Caterina va in città.

Altra giornata senza soste… conclusa al cineforum. Come martedì scorso anche questa sera torno soddisfatto.

Il film non era stato pensato dalle due ragazze promotrici del cineforum ma proposto da un ragazzo… beh, ha comunque fatto uscire fuori una bella discussione.

Si parla nuovamente di famiglia… ma questa volta spunta pure in gioco il tema dell’adolescenza.

Caterina è infatti una ragazza in crescita ma… – sarò probabilmente troppo duro – è una figura senza carattere.

Locandina del film ‘Caterina va in città’E’ piccola ma non mostra mai un potere decisionale. Avrei apprezzato scelte sbagliate consapevoli che atteggiamenti da “canna al vento”. Viene tirata a destra ed a sinistra e si ritrova a vivere cose che non fanno parte di lei, senza che lei sappia mai reagire.

Letteralmente “preda di eventi” che poi la fanno pure star male.

C’è curiosità di scoprire il mondo, è vero… ma non c’è mai un bagliore di scelta consapevole della serie “quasi quasi provo questo…”.

Però a questa figura si collega senza dubbio il ruolo della famiglia inesistente.

Il padre risulta una figura insicura ed iperprotettiva che, tristemente, sfoga perennemente i suoi insuccessi e le sue frustrazioni sulla famiglia ed, in special modo, sulla figlia. La madre invece ha trovato un ruolo di “non ruolo” che gioca finché non esplode. E’ un fantasma che ha quasi scelto consapevolmente di “spegnere il cervello” perché è quasi convinta che sia quello il suo posto.

Dal punto di vista educativo le due figure risultano dunque entrambe delle cattive maestre.

Caterina tra l’altro – e sarò cattivo di nuovo – non ha il benché minimo senso critico verso la sua famiglia. La considera “normale” giusto perché c’è il papà e la mamma in casa. Non riesce a vedere i problemi che invece risultano spesso evidenti e tendenti al ridicolo.

Rimane sorpresa, e probabilmente inizia a svegliarsi, solo quando un vicino di casa le descrive un po’ ciò che vede dalla finestra…

E’ piccola però Caterina… e così questo suo tentennare è giustificabile.

Non è giustificato invece l’atteggiamento del padre che considera il successo, l’apprezzamento nella società come l’unico modo per sentirsi realizzato. Non riesce ad apprezzare ciò che ha…

Decide di fuggire, alla ricerca di una libertà che non troverà. E questo è facilmente deducibile, sebbene non si evinca dal finale, in quanto non decide mai di rimboccarsi le maniche per sistemare ciò che non va. Non sa sistemare ciò che non gli piace nella sua vita… ma non sa neanche guardarsi allo specchio e riflettere su ciò che di sbagliato ha lui.

E’ convinto di essere succube di un mondo in cui è lui l’unica vittima esatta.

La madre dal canto suo, non ha carattere, o per lo meno non sa dimostrarlo. Non sa stare vicina al marito in crisi quando necessario… ed anche lei preferisce scappare da questa situazione. Si aliena all’interno della famiglia e cerca consolazione in un nuovo amore.

Caterina trova rifugio nella musica… e sono gli unici momenti in cui lei è veramente se stessa.

Così ci si rende conto del ruolo fondamentale dei genitori nella crescita di una persona, ma anche della difficoltà di questo ruolo, soprattutto in una società come la nostra (il film è uscito nel 2003 ed è ambientato ai giorni nostri) in cui c’è tanta apparenza. Le amicizie, i rapporti interpersonali sono tutti dipendenti da “ciò che ci fa apparire migliori davanti alla società”.

Come al solito manca il dialogo, ed ancora di più, la capacità e la sensibilità di capire i bisogni dell’altro.

Caterina farà comunque un cammino. Inizierà a chiedersi “Chi ero io? E cosa sono adesso?” e così inizierà finalmente a ragionare con la sua testa…

Il finale, poetizzando, viene riassunto in una semplice massima: “Le mosche hanno occhi per guardare dappertutto, i pesci, occhi per guardare a lato, ma gli uomini…gli uomini hanno occhi coi quali possono solo guardare avanti!”.

C’è speranza ma c’è anche rassegnazione.

Un bel film in definitiva, anche se personalmente, ho trovato molto più bello “Ricordati di me”.

A martedi prossimo,

Emanuele

PS: mi ricordate lunedì che devo portare qualche bibita per la prossima cena? 🙂

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Ingegnere. Si divide tra lavoro, bicicletta, monociclo e volontariato. Vive in una casa con un ciliegio insieme ad una moglie, una bimba e otto pesciolini che non lo aiutano a tenere in ordine.

5 commenti » Scrivi un commento

  1. i genitori, sono esempi, i primi e per fortuna crescendo lo sguardo spazia ad altre figure, maestri.ma un distinguo è doveroso.sono tutti esterni a noi.noi siamo maestri di noi stessi. Gesù diceva: non guardate a Me, ma al Padre mio.

  2. Film delizioso che non ha nulla a che vedere con “Ricordati di me” in quanto a qualità. Un grande cast e un grande Castellito. Mi hai fatto venir voglia di rivederlo…ciao.

    Peppe

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