Smartphone e privacy: meglio iPhone o Android?

Questo è uno dei temi più difficili da discutere. Non tanto perché non esistano differenze quanto perché è molto molto facile passare per faziosi, morsicati, schierati e così via.

Per questa ragione vi dico già che l’ideale non è nessuno dei due, probabilmente lo sarà /e/ che ancora non è pronto e che, presumo difficilmente invaderà il mercato.

Nel frattempo torna la scelta: quale smartphone protegge meglio la privacy dell’utente? L’EFF ci ricorda che la maggior parte dei privacy-leak (diffusione di dati non voluta) avviene attraverso le applicazioni (ad esempio Whatsapp), per cui la piattaforma sottostante può far poco.

In ogni caso, personalmente, vi direi di utilizzare un iPhone. A seguire le mie ragioni:

  1. Senza entrare nel tecnico, le privacy policy dei dispositivi Apple sono molto più rispettose dei dati dell’utente rispetto a quelle di Google. Provate a leggerle.
  2. Apple è un’azienda il cui core business è la vendita di hardware, la fetta più grossa dei suoi ricavi viene dalla vendita di iPhone. Il core business di Google (sebbene non lo dia a vedere) è quello dell’advertising. Google è un’azienda pubblicitaria. Oltre l’80% dei suoi introiti deriva da lì, così chiaramente deve far di tutto per sostenere quel business. E cosa serve ad un’azienda del genere? Profilazione e analisi. Prodotti (voi!) che poi vende alle aziende che vogliono farsi pubblicità.

Se vi offrissero un device prodotto da un’azienda pubblicitaria da portare ogni giorno in tasca, voi lo comprereste?

La strategia di Google è chiara e semplice: offrire servizi gratis e rivendere informazioni su di voi. Lo stesso sistema operativo è stato diffuso gratuitamente ai vari vendor (Samsung, Huawei, LG, Sony e così via…) per la stessa ragione.

Qualche esempio sui punti critici di Android?

Anche sullo smartphone Chrome informa Google circa la vostra navigazione: dove andate, cosa cercate, quanto tempo rimanete su un sito e così via. Ad Apple la nostra navigazione non interessa, al contrario le ultime versioni di Safari implementano sistemi anti-fingerprinting (tecniche avanzate anti-tracciamento).

Google Maps informa Google circa la vostra posizione, la vostra destinazione e il percorso che state seguendo. Quando usate Apple Maps, la richiesta per generare il percorso viene “anonimizzata” (non è possibile associarla al vostro account) e vi viene fornito il percorso.

Come per le mail Messaggi (l’app di messaggistica di default di Android) permette a Google di leggere e analizzare interamente le vostre conversazioni (oltre ai famosi metadati). iMessage su iOS è cifrato end-to-end (sebbene alcuni metadati tecnici siano disponibili ad Apple per garantire il funzionamento del sistema e vengano eliminati dopo 30 giorni).

Quando scattate una foto, Google salva le informazioni dello scatto (data, ora, posizione…) anche se non utilizzate Google Photos. Su iOS, a meno che non abilitiate iCloud Photos, le foto non abbandonano il dispositivo.

Quando effettuate domande all’assistente vocale di Google, ogni vostra richiesta viene catalogata nel vostro profilo: è associata a voi. Le richieste verso Siri vengono anonimizzate prima di lasciare il vostro cellulare. Apple non ha modo di costruire una cronologia delle vostre richieste.

Questa, per chi non lo sapesse, è una delle ragioni per cui la capacità di risposta dell’assistente di Google è più raffinata di quella di Siri: la Apple, per preservare la privacy, sta facendo un lavoro ingegneristico molto più complesso. Sta istruendo un’IA con dati anonimi invece che basarsi sul profilo dell’utente. E’ una scommessa tecnologica che Apple sta giocando nel lungo periodo.

Tutti gli iPhone degli ultimi anni hanno un file system cifrato al punto che l’NSA chiese a Apple di sbloccarne uno (Apple rifiutò, nel famoso caso di San Bernardino). Buona parte dei cellulari Android non ha un file system cifrato, dopo poco tempo non ricevono aggiornamenti e rimangono in balia del destino. Domandatevi perché non esista un corrispettivo caso San Bernardino su device Android.

E’ strano come mi stia praticamente ritrovando a difendere un’azienda a scopo di lucro, che notoriamente è molto antipatica a tanti per la sua attitudine a fare margini.

«Gli iPhone sono cari, dunque sono brutti» disse la volpe all’uva.

Gli iPhone non sono perfetti, possono non piacere per il loro sistema operativo poco flessibile, ci sono ancora margini di migliorabilità dal punto di vista della privacy (iCloud ad esempio è perfettamente leggibile da Apple) ma tra le due piattaforme principali odierne tutto sommato è quella con un setup migliore. Senza dubbio, come per la mail, è lecito fare scelte anche in base al proprio portafoglio.

Gli iPhone offrono ugualmente ad un privato una serie di dati aggregati, ma rispetto ad Android sono in quantità inferiore e meno “puntuali”. Inoltre, fin ora, Apple sta utilizzando quei dati principalmente nell’ottica di migliorare i propri servizi e non come strumento per advertising.

Il mio intento non è quello di convertire ma, semplicemente, di offrire consapevolezza.

Emanuele

1 commento » Scrivi un commento

  1. Solo una piccola correzione.
    Apple vende hardware e servizi: a partire dallo storage su iCloud – il cui prezzo è concorrenziale anche in virtù del fatto che è condivisibile “in famiglia” – per passare alla % di vendita delle App e dei film su iTunes / Apple Music / Apple TV.
    Un esame più dettagliato della cosa si può trovare, tra gli altri, su Ars Technica.

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