Archivio dei post taggati ‘viaggiare’

Fatti vedere, bastardo.

Scritto il 24 novembre 2011 alle 18:56

Un odore. Basta quello. Un maledettissimo e bastardissimo odore. Lui lo sa e per questo arriva. Però è insulso perché non si fa vedere, non puoi lasciarlo fuori casa, non puoi decidere «oh, lo metto sotto con l’auto che non sapete quanto mi sta antipatico». No. Lui arriva quando e dove vuole. Ti raggiunge seppur sei tappato in casa da ore, con le finestre chiuse, le persiane sigillate,  la porta serrata con doppia mandata. Luce spenta, si sa mai che si accorge che sono in casa (shhh, leggete col fiato quanto vi dico). Probabilmente invece si è già nascosto da qualche parte – chessò, su un vestito -, ti è saltato addosso di soppiatto mentre salivi le scale o mentre ti lavavi le mani. Ad un certo punto, si decide e ti esplode in faccia. «Spara, spara maledetto. Provaci ancora. Si, si, dico a te. Non mi guardare come se fossi sorpreso e togliti quell’aria da santerellino». Non servono chissà quali rivoluzioni copernicane o quali grandi ricerche scientifiche. Per viaggiare nel tempo basta un odore. Un maledettissimo odore che, fosse una macchina, potresti decidere di distruggere, di far fuori, di nascondere in una cantina che la riempirà di polvere dopo un pomeriggio in cui quella diavoleria ti ha sconvolto per sempre. No. Lui – l’odore – devi accettarlo e devi accettare persino l’idea che possa raggiungerti ancora. Che possa regalarti un viaggio, un istante altrove, un biglietto magico verso terre che in realtà non esistono già più. Se l’umanità chiudesse gli occhi più spesso, quietasse il proprio corpo in riva al mare – giusto a tre passi dal punto in cui l’acqua concede alla terra di esistere -, se proprio lì smettesse di pensare a tutte le stupidaggini che presume di “dover continuare a portare avanti” avrebbe certo modo di attraversarlo quel mare lì. Senza fare un passo. Perché, per viaggiare, basta un odore.

Emanuele

Quanto costa andare in Africa?

Scritto il 5 ottobre 2011 alle 12:56

Qualche giorno fa, mettendo un po’ di ordine nei cassetti, ho ripreso in mano il taccuino che mi ha accompagnato in Africa. Nelle prime pagine – da bravo viaggiatore – avevo segnato tutte le spese sostenute per fare un bilancio dell’esperienza. Ovviamente ha poco senso “catalogare” un viaggio esclusivamente in base all’aspetto economico (soprattutto quando sanno arricchirti dentro, di tanto altro, in maniera indescrivibile) però – ovviamente – le monete non crescono nel giardino di nessun uomo, così è anche giusto fare i conti col proprio portafoglio.

Sguardo africano

E dunque, quanto costa andare in Africa?

La lista che segue qui non è una regola fissa. Può servire come orientamento perché ogni viaggiatore può avere esigenze diverse: io, ad esempio, non avevo il passaporto e ho dovuto sostenerne le spese per la richiesta, d’altro canto non sono andato ad alloggiare in alberghi né ho cenato nei ristoranti del lungomare di Dakar, così le spese “in Africa” si sono limitate ai pensierini che ho portato agli amici e alle piccole donazioni che ho fatto nelle missioni in cui ho vissuto. Il mio resoconto, in pratica, può servire come memorandum iniziale per ricordarsi di tutte le stupidate di cui si ha bisogno (che non basta dire “faccio il biglietto dell’aereo e parto!”).

  • 1250 € Biglietti A/R Africa (Roma – Casablanca – Dakar)
  • 86,00 € Biglietti A/R Milano (Roma – Milano)
  • 10,00 € Moleskine
  • 42,50 € c/c per richiesta passaporto
  • 4,00 € Fototessere per passaporto
  • 40,29 € Marca da bollo per passaporto
  • 72,29 € Vaccini (iniezioni): febbre gialla, trivalente e anti epatite A
  • 117,00 € Malarone (farmaco antimalarico)
  • 42,67 € Medicine varie: Gentalin, Amaxocillina, Tachipirina, Lactoflorene, Aspirina, benda
  • 14,90 € Borsa per fotocamera
  • 22,80 € Memory card SDHC da 16GB
  • 16,90 € 4 batterie AA + caricabatterie
  • 17,00 € Olio 31 – Antizanzare
  • 29,95 € K-way K&M H&M
  • 13,87 € Spesa varia: scatolame e caramelle da portare, fazzolettini, dentifricio
  • 7,89 € Pennarelli, palloncini e pompetta
  • 4,45 € Bagnoschiuma e spago stendino
  • 150 € Regali (al ritorno) e donazione alla missione

La somma totale è pari a 1942,51€, una cifra che – fortunatamente – anche voi avete sostenuto attraverso questo blog ma che, posso assicurarvi, sarei ben felice di spendere altre dieci volte per tutto ciò che quel viaggio mi ha lasciato dentro!

Emanuele

Io sono molto calmo ma, nella mente, ho un virus latente…

Scritto il 29 agosto 2011 alle 10:34

Una delle ultime cose dette durante la verifica di fine viaggio è che io, quest’Africa, non volevo catalogarla adesso. Era facile iniziare a descrivere esperienze e sensazioni vissute ma se c’era una cosa che dell’anima senegalese mi era rimasta impressa era il suo sapersi dare tempo.

Se in Africa prendi appuntamento per le nove, devi aspettarti quella persona per le 10 meno 20. Se credi che dopo che arriva un bel gruppetto di giovani puoi far festa coi loro tam-tam, ti stai sbagliando di grosso! Una sera, proprio durante una festa che mi sembrava non partire mai, ero pronto a sfoderare qualsiasi bans mi venisse in testa pur di cambiare la situazione. Ad un certo punto un Padre missionario mi blocca “Emanuele, aspetta, hanno dei tempi diversi…“. Diedi fiducia, tornai al mio posto ed in effetti fu così: la festa partì con un ritmo diverso. Ad un certo punto ballavano… e anche noi con loro (con risultati decisamente diversi, che questi qui hanno il ritmo nel sangue).

Così, in queste settimane, ho cercato di catapultarmi in qualsiasi esperienza fosse possibile realizzare. Ogni volta che qualcuno proponeva qualcosa ero pronto a dir di sì!

Africa - 01 Africa - 02 Africa - 03

Primo giorno, andiamo a mare, «volete fare un bagno?». Chi per un motivo, chi per un altro rimane sulla spiaggia… io tolgo tutto e via! Secondo bagno nell’Atlantico della mia vita (e rispetto a quello a Finisterre devo dire che questa volta l’acqua era tremilavolte più calda e bella…).

«Vuoi provare a portare un secchio sulla testa?!»: detto… fatto. Cioè, c’ho provato. Il risultato però non è da ricordare in nessun libro dei record (o forse in qualche libro in negativo). Il secchio ovviamente era vuoto, che in quel villaggio per prendere quell’acqua dovevano fare 1km (fortunatissimi!).

Incontriamo dei bambini per strada… e tempo 30 secondi ero senza maglietta e scarpe per essere il più immerso possibile. Dopo mezz’ora mi sono accorto che sotto i piedi loro hanno delle suole (mentre io avevo due bolle… :-| ) ma vuoi mettere il piacere d’aver corso con loro, come uno di loro? Ah, se vi chiedete perché nell’altra foto teniamo la palla con la testa… non domandatelo a me! Sembra – ma non ne ho la certezza – sia un loro modo di “mettersi in posa” quando si festeggia.

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«Vuoi salire sull’asino?!» Ta-dà. In realtà questa non andò esattamente così. Più che altro avevo fatto simpatia al tizio a cui stringo la mano perché avevo sorpreso tutto il villaggio col trucco del fazzoletto che scompare nella mano… così per puro piacere ha voluto la foto di entrambi sull’asino.

Il cavallo invece è una storia a parte (e ho ancora il fondo schiena dolorante) ma l’abbiamo dovuto usare per raggiungere dei villaggi talmente isolati che neanche il pick-up aveva modo di avventurarsi.

La realtà è che di foto simili ne avrei almeno un’altra dozzina e riguardandole mi accorgo proprio di questa mia fame inarrestabile di vivere a pieno ogni secondo. Così come quando ho fatto riparare una vecchia bicicletta per potermi alzare all’alba e scoprire la vita del villaggio prima che gli altri della missione mettessero piede giù dal letto…

Darsi tempo non significa infatti star fermi. I tempi interiori e quelli esteriori possono correre a ritmi diversi e l’idea di “avere due tempi” è qualcosa, ultimamente, che mi affascina parecchio. :-)

Emanuele

PS: nell’ultima foto, con i bambini in posa, in realtà non c’entravo nulla… ma visto che non mi costava nulla rovinare una foto, sono apparso di colpo interrompendo la partita di pallone che stavo giocando!

Toubab: quello dalla pelle strana ero io.

Scritto il 17 agosto 2011 alle 20:38

Ho dormito, sono ancora un po’ raffreddato (che attraversare 5 aereoporti con relative arie-condizionate non fa bene…) ma cerco di tirare qualche somma. Premetto col dire che non credo d’aver visto una sola Africa. Ne ho viste almeno due, o forse anche tre. C’è l’Africa di Dakar e di Goree e l’Africa dei villaggi, delle missioni, dell’entroterra sub-sahariano che affascina e graffia allo stesso tempo.

Africa - 01 Africa - 02 Africa - 03

Come scrivevo ieri, ho riempito oltre 90 pagine del mio taccuino. Molto spesso ho ricordato ciò che avevo vissuto e quando possibile memorizzavo anche le testimonianze che raccoglievo. Non sapevo parlare in Wolof e col francese, solo gli ultimi giorni sapevo rispondere in maniera carina al buon giorno… come al solito però, l’inglese mi ha salvato. Ho parlato con un giovane venditore ambulante che mi ha raccontato la sua storia. Mi ero talmente immerso nella discussione che gli altri del gruppo sono usciti dal bar in cui si stavano riposando per chiedermi di entrare. Ho parlato con un insegnante, ho parlato con un carpentiere. Ho parlato in inglese tutte le volte che mi era possibile… e devo dire che è sempre stato interessante. Ogni volta ho cercato di curiosare senza fermarmi alla superficialità delle classiche domande “come fai a vivere?“, “quanto mangi?” e cose così. Abbiamo parlato della politica del Senegal, dei giovani senegalesi che sono una speranza per la rinascita della nazione. Abbiamo parlato di come l’educazione nelle scuole può fare tanto ma di come servano anche una serie di attività extra-scolastiche. Ho raccontato un po’ anche dell’Italia, della nostra situazione socio-politica. Ho cercato di far capire che tutto il mondo è paese. Col carpentiere, che era anche un ottimo maestro di musica, abbiamo persino parlato – con una birra in due – di donne, di amore, di passioni…

Sapete, più vado avanti, più mi rendo conto di quanto piccola sia la possibilità di raccontarvi tutto ciò che ho incontrato in questi 16 giorni vissuti con un’intensità devastante. Se mi concentro su questi discorsi dimentico la bellezza dei paesaggi oppure l’aver visto come un intero villaggio dipende da un pozzo di 55 metri che tira acqua attraverso due asini. E se vi parlo di questo trascuro un’altro aspetto mille-mila-anni-avanti-a-noi del Senegal: la convivenza pacifica tra le religioni. Lì infatti il cristiano non odia il musulmano e viceversa. Entrambi riescono a rispettarsi e addirittura ad apprezzarsi per ciò che sono. Un giorno abbiamo fatto visita ad un villaggio di poco meno di 80 anime. Eravamo missionari cristiani eppure tutti, musulmani compresi, quel giorno si son fermati per accoglierci (e per quante ore dovrei parlare adesso del nostro rispetto del tempo?) e tra danze e racconti ci hanno mostrato le difficoltà della loro comunità. Ah, prima che parlasse il capo villaggio ha parlato anche una donna. Nonostante siano qualche secolo più indietro di noi per tanto altro, loro hanno già una associazione delle donne (che nella loro società ha un ruolo importantissimo: mantiene la casa e gli affari). La cosa mi ha stupito piacevolmente e, come diceva qualcuno, questo mostra quanto l’africano – in realtà – sia molto più intelligente di un bianco. Quel giorno ci han raccontato della difficoltà nel trovare il cibo che porta 1 persona su 2 (si, una su due!) ad avere al massimo un pasto al giorno o dell’assenza di strade per raggiungere i villaggi più grandi (noi siamo arrivati lì su due piccole carrozze trainate da un cavallo perché neanche il pick-up poteva avventurarsi in quel bosco…).

Africa - 04 Africa - 05 Africa - 06 Africa - 07

Potrei parlarvi inoltre di quando uno stuolo di donne m’ha assalito – non so ancora bene perché visto che non capivo – e mi son ritrovato, da solo, accolto in quel villaggio a ballare al ritmo delle loro musiche cercando come fuggir via. Anche perché lì, quando vedono un bianco, vogliono sposarlo. Perché è una via di fuga verso l’occidente che affascina perché vien visto ricco e prosperoso. Qualche donna, mi ha addirittura chiesto di portar con me i suoi figli più piccoli…

Non so, fatico nel trovare le parole adatte e sapevo già che sarebbe finita così. Dovrei anche raccontarvi di me, di come ho voluto e saputo vivere questo viaggio ma almeno per quello proverò a dedicare un post a parte. Intanto sono ancora in attesa del mio bagaglio. A Casablanca han trattenuto quelli di mezzo aereo e io avevo lasciato le chiavi di casa mia lì dentro così prima di riprendere la mia vita mi sto godendo questo rientro lento, distante anche dal mio cellulare. Forse, più che una sfortuna, devo considerarla una manna dal cielo… avrei sentito ancor più devastante riappropriarmi in pochi minuti di tutto ciò che mi ha sempre circondato.

L’Africa più che colpire quando si arriva, da una mazzata quando vai via. In questi giorni mi sento strano: lì non avevo niente, eppure mi sembrava d’avere tutto ciò di cui si può aver bisogno e – addirittura – ero tra i fortunati. Qui, cosa diamine divento?

Emanuele

PS: “Toubab” significa “bianco” e i bambini dei villaggi erano soliti gridarlo quando ci vedevano arrivare. Ah, se cliccate sulle foto potete vederle ingrandite. Ho fatto oltre 1800 scatti, non ho ancora idea di come farvi vedere – con un minimo di descrizione – ciò che dagli occhi si è andato ad incastrare nel cuore.

La fine è il mio inizio.

Scritto il 17 agosto 2011 alle 1:21

Da dove parto? Da un sorriso? Da una stella? Da un bacio? Da un piatto di riso? Da una donna che porta l’acqua sulla testa? Da un asinello martoriato dalle frustate? Dal sapore del facocero? Dal salam aleikum? Dal bagno nell’Atlantico? Dalle coltivazioni di arachidi? Dal mortaio per rendere ogni cibo una conserva in polvere? Da due mani intrecciate? Da un pozzo? Dalle religioni che convivono pacifiche? Dal fatto che sono ancora fuori casa? Dal viaggio sul cassone del pick-up? Dalla mia caduta da cavallo? Dai bambini che si lavavano in una pozza d’acqua? Dal cibo così diverso dal nostro? Dalla parola toubab? Dall’aver stravolto il mio modo di pensare ed agire? Dall’esserci riuscito? Dall’aver preparato lo zaino, di notte, a lume di candela? Dall’essermi lavato con un secchio? Dall’aver giocato a piedi scalzi? Dall’aver conosciuto persone con un senso d’accoglienza mai visto prima? Dal fiume guadato col pick-up? Dall’aver avvertito in maniera quasi tangibile la presenza di Dio uno degli ultimi pomeriggi a Koumpentoum? Dall’aver fatto vari chilometri, da solo in bicicletta, alle sette del mattino per soddisfare una irrefrenabile sete di scoperta che avevo dentro ogni giorno?

Sono arrivato oggi a Milano, dopo tre giorni di viaggio. Ho un taccuino pieno di roba. Ho scritto – senza neanche rendermene conto – oltre 90 pagine. Pensieri e cronache, domande e risposte.

E’ successo di tutto tanto che fatico nel capire cosa dirvi prima, come scriverlo e quanto a fondo provare ad andare. In ogni caso, ho come l’impressione, che questo ritorno sarà anche… la fine. Ho un brivido, vado a sdraiarmi. Dormire. Sognare. Domani ci riprovo.

Emanuele

Africa, I am coming!

Scritto il 30 luglio 2011 alle 0:02

E’ tutto pronto! Prima pillola di malarone presa, zaino chiuso. Poche ore e inizia l’avventura… tra le tante cose che ho deciso di lasciare si è aggiunto l’orologio: vivrò seguendo i ritmi che mi verranno suggeriti, senza inseguire due lancette legate al polso come faccio ogni giorno. Tra pochi minuti conservo in un cassetto anche iPhone e Macbook. Libertà!

Zaino e scarponi

Buone settimane a tutti. Qui, a parte una (bella) frase programmata per domani, non ci sarà altro. Ci si risente al mio ritorno (così – anche voi – vi disintossicate da queste pagine inutili)! :-)

Emanuele

Scorre già nelle vene.

Scritto il 28 luglio 2011 alle 17:55

Domani è l’ultimo giorno prima della partenza, così stasera andrò a cena dai miei. Saluti a tutti, ultime raccomandazioni da sentire (e sorbire), qualche altra informazione da dare e poco più.

Domani sera chiuderò tutto e non dovrà mancare più nulla: non sarà facile sopperire a qualcosa dimenticata e non sono il tipo che inizia a chiedere quando sa di mettere in difficoltà. Devo stare attento o dovrò stringere i denti durante l’intero il viaggio… :timid:

Strada interrotta

Comunque, questa foto è quasi una cartolina per me. L’ho ricevuta oggi pomeriggio da un missionario che è lì da alcuni giorni. Mi raccontava come sta procedendo il suo viaggio. Ha percorso 60km in oltre due ore e ad un certo punto sono rimasti bloccati da un albero caduto durante la notte.

Io non vedo l’ora di essere lì, su quella Toyota, con lo zaino buttato dietro con noncuranza, con le scaffe che ti fan saltare sul sedile, con l’aria calda, i pantaloncini corti che vorresti ancora più corti, con gli insetti fuori e il vetro sporco che non conosce – e non conoscerà mai – l’esistenza degli autolavaggi drive-in. Con le mani perennemente sporche e un po’ di cianfrusaglie nelle tasche, con qualche indigeno che parla francese che faticherò a comprendere ma, come amava dire Terzani: «(quando faticate a comunicare) cominciate tutto con una gran risata e finite tutto con una gran risata!». Così quando non capirò… sorriderò!

Domani mattina lavoro per l’ultimo giorno prima di un viaggio che, seppur breve, mi sembra di aver aspettato da una vita. Non credo farà miracoli, non credo stravolgerà ciò che sono, sicuramente però sarà un altro tassello dal peso non indifferente.

Emanuele

Ogni mattina in Africa…

Scritto il 27 luglio 2011 alle 22:31

Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole una gazzella muore… una gazzella si sveglia già morta, perché non stava bene già il giorno prima.
Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole un leone si sveglia, comincia a correre, per evitare di fare la fine della gazzella del giorno prima, solo che quando inizia a correre vede la gazzella del giorno prima, e quindi dice: “Ma che corro a fare stamattina, la gazzella è già quì, visto che ci sono ci tiro due smozzicate“.
Intanto, da lontano, si avvicinano la iena e lo sciacallo che dicono: “Scusa leone, ma stamattina non si corre?“.
Eh no! Perché c’è la gazzella già qua!” – “Ma come, ci siamo allenati tutta la settimana, mi sono comprato anche la tutina nuova“.
Comunque, la morale è: “Ogni mattina in Africa, non importa che tu sia un armadillo o un pavone, l’importante è che se muori me lo dici prima”.

Aldo, Giovanni e Giacomo

Tra i tanti aspetti che ruotano intorno un viaggio, uno di quelli è lasciare le indicazioni di dove si va. Stasera ho inviato alla mia famiglia una bella e-mail con orario di voli, coincidenze, scali, contatti e organizzazione per sommi capi del viaggio. Solitamente basta dire tutto a voce e si va, questa volta invece era meglio lasciare tracce scritte perché non credo sarà facilissimo mettermi in contatto con loro.

Non ho intenzione di farmi accadere nulla di pericoloso però mi ha impressionato non poco quando ho deciso di scrivere anche il mio numero di passaporto. Della serie “se son disperso e ho perso la memoria, chiedete di ritrovare quest’uomo qui…”. :timid:

Continuo a riempir lo zaino…

Emanuele