Il futuro dell’editoria.

Lo scorso weekend sono stato a Ferrara per il Festival di Internazionale. Interessante il dibattito tra Alan Rusbridger, direttore del quotidiano The Guardian e David Carr, giornalista del New York Times, sul futuro dell’editoria in seguito dell’avvento del web. Tema caldo degli ultimi anni su cui tutti stanno sperimentando metodi di sostentamento: abbonamenti web, prodotti “free“, chiusura più o meno intensiva verso la condivisione virtuale delle informazioni o diminuzione del numero di stampe.

Festival di Internazionale - Rusbridger e Carr

Indubbiamente un periodo difficile, come qualsiasi fase di transizione, per gli editori che devono combattere la gratuità pervasiva dell’informazione che nasce dal basso cambiando, possibilmente tipo d’informazione: se un tempo bastava riportare la notizia, adesso il giornalismo deve diventare “riflessivo e pensante” cercando di far arrivare uno spunto di riflessione che possa risultare utile all’utente. Twitter, i social media, le piattaforme di video-sharing realtime hanno cambiato e trasformato il panorama. La digitalizzazione dell’informazione sta portando i giornali a diventare sempre più cross-media: è frequente (se non la prassi ormai) trovare all’interno di ogni sito d’informazione una sezione audio o video. A lungo termine questo porterà ad uno strano connubio – tutto da scoprire – tra giornale cartaceo, web, radio e tv. Le smart tv del futuro proporranno canali video di giornali online sottraendo spettatori alle tv tradizionali.

Jeremyville - Stay OptimisticTutto questo si traduce in continue manovre correttive dell’offerta che fa sembrare gli editori degli schizofrenici che giornalmente decidono di cambiare strada in quanto, se le piccole testate d’informazione possono decidere di basare il ritorno economico sugli spazi pubblicitari inseriti nelle varie pagine, lo stesso non può fare una grande testata che per ogni inserzione guadagna un decimo di quanto guadagnava un tempo.

A questo problema si aggiunge quello delle visibilità delle informazioni: da tempo gli editori si scagliano contro i motori di ricerca che indicizzano i loro testi (uno fra tutti Google News) in quanto perdono ancora più controllo sul visitatore e sull’eventuale ritorno economico. Dall’altra guadagnano in visibilità ma non sempre questa risulta sufficiente a giustificare l’investimento. Tanti giornali lavorano in perdita sul web.

Anche il ruolo del giornalista è mutato. Non basta più che sia “una penna” del giornale ma, sempre più di frequente, vive con uno spazio suo ben definito (quanti giornalisti sono anche blogger?) che li identifica e li obbliga ad un confronto vivo e serrato con “l’utenza”.

Personalmente ritengo che l’argomento rimarrà caldo negli anni a venire: siamo nel pieno della rivoluzione digitale e continuamente schemi ed equilibri tenderanno a mutare. I media dell’informazione si sono ritrovati ad abbandonare i paradigmi con cui hanno lavorato per un centinaio d’anni e non conoscono la direzione verso cui dirigersi. Nuove scommesse rendono la vita dei dirigenti interessante e stimolante ma, ovviamente, ciò comporta anche un rischio d’impresa molto più elevato.

Emanuele

PS: l’immagine “Stay optimistic” è tratta da una collezione d’immagini di Jeremyville, presente a Ferrara, che ho apprezzato tanto.

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