Twitter, addio.

Su Twitter, i primi anni si parlava in terza persona.

«Emanuele va a fare una passeggiata». Il nome in realtà si ometteva, l’utente di riferimento completava il messaggio.

Twitter nasceva come strumento iper-veloce per comunicare degli stati. Era divertente, si raccontavano dettagli che su nessun’altra piattaforma avrebbero avuto il giusto spazio: blog, newsletter o bacheche avrebbero avuto un sovraccarico di funzionalità rispetto al valore del contenuto.

Twitter fu un’idea geniale e sebbene i primi anni non fosse raro vedere la pagina di errore (c’erano degli uccellini che sollevavano una balena) tutto sommato funzionava ed era divertente.

Nel tempo il network si è trasformato diventando per l’occidente il centro delle notizie last-minute: quando accadeva qualcosa, su Twitter c’era già un riferimento.

Purtroppo nel tempo qualcosa si è rotto. Le politiche intraprese dall’azienda relativamente ai metodi di monetizzazione, l’incapacità di fronteggiare lo spam o trovare soluzioni a problemi complessi come lo sfruttamento da parte della politica delle sue capacità di penetrazione nel mercato, lo hanno reso un luogo sempre meno piacevole.

La facilità con cui i messaggi potevano viaggiare nella rete hanno fatto sì che pian piano questo social si trasformasse in un ambiente tossico e polarizzato.

Negli ultimi anni avvertivo in maniera forte quei suoi limiti. A meno di non discutere con amici, era impossibile dialogare o confrontarsi piacevolmente con un qualsiasi estraneo. Era un attimo ritrovarsi all’interno di una guerriglia digitale così la mia scelta fu quella di pubblicare contenuti senza più partecipare attivamente alle discussioni.

Nel frattempo però nascevano e scoprivo nuove piattaforme e lo stesso Twitter non faceva più nulla per venirmi incontro: gli algoritmi favoriscono la visualizzazione di contenuti da parte di utenti molto attivi nella rete. Più sei partecipe, più facilmente i tuoi contenuti possono diventare virali. E’ una spirale che ignora totalmente chi può avere delle ragioni alla base della sua presenza limitata e pertanto i miei tweet totalizzavano un numero di visualizzazioni che rendevano lo sforzo un semplice sport fine a se stesso.

L’ultimo tassello di questo declino è rappresentato dall’acquisto del network da parte di Elon Musk. La rete è piena di aggiornamenti relativi a questo capitolo ma la schizofrenia con la quale sta agendo mi hanno spinto a fare un ulteriore passo indietro.

Ho disinstallato l’applicazione dal mio cellulare. L’ultimo baluardo di social mainstream al quale partecipavo è andato via. Non ho ancora chiuso l’account o eliminato la cronologia perché mi sto dando del tempo per capire se la storia di quanto pubblicato abbia valore o meno. Infine credo che dare un riferimento a chi prova a cercarmi sia utile e lo sfruttamento dei metadati del mio account sia già stato eseguito, la cancellazione è un puro esercizio simbolico.

Nel frattempo Mastodon si sta mostrando un luogo piacevole. Non so come si trasformerà nei prossimi anni, chiaramente non è la tecnologia ma sono le persone a fare un social network. Intanto però ritrovarsi a discutere in un luogo non gestito da una azienda impegnata nel rendere felici gli investitori e mungere il più possibile dagli utenti e basato su protocolli aperti fa rivivere la sensazione che Internet può ancora mostrarsi libero ed autentico come lo era oltre vent’anni fa.

Emanuele

Coraggio Flickr!

C’è del tenero nelle ultime comunicazioni di Flickr. Da quando in primavera l’azienda ha annunciato di voler cambiare strategia è stato un continuo segnalare agli utenti il superamento del limite per gli account gratuiti.

Tale limite, per stravaganti strategie commerciali è stato fissato in appena 50 foto. Nell’epoca di Instagram, TikTok, Snapchat, Facebook e così via vale a dire «non fatevi strane idee, siamo una piattaforma di condivisione foto a pagamento».

Il mio account, stando a quel che racconta la cortese e ripetuta email di avviso, contiene 50.498 foto. Un po’ troppe. «Emanuele, per favore, cancellale, è l’ultima volta che te lo diciamo o forse no».

Io non sono arrabbiato con Flickr. Comprendo che le strategie commerciali possano cambiare. Suggerii di non lasciarsi ammaliare dalla loro offerta nello stesso momento in cui raccontai come utilizzarla.

Flickr mi sembra un social che ha perso l’onda sulla quale stava surfando egregiamente e un po’ come Yahoo! o Napster cerca adesso di ritagliarsi uno spazio finché l’ennesima società di investimento non proporrà al suo CDA una nuova politica, l’ennesima, sfiaccando così l’entusiasmo della sua community.

La mail, dicevo, è tenera perché da mesi minaccia di eliminare tutte le foto ma continua a non avere il coraggio di farlo. Il senso è molto chiaro: quale utente rimane in un social che ad un tratto cancella tutto se non paghi?

Mio caro Flickr, continuerò a mettere alla prova i tuoi nervi, nell’attesa che un bel giorno quell’incertezza si trasformi in coraggio. D’altronde, anche nel mondo dei social, vola solo chi osa farlo.

Emanuele

Avevano un granaio e il passo a tempo di chi sa ballare.

Fiore pomelia

La prima figlia nacque nell’incoscienza. Non sapevo cosa mi aspettasse, non sapevo come sarebbe cambiata la mia vita. Sentivo però che era quel che volevo e avevo fiducia che, nonostante tutto, la vita potesse rimanere ancora come il giorno prima. Scoprii presto che nulla sarebbe più stato uguale, ma da allora tutto è stato bello ugualmente.

La seconda figlia arrivò con consapevolezza. Sapevo cosa significasse star svegli la notte, pulire un culetto, gestire le urla o preparare un biberon. Ero pronto ed esperto. Il velo di stupore era un po’ andato via ma, per certi versi, permetteva di godere ancor di più della bellezza.

Le mie figlie scorrono nelle mie vene. La giornata tipo è un incastro tra gli impegni e le loro esigenze. E’ il tetris in versione reale e, come nel gioco, quando completi una riga non puoi festeggiare: c’è già altro da risolvere.

Nonostante ciò, non desidero una vita diversa. Mi sto divertendo, ci stiamo divertendo. Questi sono probabilmente gli anni migliori della nostra vita.

All’esterno di questa meraviglia la vita però è un delirio totale: pandemia, guerra, recessione, disoccupazione, riscaldamento globale. La lista probabilmente non si esaurirà qui. La nostra generazione è continuamente bombardata da argomenti che spingono a non credere nel futuro.

Alcuni mesi fa mi ritrovai in un caldo abbraccio di fronte ad una domanda cui risposi così.

A Dicembre diventeremo cinque.

Emanuele

Che ne sarà della tua parte digitale?

Non scrivo su queste pagine da poco più di un mese. Tante cose sono in cottura e il tempo corre, avanza e fugge via. Racconterò meglio, con più calma, al momento giusto.

In questi giorni mi ponevo una domanda alla quale da anni non ho dato risposta e che però stamattina è tornata in mente con triste prepotenza dopo la brutta notizia ricevuta da Gioxx (ciao Paolo! Ricordo con affetto i pomeriggi in cui mi davi suggerimenti per blogvalidator!)

I social main-stream tendono a mantenere «vivi» i nostri account molto oltre il nostro inevitabile momento. Lo stesso però non si può dire per tutto quel che gestiamo in autonomia (o paghiamo per tenere attivo).

Penso a queste pagine dunque, ma anche alla mia casella di posta, al mio server Mastodon e così via.

Il web muore continuamente per migliaia di ragioni tra cui la scomparsa dei suoi amministratori.

Ho pensato spesso di preparare un post da tenere in programmazione pronto per salutare tutti ma, in un mix di scaramanzia e presunzione che certe cose non debbano riguardarmi, non l’ho mai preparato.

Quel giorno, cosa sarà di queste pagine? E cosa sarà del tuo blog? Hai un piano di mantenimento o auto-distruzione?

Emanuele

Il nuovo olio nero.

«Elon Musk compra Twitter». Cosa significa? Qualcuno in rete faceva notare che significa che un potente può comprare tutte le nostre interazioni digitali, il nostro grafo sociale, i nostri messaggi diretti e tutti i metadati che si possono costruire su un profilo (dal banale “che tipo di messaggi è solito inviare?” al più curioso “dov’è quando li manda?”).

Non so come Musk gestirà Twitter. Non so se andrà meglio o peggio. Non è questo il punto. Il punto è che oggi è lui, tra 5 o 10 anni potrà essere qualcun altro che, con tanti soldi, diventerà proprietario di una vastissima base di dati per chissà quale fine. A poco servirà cancellare il proprio profilo in quel momento.

Personalmente concordo con Jack Dorsey (ideatore di Twitter che da tempo ha lasciato le redini) circa la possibilità che Twitter (ma per estensione anche gli altri luoghi sociali mainstream) diventino dei servizi pubblici. «Beni dell’umanità» che nessuno può possedere e con regole ben definite per l’accesso alle informazioni che nel tempo, inevitabilmente, raccolgono.

Le alternative ovviamente esistono. Esiste la cifratura end-to-end, esistono sistemi «metadata resistant» (cioè in grado di non fornire metadati d’uso), esistono sistemi federati.

Il problema è che la massa non si sposterà mai senza che i nerd diano il via.

Sei un youtuber? Inizia a far conoscere Mastodon ad esempio.

La massa da sempre segue le indicazioni degli influencer. La politica e il mondo dell’informazione si sposta rapidamente dove c’è una massa importante.

Il web 2.0 è stato il far-west della Silicon Valley che grazie a poche ma efficaci tecnologie ha permesso l’interazione pretendendo in cambio il controllo.

C’è chi ha definito tutto questo «il nuovo olio nero» per il valore che queste nuove piattaforme hanno estratto negli ultimi quindici anni.

E’ ora di cambiare paradigma e puoi farlo anche tu.

Riprendiamoci i nostri dati.

Emanuele

Condividere subito?

La mia dieta dai social mi sta rendendo nel tempo sempre più lurker. Twitter è l’unico social main-stream al quale sono iscritto e che leggo (ancora) regolarmente, al contempo però i miei contributi sono sempre meno frequenti (e da tempo immemore totalmente non personali).

Da qualche anno inoltre, ho smesso di rilanciare i post di questo blog sul mio account Twitter per un semplice motivo: il tool di Analytics di Twitter mi indicava che il rapporto tra numero di visualizzazioni e numero di click era estremamente basso.

Le ragioni possono essere varie. La prima, sicuramente, può essere dovuta al fatto che scrivo roba noiosa e di bassa qualità. La seconda potrebbe essere dovuta allo scarso interesse del mio pubblico. La terza, ovviamente, potrebbe dipendere dal fatto che su Twitter, la discussione all’interno della piattaforma ha il fuoco maggiore. I click verso l’esterno che facciamo sono pochissimi rispetto ai link che passano sotto i nostri pollici.

Così: perché continuare ad alimentare una piattaforma?

Vedo che in tanti cedono al rilancio automatico dei propri contenuti in quello che a me suona come un mix tra retaggio culturale e un riflesso incondizionato.

Siamo noi che usiamo Twitter o è Twitter che usa noi? La domanda ovviamente vale per tutte le piattaforme nelle quali abbiamo queste abitudini ma comprendere se quel che facciamo abbia davvero senso o meno credo sia molto sano.

Emanuele

Come bypassare i paywall.

Qualche giorno fa Luca segnalava 12ft.io quale soluzione per rimuovere i paywall da vari siti d’informazione.

Non so quanto sia corretto ma se lo ritenete necessario, un metodo ancora più rapido è quello di utilizzare il bookmarklet che segue. Potete aggiungerlo alla barra dei preferiti del vostro browser semplicemente trascinando il link: Rimuovi paywall.

In alternativa, create un nuovo bookmark e copiate la seguente stringa nel campo indirizzo:

javascript:void(location.href='https://12ft.io/proxy?q='+location.href)

Sfrutta proprio 12ft ma rende tutto immediato: raggiungete una pagina con blocco dei contenuti, cliccate sul bookmark e boom potrete leggere l’articolo.

Emanuele

PS: se avete un iPhone potete aggiungere questo Shortcut.

Quanto vale “avere abbastanza”?

Un uomo d’affari si trovava sul molo di un piccolo villaggio costiero ecuadoriano quando attraccò una piccola barca con un solo pescatore. All’interno della barca c’erano diversi grossi tonni pinna gialla. L’uomo d’affari si complimentò con il pescatore per la qualità del suo pesce e gli chiese quanto tempo impiegava per catturarli. Il pescatore rispose che ci riusciva in poco tempo.

L’uomo d’affari gli chiese dunque «perché non sei rimasto fuori più a lungo in modo da catturare più pesci?»

Il pescatore rispose che guadagnava abbastanza per sostenere i bisogni immediati della sua famiglia.

L’uomo d’affari rincalzò domandando: «e cosa fai con il resto del tuo tempo?»

Il pescatore: «Dormo fino a tardi, pesco un po’, gioco con i miei figli, faccio la siesta con mia moglie Maria, ogni sera passeggio per il villaggio dove sorseggio vino e suono la chitarra con i miei amici, ho una vita piena e impegnata , signore».

L’uomo d’affari deridendolo rispose: «Sono un MBA di Harvard e potrei aiutarti. Dovresti dedicare più tempo alla pesca e con il ricavato acquistare una barca più grande con cui successivamente acquistare diverse barche. Alla fine avresti una flotta di barche da pesca. Invece di vendere il tuo pescato a un intermediario, lo venderesti direttamente al consumatore, aprendo un tuo negozio. Controlleresti il ​​prodotto, l’elaborazione e la distribuzione. Dovresti lasciare questo piccolo villaggio costiero di pescatori e trasferirti a Città del Messico, poi a Los Angeles e infine a New York, dove avrai modo di gestire la tua impresa in espansione».

Il pescatore chiese: «Ma signore, quanto tempo ci vorrà?».

Al che l’uomo d’affari rispose: «tra i 15 ed i 20 anni».

«E a quel punto, signore?»

L’uomo d’affari rise e disse che questa era la parte migliore: «Quando sarà il momento giusto, annuncerai un’IPO e venderai le azioni della tua azienda al pubblico e diventerai molto ricco, guadagneresti milioni».

«Milioni, signore? E allora?»

L’uomo d’affari sorrise e disse: “Allora potresti ritirarti dal mondo del lavoro, spostarti in un piccolo villaggio costiero di pescatori dove poter dormire fino a tardi, pescare un po’, giocare con i tuoi bambini, fare la siesta con tua moglie, passeggiare nel villaggio la sera, sorseggiare vino e suonare la chitarra con i tuoi amici».

Emanuele