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E’ il tempo.

Scritto il 9 gennaio 2012 alle 21:23

E’ il tempo dei raccolti e dei sacchi vuoti. E’ il tempo del rumore, pungente, degli arbusti che si spezzano e bruciano sotto il fuoco imperioso e delle camelie che gridano congelate tra centimetri di neve. E’ il tempo delle scarpe, due o tre paia, che ti sembra di vedere, di avere tue, di sogni notturni avvolti nella confusione di chi – dovendo scegliere – non sa da che lato partire e di altre scarpe che, invece, al mattino dopo non ritrovi più lasciandoti sorpreso e confuso. E’ il tempo delle mille domande a Dio sussurrate nel buio, e della sua presenza che senti accanto ma che continui a non vedere come, da millenni, milioni di altri uomini. E’ il tempo della ricchezza e della povertà, delle illusioni e delle fondate certezze. Del freddo e del caldo che si alternano tra dentro e fuori, della vitalità che ti garantisce d’esser ancora sul pianeta e della noia maledetta che ti porta a dire che c’è del ghiaccio dentro. E’ tempo della voglia di fare e della voglia di fuggire. E’ tempo di silenzio e di chiacchiere infinite. E’ il tempo delle scoperte e il tempo della monotonia. E’ il tempo del peccato e della grazia. E’ il tempo che non passa, ma che passa troppo velocemente. E’ la fame, la paura, la felicità e la sazietà. E’ il tempo del pensiero come unica conferma della tua esistenza – della tua resistenza – e delle parole che ti sembrano inutili come uno scolapasta per ombrello. E’ il tempo dei bisogni e dell’opulenza. E’ il tempo dell’indipendenza e dell’assoluta incapacità. E’ il tempo di parole impossibili da sputar fuori e di altre che volano come fossero aquile piuttosto che parole. E’ il tempo del bianco, del nero e di tutti quei colori che hai assorbito. E’ il tempo di guardarsi allo specchio per capir ciò che si è e il tempo di non badar troppo a come si è sempre stati. E’ il tempo di ritmi lenti che non durino troppo. E’ tempo di notti insonni e di grandi letarghi. E’ il tempo di particelle eccitate e di stasi continue. E’ il tempo di un piatto con una fetta di carne ancora congelata che dovrai cucinare e il tempo di torte alla frutta. E’ il tempo di equilibri e cadute. E’ il tempo di ingenuità e scelte minuziosamente intraprese. E’ il tempo di diagrammi, schemi, effetti e previsioni. E’ il tempo dei tarocchi. E’ il tempo di libri, di pagine divorate e momenti di fuga da tutto ciò che è scrivere. E’ il tempo di torture e di battaglie vinte. E’ il tempo di nuove responsabilità e di spensieratezze. E’ l’assenza di emozioni e vortici in cui ti perdi. E’ l’inverno. E’ il mio inverno. E’ agitazione, in un bianco che altro non è che un nero esploso.

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Guardatelo così, è così che l’ho amato.

Emanuele

Fatti vedere, bastardo.

Scritto il 24 novembre 2011 alle 18:56

Un odore. Basta quello. Un maledettissimo e bastardissimo odore. Lui lo sa e per questo arriva. Però è insulso perché non si fa vedere, non puoi lasciarlo fuori casa, non puoi decidere «oh, lo metto sotto con l’auto che non sapete quanto mi sta antipatico». No. Lui arriva quando e dove vuole. Ti raggiunge seppur sei tappato in casa da ore, con le finestre chiuse, le persiane sigillate,  la porta serrata con doppia mandata. Luce spenta, si sa mai che si accorge che sono in casa (shhh, leggete col fiato quanto vi dico). Probabilmente invece si è già nascosto da qualche parte – chessò, su un vestito -, ti è saltato addosso di soppiatto mentre salivi le scale o mentre ti lavavi le mani. Ad un certo punto, si decide e ti esplode in faccia. «Spara, spara maledetto. Provaci ancora. Si, si, dico a te. Non mi guardare come se fossi sorpreso e togliti quell’aria da santerellino». Non servono chissà quali rivoluzioni copernicane o quali grandi ricerche scientifiche. Per viaggiare nel tempo basta un odore. Un maledettissimo odore che, fosse una macchina, potresti decidere di distruggere, di far fuori, di nascondere in una cantina che la riempirà di polvere dopo un pomeriggio in cui quella diavoleria ti ha sconvolto per sempre. No. Lui – l’odore – devi accettarlo e devi accettare persino l’idea che possa raggiungerti ancora. Che possa regalarti un viaggio, un istante altrove, un biglietto magico verso terre che in realtà non esistono già più. Se l’umanità chiudesse gli occhi più spesso, quietasse il proprio corpo in riva al mare – giusto a tre passi dal punto in cui l’acqua concede alla terra di esistere -, se proprio lì smettesse di pensare a tutte le stupidaggini che presume di “dover continuare a portare avanti” avrebbe certo modo di attraversarlo quel mare lì. Senza fare un passo. Perché, per viaggiare, basta un odore.

Emanuele

11-11-11.

Scritto il 11 novembre 2011 alle 21:26

Oggi è l’ultimo giorno binario del secolo. Oggi è il primo giorno della mia vita in cui dormo nel mio monolocale.

Il mondo e io. Ognuno osserva il tempo dalla prospettiva che preferisce.

Emanuele

Io sono molto calmo ma, nella mente, ho un virus latente…

Scritto il 29 agosto 2011 alle 10:34

Una delle ultime cose dette durante la verifica di fine viaggio è che io, quest’Africa, non volevo catalogarla adesso. Era facile iniziare a descrivere esperienze e sensazioni vissute ma se c’era una cosa che dell’anima senegalese mi era rimasta impressa era il suo sapersi dare tempo.

Se in Africa prendi appuntamento per le nove, devi aspettarti quella persona per le 10 meno 20. Se credi che dopo che arriva un bel gruppetto di giovani puoi far festa coi loro tam-tam, ti stai sbagliando di grosso! Una sera, proprio durante una festa che mi sembrava non partire mai, ero pronto a sfoderare qualsiasi bans mi venisse in testa pur di cambiare la situazione. Ad un certo punto un Padre missionario mi blocca “Emanuele, aspetta, hanno dei tempi diversi…“. Diedi fiducia, tornai al mio posto ed in effetti fu così: la festa partì con un ritmo diverso. Ad un certo punto ballavano… e anche noi con loro (con risultati decisamente diversi, che questi qui hanno il ritmo nel sangue).

Così, in queste settimane, ho cercato di catapultarmi in qualsiasi esperienza fosse possibile realizzare. Ogni volta che qualcuno proponeva qualcosa ero pronto a dir di sì!

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Primo giorno, andiamo a mare, «volete fare un bagno?». Chi per un motivo, chi per un altro rimane sulla spiaggia… io tolgo tutto e via! Secondo bagno nell’Atlantico della mia vita (e rispetto a quello a Finisterre devo dire che questa volta l’acqua era tremilavolte più calda e bella…).

«Vuoi provare a portare un secchio sulla testa?!»: detto… fatto. Cioè, c’ho provato. Il risultato però non è da ricordare in nessun libro dei record (o forse in qualche libro in negativo). Il secchio ovviamente era vuoto, che in quel villaggio per prendere quell’acqua dovevano fare 1km (fortunatissimi!).

Incontriamo dei bambini per strada… e tempo 30 secondi ero senza maglietta e scarpe per essere il più immerso possibile. Dopo mezz’ora mi sono accorto che sotto i piedi loro hanno delle suole (mentre io avevo due bolle… :-| ) ma vuoi mettere il piacere d’aver corso con loro, come uno di loro? Ah, se vi chiedete perché nell’altra foto teniamo la palla con la testa… non domandatelo a me! Sembra – ma non ne ho la certezza – sia un loro modo di “mettersi in posa” quando si festeggia.

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«Vuoi salire sull’asino?!» Ta-dà. In realtà questa non andò esattamente così. Più che altro avevo fatto simpatia al tizio a cui stringo la mano perché avevo sorpreso tutto il villaggio col trucco del fazzoletto che scompare nella mano… così per puro piacere ha voluto la foto di entrambi sull’asino.

Il cavallo invece è una storia a parte (e ho ancora il fondo schiena dolorante) ma l’abbiamo dovuto usare per raggiungere dei villaggi talmente isolati che neanche il pick-up aveva modo di avventurarsi.

La realtà è che di foto simili ne avrei almeno un’altra dozzina e riguardandole mi accorgo proprio di questa mia fame inarrestabile di vivere a pieno ogni secondo. Così come quando ho fatto riparare una vecchia bicicletta per potermi alzare all’alba e scoprire la vita del villaggio prima che gli altri della missione mettessero piede giù dal letto…

Darsi tempo non significa infatti star fermi. I tempi interiori e quelli esteriori possono correre a ritmi diversi e l’idea di “avere due tempi” è qualcosa, ultimamente, che mi affascina parecchio. :-)

Emanuele

PS: nell’ultima foto, con i bambini in posa, in realtà non c’entravo nulla… ma visto che non mi costava nulla rovinare una foto, sono apparso di colpo interrompendo la partita di pallone che stavo giocando!

Vedono meglio di noi.

Scritto il 18 agosto 2011 alle 19:56

Sapevo che la vita nei villaggi distanti da quel minimo di civiltà chiamato “Dakar” sarebbe stata diversa. Con una cosa però non avevo fatto i conti come si deve: il buio.

Vederlo per la prima volta mi ha lasciato senza parole e, al volo, mi sono accorto che era come una perla incastonata in un fondale profondissimo. Avrei potuto riportare indietro qualsiasi cosa. Potrò raccontarvi di testimonianze più o meno toccanti o mostrarvi foto più o meno interessanti ma – in alcun modo – potrò farvi capire cosa rappresenti il buio. Questa sensazione, ogni volta che arrivava la sera, mi affascinava e infastidiva allo stesso tempo. Il buio non puoi fotografarlo: se usi il flash… non è più buio.

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Nei villaggi si vive al ritmo della natura. La sveglia è all’alba anche per i bambini e non semplicemente perché bisogna abituarli alle “sane abitudini” che si impongono (con un’impegno che rasenta lo zero) anche ai bambini occidentali, piuttosto perché nelle capanne in cui vivono, dopo che sorge il sole, il caldo inizia ad essere insopportabile e su un unico letto dormono 5-6 persone. Così… tutti fuori, alla ricerca di protezione sotto un albero o sotto una di quelle strutture (che da scout ho apprezzato perché stavano in piedi senza usare neanche 2cm di cordino…) che rappresentano il loro “soggiorno“.

La sera, dopo il calare del sole però la vita non si ferma immediatamente. Continua ancora per qualche ora ed è lì che conosci cosa significhi vivere senza luce. Nei villaggi infatti non si accedono fuochi. Forse possono permetterselo in altre zone dell’Africa oppure il fuoco è riservato alle grandi feste ma… non è possibile bruciare legno ogni sera (significherebbe abbattere alberi in quantità smisurata impoverendo la terra ancor di più…). Così, semplicemente, si vive nella più totale oscurità.

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L’ultima mattina, quando andammo via dal villaggio, nella missione mancava la luce. La sveglia – per ragioni logistiche – avvenne prima dell’alba e mi ritrovai a richiudere lo zaino a lume di candela; nello stesso istante in cui accesi quella misera fiammella però mi resi conto che loro non usavano neanche quelle.

Vedono meglio di noi. E’ questa la realtà. Crescono abituati sia alla luce che al buio e così riescono a muoversi agevolmente con la sola luce della luna. La vita non si ferma: c’è chi chiacchiera, chi gioca e chi continua a far qualcosa in “cucina“. Abbiamo fatto qualche giro nel villaggio dopo il tramonto e quando spegnevamo la torcia era divertente far silenzio e sentire quanta vita ci fosse intorno nonostante fosse tutto invisibile.

Quante capacità del nostro corpo lasciamo silenti pensando di non essere in grado di far di più?

Emanuele

Africa, I am coming!

Scritto il 30 luglio 2011 alle 0:02

E’ tutto pronto! Prima pillola di malarone presa, zaino chiuso. Poche ore e inizia l’avventura… tra le tante cose che ho deciso di lasciare si è aggiunto l’orologio: vivrò seguendo i ritmi che mi verranno suggeriti, senza inseguire due lancette legate al polso come faccio ogni giorno. Tra pochi minuti conservo in un cassetto anche iPhone e Macbook. Libertà!

Zaino e scarponi

Buone settimane a tutti. Qui, a parte una (bella) frase programmata per domani, non ci sarà altro. Ci si risente al mio ritorno (così – anche voi – vi disintossicate da queste pagine inutili)! :-)

Emanuele

Pazienta.

Scritto il 10 luglio 2011 alle 12:00

Ciottoli levigati

Mentre cammino, penso, e i pensieri più spigolosi si levigano da soli.
Per via dell’attrito. È una regola fisica.

Enrico Brizzi – Nessuno lo saprà

Emanuele

(photo credits)

Alla felicità (che vorresti non finisse mai).

Scritto il 4 luglio 2011 alle 17:44

Balliamo. Dimmi di si, «dimmi di si», ti prego. Balliamo e ruotiamo. Fammi sentire il rumore dei tuoi passi a pochi millimetri dai miei, emozionati. Lasciati stringere, lascia che i miei occhi incontrino i tuoi e poi, entrambi e simultaneamente, chiudiamoli. Danziamo. Lasciamo che la musica ci abbracci, ci avvolga e ci renda immensamente felici. Fammi sentire il battito del tuo cuore, fallo scoprire al mio petto. Le mie mani ti possiedono. Ti fanno sentire protetta. Le tue, dietro al mio collo, ricordano alla mia testa che non deve volare. Eppure sta già volando, eppure è così dannatamente persa di te, per te, con te. Lasciala volteggiare, per una volta non trattenerla, regalami l’euforia del momento che saprò trasformare in un eco perpetuo. Accuccia adesso le tue braccia tra i nostri corpi, fa che sentano il calore e che possano ricordarlo quando questa musica sarà finita. Insegna alle mie membra un movimento che sia in piena armonia col tuo. Fa che le mie e le tue siano un tutt’uno. Non farmi cogliere più dove finisce il mio corpo, dove inizia il tuo. Rendimi incapace di pensare che possa esistere, d’ora in avanti, un “me” senza “te“. Torna ancora suoi miei passi, concentrati e controllali. Torna, ritorna. Vai via. Ma torna. Lascia che questa musica possa incantarsi di fronte a ciò che diventiamo. E’ l’unico modo per renderla eterna.

Emanuele