così durante l’inverno, tornavo spesso anche la sera tardi attraversando alcune stradine di quel quartiere. Durante quei dodici mesi, non mi successe mai niente. Al contrario… ero, per loro, uno di loro. Non dimenticherò mai un ragazzo (che già a 16 anni faceva il fruttivendolo) che quando incontro al mercato mi saluta ancora. E neanche quello che ha il papà che fa il posteggiatore alla Stazione (ed avrei miliardi di storie da raccontarvi a riguardo…) che… ogni volta che devo posteggiare mi trova un posto al volo.

Ero diventato un loro amico, loro non avevano fatto alcuna distinzione circa la mia provenienza, il mio ceto sociale, il mio livello d’istruzione. Al contrario – tristemente – mi rendo conto che quei calcoli me li ero fatti io.

Viviamo in una società che ci abitua a diffidare dagli altri. Non ci educa a convivere, ci insegna a difenderci – in partenza -. Questa mentalità è radicata così profondamente in noi che diventa quasi impossibile riuscire a rendersi conto quando si sta esagerando con la *necessità di proteggersi*.

E da questo discorso vorrei riallacciarmi anche al tema dell’immigrazione. Con questa mia amica riflettevo sul fatto che… ancora, nel 2008, trattiamo l’uomo come merce.

Un immigrato è qualcuno che viene a romperci le uova nel paniere. Viene a disturbare il nostro equilibrio. Viene ad invadere la nostra terra.

Ridiamo dei cani che tracciano il territorio con la pipì ma noi – nel 2008 – non siamo da meno. Ci sentiamo infastiditi da queste presenze.

Dimentichiamo una cosa fondamentale: loro, come noi, sono Figli di Dio.

Non hanno colpe se sono nati in una terra arida e poco fruttifera, non hanno colpe se sono nati in una terra – storicamente – piegata dalla guerra di altri prepotenti. Non hanno colpe se sono nati in una terra tristemente infestata da epidemie.

Chi siamo noi per dire ad altri figli di Dio che questa terra non è la loro? Che qui non possono metterci piede? Che… vengono a distruggere la nostra economia?

Siamo così concentrati su noi, sul nostro “equilibrio di stato” che preferiamo questo alla VITA di tante persone che qui cercano solamente una salvezza. Che… sono disposti a pagare migliaia di euro per imbarcarsi su una zattera che – sanno benissimo – potrebbe anche farli diventare vittime del mare.

E invece di fare una politica aperta al dialogo, aperta realmente ad aiutare altri figli di Dio, lasciamo che i nostri politici si divertano a dire “tolleranza zero” con una semplicità allucinante. Come se si trattasse di dire di no al pistacchio come gusto di gelato (che è buonissimo, ma è un altro discorso…).

Siamo così immersi in questo modo di ragionare che quelle parole non provocano ribrezzo ed aberrazione in noi.

Facciamo campagne per regolamentare come mandare via i cinesi, i polacchi, i rumeni, gli africani, gli algerini…

Come fossero seriamente… pacchi di calzini usati.

E’ una mentalità sbagliata in partenza. Perché è vero che bisogna gestire le risorse del paese. Non sono uno di quei sognatori che pensano che l’anarchia riesca a creare ordine e vivibilità, è ovvio.

Il problema è l’approccio che si ha con questi problemi. E’ il ragionamento mirato alla cura del proprio orticello che non va bene.

E così io mi chiedo… cosa farebbero i nostri politici se un giorno una grande calamità o epidemia coinvolgesse tutti i paesi industrializzati?!

Avrebbero il coraggio di continuare a dire che entrare in massa in un altro paese significherebbe sconvolgere le loro economie? I loro equilibri?

Avrebbero il coraggio di dire ai loro parenti, alle loro mogli, ai loro figli che… se non si trovano un lavoro devono tornarsene da dove son venuti?!

Avrebbero la coerenza di fare tutto ciò? Oppure… è facilissimo farlo adesso perché abbiamo avuto la fortuna (immeritata a questo punto) di nascere in una terra ricca e serena?

Perché invece di dire “tolleranza zero” non iniziano a ragionare su questo aspetto? Perché non provano a mettersi nei panni di queste persone ed iniziano a comprendere le loro ragioni?

Sarei ben felice di esser vivo il giorno dell’apocalisse del mondo industrializzato.

Sarei ben felice di vedere un nero venire da noi a dirci “tu sei bianco, non ti conosco, mi fai persino paura”.

Sarei ben felice di vedere i nostri politici attrezzarsi alla meno peggio per scappare da quella terra sfortunata.

E’ facile dire “tolleranza zero”, è difficile comprendere le difficoltà altrui purtroppo.

Ecco di chi dovremmo avere paura. Non dei marocchini. Non dei cinesi. Non degli africani.

Dovremmo avere paura di chi governa questa società malata. Dovremmo avere paura di chi approva questa mentalità. Dovremmo aver paura di chi non si ribella a questo modo di vivere e vedere le cose.

Dovremmo avere paura di chi, nel 2008, tratta ancora l’uomo come fosse merce.

Dovremmo aver paura di chi dimentica che quello che han di fronte è un altro figlio di Dio.

Emanuele

7 commenti » Scrivi un commento

  1. Bella riflessione, aggiungo due cose: sono figli di Dio, e la terra è di Dio (anche la ‘nostra’). Seconda cosa, se vengono da noi è solo perchè, prima, noi siamo andati da loro, a schiavizzare, rapinare i loro prodotti e il loro ricchissimo suolo (e la cosa va avanti, sempre più). Un amico congolese mi diceva che, prima della ‘calata’ dei bianchi nel suo paese, non si sapeva assolutamente cosa fosse la fame perchè la terra era ricchissima di ogni ben di Dio.
    Teniamolo presente ogni volta che

  2. dicevo, ogni volta che… dicevo, perchè costoro sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione.
    Ciao, grazie

  3. Proprio vero Carla. Li abbiamo prima derubati e poi dimenticati.
    Siamo i pirati, e facciamo finta di combattere “i pirati”.
    Così come la missione di pace americana… iniziata perché “si pensava esistessero armi di distruzione di massa” ma mai più terminata. Eppure quelle armi non sono state trovate… 😯
    Ciao,
    Emanuele

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  6. Come sono attuali queste parole, oggi.
    Non ci si rende conto che l’esodo è appena iniziato, che dovremo rimboccarci le maniche per accogliere questa povera gente, molta della quale sta così grazie alla politica sfruttatrice, dei paesi ricchi, che impera da secoli nelle loro terre.
    Mah, il discorso sarebbe lungo e profondo, tu comunque hai già detto molto nel tuo post.
    Ciao
    Robi

    • Hai pienamente ragione Robi, e sono tristemente convinto che quanto detto rimarrà “attuale” ancora per tanto tempo. Non vedo grossi segni di cambiamento… nel 2008 lo slogan fu “tolleranza zero”, oggi invece – a distanza di tre anni – Italia e Francia litigano su chi debba tenersi “gli sbarcati”, cercando di distinguerli in categorie “rifugiati politici” e “immigrati”, come se le due sfortune fossero di entità diverse, come se la necessità di lasciare la propria terra avesse in quelle persone sofferenze diverse… credo che nessuno ami lasciare terra (e spesso famiglie) per cercar fortuna partendo senza neanche una valigia…
      Ciao,
      Emanuele

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