La prossima vita faccio il giardiniere.

Curare il giardino mi rilassa, probabilmente anche perché è qualcosa di diametralmente opposto a ciò che faccio per lavoro e mi permette di allontanarmi da ogni forma di tecnologia. Tagliare le piante, sentire gli odori, raccogliere lo sfalcio. La natura ha dei cicli bellissimi e la vitalità con cui si esprime è diversa in base al periodo.

Lo scorso autunno, in quel raptus di iperattività, avevo anche girato il terreno con una moto-zappa e riseminato interamente il prato.

Quest’anno la cura di quei fili d’erba è un pensiero che mi affascina e diverte. Ho atteso per mesi l’arrivo della primavera e adesso sto studiando i cicli delle erbe che ho seminato, sto osservando se i dosaggi di azoto e potassio siano corretti per il mio terreno, sto approfondendo il top-dressing (quelle tecniche che portano un prato, ad esempio, a diventare un tappeto per un campo da golf), la differenza tra un taglio con macchina rotativa da uno elicoidale, la sarchiatura, tempi e modalità di innaffiatura.

Ho anche un po’ di piante da interrare, un ulivo cui non ho ancora trovato la giusta collocazione e un angolo delle spezie da ricostruire da zero.

Ho deciso inoltre di non usare diserbanti verso le infestanti: è un crimine verso l’umanità usare roba chimica per curare un giardino, così la mia sfida è complicata ulteriormente dal cercare delle soluzioni all’antica. Alla peggio: meglio le imperfezioni.

Il brutto tempo di Maggio, per il secondo anno consecutivo, ha rovinato le ciliegie facendo fuori l’intero raccolto. A Febbraio avevo dato una bella potata al susino e così confido nuovamente in loro. Le pioggie non le hanno intaccate (sono ancora molto molto dure).

Ieri dopo il lavoro ho giocato per due ore lì fuori. Verso ora di cena il mio iPhone indicava che in quell’intervallo di tempo avevo percorso quasi quattro chilometri.

La prossima vita faccio il giardiniere, ricevi soddisfazioni e ti tieni in forma.

Emanuele

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