Vivere nelle bolle (come internet ci ha separati).

Anni fa leggevo di una ricerca per cui l’utente medio, tende ad avere una navigazione e un’esplorazione del web definita e circoscritta. Rispetto all’infinità delle pagine web disponibili, la percentuale di quelle visitate è irrisoria al punto da poter essere rappresentata da una sotto-rete statica ed isolata. Siamo metodici, abitudinari, prevedibili. Per quanto possiamo tentare di risultare dinamici, i nostri interessi variano lentamente nel tempo e così anche la nostra navigazione.

Il nostro uso di internet è settoriale e nell’epoca dei social network quanto mai statico. Analisi recenti mostrano che per tantissimi utenti la navigazione si consuma, interamente, all’interno di Facebook. Personalmente non uso Facebook, non mi sono mai iscritto, l’unico social in cui assiduamente condivido informazioni (tipicamente non personali) è Twitter e spesso mi sono interrogato circa l’uso che ne faccio. I social network nascono per rendere facile lo scambio di informazioni, di vedute e di opinioni. Da qualche tempo mi domando però quanto di questo scambio abbia valore.

Tutti i social ci invitano a creare “bolle” in cui la nostra friend list è fatta di persone che espandono ma non divergono dai nostri schemi mentali. L’interesse della piattaforma non è accrescere la nostra visione del mondo quanto intrattenerci il più possibile tra le loro pagine e per questo propongono i vari “potrebbe piacerti/potresti conoscere…” e non vedremo mai un “potrebbe NON piacerti…”.

E’ una dinamica tutt’altro che estranea a noi: anche nella realtà andiamo in vacanza con persone con cui condividiamo interessi ma la rigidità con cui “voci differenti” entrano nella mia follow-list è maggiore della possibilità che ho nel quotidiano di interagire con persone di diversa estrazione sociale, politica o culturale.

Uscire da quelle bolle fa scoprire modi di ragionare totalmente diversi, spiazzanti, fastidiosi e – a nostro modo di vedere – assurdi. Per farvi un esempio che sia chiaro, a me che non sono leghista basta andare a leggere i commenti dei sostenitori di Salvini per provare sgomento. In quei momenti sono fuori dalla mia bolla, l’area di confort in cui le persone hanno pensieri simili ai miei.

Non ho ancora trovato risposta alla domanda che, successivamente, cresce in me: quanto di quel flusso di informazioni mi arricchisce nel pensiero? Quanto “rumore” bisogna osservare prima di dire basta e – parimenti – quanto mi fa bene osservare il mondo tramite la mia bolla? Sono convinto ci sia una utilità nell’esplorare bolle differenti dalla mia: l’Italia non va a rotoli per sfortuna ma semplicemente perché esistono percentuali non trascurabili di persone che di quelle bolle fanno parte.

Ultimamente sto iniziando ad apprezzare quegli account che provano ad attraversare continuamente bolle differenti. Gli americani che ci provano, pragmaticamente, scrivono “Retweets are not endorsement” nei loro profili per segnalare che quel che viene condiviso attraverso i loro account sono tentativi di portare alla luce voci di persone diverse nonostante, non sempre, se ne condivida il contenuto. «Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo».

Perseverare nella propria bolla ci rende duri dentro, incapaci di comprendere l’altro, incapaci di provare empatia perché – semplicemente – non alleniamo più quella parte di noi. Un tempo, le piazze cittadine erano il luogo in cui tutti avevano spazio senza distinzioni: un ricco poteva sgomitare con un povero, un bambino con un adulto, un ateo con un prete. Le piazze virtuali odierne hanno dei vetri che isolano finché non proviamo ad attraversarli.

Emanuele

2 commenti » Scrivi un commento

  1. Eppure la meditazione, il chiudersi in se stessi e “capirsi” per molti è la soluzione dei mali moderni. Non l’aprirsi verso le idee del prossimo…

    Nessuna religione o tendenza ha mai promosso questo. Ci hai mai fatto caso?

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