Per Facebook siete topolini.

Scientists at Facebook have published a paper showing that they manipulated the content seen by more than 600,000 users in an attempt to determine whether this would affect their emotional state. The paper, “Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks,” was published in The Proceedings Of The National Academy Of Sciences. It shows how Facebook data scientists tweaked the algorithm that determines which posts appear on users’ news feeds — specifically, researchers skewed the number of positive or negative terms seen by randomly selected users. Facebook then analyzed the future postings of those users over the course of a week to see if people responded with increased positivity or negativity of their own, thus answering the question of whether emotional states can be transmitted across a social network. Result: They can! Which is great news for Facebook data scientists hoping to prove a point about modern psychology. It’s less great for the people having their emotions secretly manipulated.

William Hughes per “AV Club”

Se non fosse chiaro: mostrando ad alcuni utenti solo aggiornamenti positivi della propria cerchia di amici e ad altri solo eventi negativi, Facebook ha testato se i suoi algoritmi possano influenzare gli umori e le giornate di oltre mezzo milione di iscritti.

Il risultato, dal punto di vista della ricerca, è stato positivo: è possibile manipolare l’umore delle persone. La cosa più triste è che avrebbero potuto verificar la cosa anche attraverso un processo in sola lettura, senza modificare gli stream degli utenti ma… non ci avevano pensato.

Le implicazioni sono molteplici: oltre agli aspetti etici (credo serva un consenso informato per far certe cose) è sempre più chiaro che la pervasività di Facebook (e dei social network) è schizzata alle stelle. Non si tratta più di difendere la propria privacy, ma di proteggere la propria salute fisica e psicologica.

Che sia il caso di “provare a smetterecome per le sigarette? Se lo chiede anche Scott Kzamir, giocatore di baseball americano, quando dice che “il silenzio può diventare una sfida” in questo mondo fatto di connessioni, ping, alert e notifiche.

Emanuele

Lascia un commento

I campi richiesti sono marcati con *.


This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.