Anima mia, fa’ in fretta.
Giorgio Caproni
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.
Quando si parlava di netiquette.
In un commento sul blog di Nicola scrivevo:
Ci siamo illusi per anni che i blog potessero diventare dei luoghi centrali nella rete. Nella realtà, ormai, sono ai margini dell’informazione: luoghi lenti, piccoli, poco conosciuti e visitati. Al contempo, probabilmente, sono i luoghi più veri ed intimi della nostra partecipazione digitale.
Probabilmente l’errore originale è proprio lì. La rete è un luogo pubblico per eccellenza e il tempo ha dimostrato che esteriorità e per certi versi superficialità, caratteri tipici dei luoghi pubblici, hanno avuto la meglio.
Un peccato originale dovuto all’ingenuità di chi la rete la popolava e la costruiva negli anni in cui la massa ancora non sapeva esistesse. Abbiamo pensato che l’intima relazione che si riusciva a creare tra le persone, in un luogo – al tempo – piccolo e riservato, potesse semplicemente catturare ed educare tutti i nuovi arrivati.
La velocità di adozione però non ha permesso alcuna passaggio di informazioni. La massa è arrivata con le sue dinamiche e la piazza, quel luogo d’incontro fisico nel quale ognuno di noi passeggia col suo cappotto più bello, è arrivata nel digitale, nelle sue stories, nei like dati alla passante dai tacchi scintillanti.
I blog non erano parte delle piazze, erano al massimo degli angoli di quartiere e tali son tornati ad essere. Piccoli anfratti, difficili da trovare che spesso nascondono storie e passioni che più volte abbiamo desiderato potessero ammirare tutti.
Emanuele
Questo blog supporta ActivityPub.
Negli anni, la mia presenza online si è ridotta sensibilmente. Ho abbandonato tutti i social mainstream e la mia interazione digitale si è spostata negli spazi piccoli. Quegli scambi rappresentano però una percentuale molto piccola della mia attività in rete. Come un iceberg e la sua massa sommersa, la passione per l’informatica nel tempo si è trasformata ed ha trovato spazio in settori poco visibili e meno sociali.
In questi anni è aumentata notevolmente la mia passione per i progetti opensource, per le attività decentralizzate, per tutto ciò che è alternativo e distante dagli schemi del capitalismo. Privacy e self-custody sono temi difficili da far comprendere ma a me molto cari.
Questo blog, totalmente indipendente, rimane uno dei pilastri della mia vita digitale. Non volendo renderlo sempre più isolato, da un po’ di tempo ho attivato un plugin per WordPress utile a federare i suoi contenuti.
Pertanto, se hai voglia e hai un client ActivityPub (Mastodon?) puoi seguire i contenuti di queste pagine aggiungendo @emanuele@www.dreamsworld.it al tuo account.
Se invece hai un blog su WordPress, ti invito ad installare ActivityPub e contribuire coi tuoi contenuti alla qualità di un network libero e decentralizzato. Se lo farai, lasciami pure il tuo handle tra i commenti!
Emanuele
Resize di una partizione ext4 su virtual machine VMWare
Dovevo aumentare lo spazio sul disco primario di una virtual machine linux ospitata su un server vSphere. La knowledge base di VMWare però non è esaustiva e la procedura indicata non funziona con le nuove versioni di ESXi, così appunto qui la soluzione.
Prima di tutto – chiaramente – va spenta la macchina e aumentata la dimensione del disco virtuale dalle impostazioni della macchina (non inserisco uno screenshot, do per scontato che chiunque lavori con VMWare sappia a cosa faccio riferimento).
Successivamente, riavviando la VM ci si ritrova in una situazione simile:
emanuele@ubuntu:~$ lsblk
NAME MAJ:MIN RM SIZE RO TYPE MOUNTPOINTS
sda 8:0 0 20G 0 disk
├─sda1 8:1 0 1M 0 part
└─sda2 8:2 0 16G 0 part /
In pratica, il disco sda è aumentato a 20GB ma la partizione primaria (sda2) è rimasta da 16GB.
Per completare l’operazione è necessario eseguire:
emanuele@ubuntu:~$ sudo growpart /dev/sda 2
E successivamente:
emanuele@ubuntu:~$ sudo resize2fs /dev/sda2
Eseguire infine un riavvio della VM e verificare con lsblk il risultato.
Emanuele
Rallentare.

The quieter you become, the more you can hear.
Ram Dass
Emanuele
Gli spazi piccoli.
Se vuoi comprendere la differenza tra un network e una comunità, chiedi ai tuoi amici su Facebook di aiutarti ad imbiancare casa.
Credo sempre più fermamente che una rivoluzione nel mondo digitale – se mai avverà – potrà realizzarsi solo quando abbandoneremo i social network in favore di comunità online, probabilmente più piccole, ma certamente più umane.
Penso che, in qualche modo, i gruppi tra amici (quelli che abbiamo su Signal, Telegram o Whatsapp o qualche altro micro-ambiente digitale chiuso) siano il luogo oggi più vicino a quel concetto lì. Spazi in cui puoi parlare senza paura di essere frainteso, luoghi dove le opinioni – con più facilità – tendono ad incontrarsi piuttosto che polarizzarsi.
Forse è anche per questo che riesco sempre meno a partecipare alla vita “pubblica” del web, quella stra-piena di centinaia di sconosciuti pronti a mettere un cuore, una stella o un pollice giù. L’effetto di quelle caramelle sulla nostra mente è impressionante (e tale dipendenza è stata la fortuna delle multinazionali dell’informazione) ma ancor di più lo è la distanza e la rapidità con la quale si stabilisce un giudizio.
«Accetta l’opinione di tutti, ma fà un uso parsimonioso del tuo giudizio» scriveva Shakespeare nell’Amleto. La nostra società oggi invece è invasa da piattaforme piene di icone utili per classificare ogni informazione. Come se ogni testo, ogni messaggio, avesse bisogno di un punteggio.
Apprezzo i ritmi lenti di quei luoghi dove queste dinamiche sono meno presenti, dove un eventuale confronto deve basarsi su argomentazioni e dove l’interlocutore non ha alcuna necessità di business (penso alle starlette del web nostrano) nello sbeffeggiare la capra di turno.
Cerco quotidianamente di propormi online con questo piglio ma volli, e volli sempre, e fortissimamente volli un mondo digitale più piccolo, un mondo più a misura di ciò che siamo e che non siamo: uomini e donne e non applausometri.
Emanuele
Le cose necessarie stanno in una mano.
Stamattina sono volato in Friuli per lavoro ma complice il compleanno della moglie sono reduce da tre bellissimi giorni in Val d’Aosta. Nella strada verso casa, ieri sera, mi rendevo conto che si è trattata della prima uscita ufficiale in cinque.
E’ sorprendente quanto e come sia cambiata la mia vita negli ultimi anni. La macchina non permette più nessun passaggio: quando si viaggia siamo noi, inevitabilmente noi.

E’ bello vedere le bimbe crescere e Alice è stata un’ottima esploratrice nonostante il suo mese e mezzo e le temperature abbondantemente sotto lo zero.
Sento la vita in una fase di pienezza incredibile e spesso provo a domandarmi come sarà diversa tra dieci o quindici anni. Tutto sommato non sento più l’ansia da prestazione tipica di quando devi interagire con un figlio la prima volta, così ho la sensazione che anche Alice sarà presto grande. Giorgia ed Elena chiaramente contribuiscono in maniera importante nel rendere rapido lo scorrere del tempo.
La moglie saggia mi ricorda spesso di vivere nel presente e godere di questa fase piuttosto che proiettare le mie attenzioni sul futuro, ma la voglia di scoprire come sarà è molto grande.
Sono felice. Mi ripeto sempre d’esser fortunato e che esserlo è solo questione d’atteggiamento e questo stupidissimo mantra mi aiuta a ridimensionare tutti i casini quotidiani che la vita riserva un po’ a tutti.
Emanuele
Pappagalli artificiali.
Leggo un po’ ovunque articoli entusiastici circa l’arrivo della preview di ChatGPT. Personalmente sono molto scettico relativamente alle qualità delle intelligenze artificiali moderne dato che al momento più che scimmie, son pappagalli.
In tal senso, per i curiosi e per comprendere meglio le mie perplessità, suggerisco di dedicare quindici minuti all’ascolto di questa puntata di DataKnightmare, un podcast di Walter Vannini.
Mi permetto infine una breve digressione: considerata la fine che fanno quotidianamente i database dei servizi web penso sia preoccupante l’attuale modalità d’accesso richiesta (poter provare il servizio richiede sia la mail che il numero di telefono).
I faciloni del web diranno la solita stupidata che recita (sempre) così: «ma tanto siamo già controllati in milioni di altri modi», come se abbia senso continuare a farsi schiaffeggiare quando si finisce in mezzo ad una rissa.
In ogni caso, buon ascolto.
Emanuele
