Archivio dei post taggati ‘sorridere’

Scorre già nelle vene.

Scritto il 28 luglio 2011 alle 17:55

Domani è l’ultimo giorno prima della partenza, così stasera andrò a cena dai miei. Saluti a tutti, ultime raccomandazioni da sentire (e sorbire), qualche altra informazione da dare e poco più.

Domani sera chiuderò tutto e non dovrà mancare più nulla: non sarà facile sopperire a qualcosa dimenticata e non sono il tipo che inizia a chiedere quando sa di mettere in difficoltà. Devo stare attento o dovrò stringere i denti durante l’intero il viaggio… :timid:

Strada interrotta

Comunque, questa foto è quasi una cartolina per me. L’ho ricevuta oggi pomeriggio da un missionario che è lì da alcuni giorni. Mi raccontava come sta procedendo il suo viaggio. Ha percorso 60km in oltre due ore e ad un certo punto sono rimasti bloccati da un albero caduto durante la notte.

Io non vedo l’ora di essere lì, su quella Toyota, con lo zaino buttato dietro con noncuranza, con le scaffe che ti fan saltare sul sedile, con l’aria calda, i pantaloncini corti che vorresti ancora più corti, con gli insetti fuori e il vetro sporco che non conosce – e non conoscerà mai – l’esistenza degli autolavaggi drive-in. Con le mani perennemente sporche e un po’ di cianfrusaglie nelle tasche, con qualche indigeno che parla francese che faticherò a comprendere ma, come amava dire Terzani: «(quando faticate a comunicare) cominciate tutto con una gran risata e finite tutto con una gran risata!». Così quando non capirò… sorriderò!

Domani mattina lavoro per l’ultimo giorno prima di un viaggio che, seppur breve, mi sembra di aver aspettato da una vita. Non credo farà miracoli, non credo stravolgerà ciò che sono, sicuramente però sarà un altro tassello dal peso non indifferente.

Emanuele

We do love fresh water bubbles!

Scritto il 8 luglio 2011 alle 8:43

C’è che finché io, nelle industrie in cui andrò, saprò vedere qualche faccina, non avrò il terrore d’esser finito in luoghi asettici, duri, freddi, maleodoranti, pericolosi, inospitali, rigidi, rumorosi, austeri e precisi.

Valvole sorridenti

E sarà sempre così. Tutto col gioco, nulla per gioco scrissi una volta. :-)

Emanuele

Il quarto stato.

Scritto il 21 giugno 2011 alle 18:31

In questi giorni la sveglia suona alle 6 e 40. Alle 7 e 20, dopo una doccia fredda obbligatoria ed una colazione veloce, esco da casa. Alle 8 sono in un’industria a circa 40km da dove vivo.

E’ un ambiente diverso da quello in cui lavoro di solito. La location è composta da tanti capannoni che oserei definire storici: negli anni quaranta/cinquanta li utilizzava un colorificio che nel dopo-guerra non andò troppo distante.

Il quarto stato

All’interno dell’aerea, cui si accede solo se si ha il permesso necessario, lavorano alcune centinaia di operai che producono, ventiquattro ore su ventiquattro, liquidi di contrasto (avete presente quando vi fate un’ecografia…?). L’impianto non si ferma mai, non esiste la notte o il giorno, quelle pompe, valvole e condotte vanno avanti da anni.

Io, ogni mattina, alle 8 e 15 salgo le scale all’interno di un vecchio capannone. Stiamo modellando una nuova parte di impianto e, questa volta mi tocca dirlo, mi è stato assegnato un compito noiosissimo. Non è di questo che vorrei parlarvi però.

Il vecchio capannone in cui entro dovete immaginarlo proprio come uno di quelli inquadrati in alcuni film americani degli anni ’50: c’è una grande area in cui gli operai lavorano e poi, al centro, c’è una struttura autoportante, in ferro, da cui anni fa il capo cantiere urlava gli ordini. Io salgo lì sopra e al posto di un vecchio ufficio polveroso incontro… un vecchio ufficio polveroso con vari computer in aggiunta.

E’ tutto impolverato, tant’è che mi è facile notare la comodità del bagno con le luci coi sensori automatici dell’ufficio da cui provengo. Non è questo che mi impressiona però.

Ciò che mi ha colpito di più sono gli operai. Li vedi andare in giro per l’area industriale con le tute da lavoro - delle salopet blu navy – gli scarponi di sicurezza e i caschetti gialli. Non so se siano felici vestiti tutti uguali.

Ho scoperto che la pausa sigaretta/caffé avviene in una piccola stanza, su uno dei viali dell’industria. Lì, tra le finestre anni ’40 e le mattonelle – grigie a terra e giallo scolorito alle pareti – hanno piazzato alcuni distributori automatici. Fumano lì dentro e non oso immaginare cosa possa diventare quella stanza quando, d’inverno, quelle piccole finestre basculanti vengono chiuse per proteggere dal freddo chi fa una pausa. A me, per contrasto, appare al volo l’immagine della mia sala “pausa” che ha persino il frigo e il microonde per chi vuol prepararsi un té al volo.

Non so se siano felici. A me, guardandoli, ricordano le lotte di classe, le prime rivolte, lo statuto dei lavoratori, gli scioperi e i sindacati. «Sono loro» dico tra me e me. Sono proprio loro, che si muovono in squadre e che quando il capo squadra li invita a tornare al lavoro spengono la sigaretta per seguirlo verso una delle strutture in cui scompariranno per qualche altra ora.

In un angolo del “Capannone 14” in cui entro io la mattina c’è un tavolo in cui alcuni operai del reparto manutenzione riparano ciò che è arrivato. Alle pareti, oltre all’immancabile calendario sono appesi alcuni poster: due donne nude, un poster sul calcio e qualche bella moto. Mi ruba un sorriso, non tanto la visione di quelle bionde siliconate, quanto lo stereotipo che quella scena rappresenta. Non so se siano felici. Lo ripeto perché ho sentito che l’ambiente, in quest’industria, non è delle migliori «Va avanti chi frega l’altro» mi aveva informato un collega giorni fa.

E’ tutto roba da cartolina. Avrei voglia di vagare per ore all’interno vestito come un giovane reporter degli anni ’60. Purtroppo per motivi di sicurezza, nell’intera area, una volta varcato l’ingresso oltre a non poter scattare foto è vietato persino utilizzare i cellulari che vanno, insindacabilmente, spenti. Tutti noi viviamo tutto il giorno col cellulare acceso; questo centinaio di persone, probabilmente, il cellulare lo utilizza nel weekend e anche questa stupida regola basta a farmi apprezzare (come se non lo facessi già abbastanza) il lavoro che Dio ha voluto per me. Io, più giovane di tanti lì dentro e vergognosamente più fortunato.

Intanto ho pranzato con loro nella loro mensa e una cosa mi è chiara: non importa quanto il lavoro che fai sia duro, sporco o poco appagante. L’importante è che il pane non manchi e che sia buono. E’ così probabilmente che, nella storia, i vecchi padroni riuscivano a rabbonire i lavoratori. E’ così che, nel 2011, quelle persone “nonostante tutto” svolgono giornalmente il loro lavoro. Senza troppi sorrisi ma con un pranzo migliore di quello che giornalmente mi tocca nei locali visibilmente più “in” intorno al mio ufficio.

Nonostante la sveglia suoni più presto del solito, mi sembrano una fortuna questi 40km mattutini. Tutto quello che vedi ai TG quando Marchionne richiede “più sacrifici” ai dipendenti che non vogliono ascoltarlo, qui è storia concreta e tangibile e poterne prendere coscienza così da vicino ti apre gli occhi e ti fa sperare che, tra quelle macchine, un bel giorno possano diffondersi anche solo due sorrisi in più. Perché è tutta gente che non ha l’auto comoda ed elegante, ma porta avanti il paese con silenzio, fatica e tanti sacrifici.

Emanuele

SuperMan-u e la super-vista!

Scritto il 18 maggio 2011 alle 10:27

Stamattina, in azienda, è venuto il medico per certificare l’idoneità alla mansione svolta. Era la mia prima volta e così ha dovuto compilare l’intera scheda.

Oltre ad averlo piacevolmente colpito dicendogli che vado a lavoro in bicicletta (a proposito, il contachilometri è già a quota 560km pedalati!), ho fatto il test della vista.

Concluso il test il medico ha esclamato “ha un’acuità visiva impressionante” a dispetto delle ore che – per lavoro e non solo – passo davanti al computer. 8-)

Quand’ero piccolo, giusto per raccontarvi un aneddoto, l’oculista da cui mi portò mia madre, a fine visita mi chiese “quanti clienti mi rimangono?” insinuando che fossi in grado di vedere attraverso le pareti.

Così, anche oggi, dodici decimi segnati sulla scheda e io che vado via con un sorriso sornione. :eeeh:

Emanuele

Esse.

Scritto il 29 aprile 2011 alle 17:05

Io mi sento un po’ Clark Kent ragazzi miei. Ma non Clark Kent che vola o che fonde le cose con gli occhi.

Io mi sento un po’ Clark Kent quando la mattina, magari già in sella alla bicicletta, tento di chiudere la serratura del garage e però le chiavi finiscono a terra e allora mi abbasso ma il filo degli auricolari si blocca nel manubrio, mi si staccano dalle orecchie, e nel colpo il manubrio si gira e la ruota anteriore fa scivolare la bici verso terra. Mi sento un po’ Clark Kent quando – al lavoro – aspetto una telefonata (una! che ancora ne ricevo pochissime), e mi scappa la pipì e non so se correre al bagno o aspettare un altro minuto. Mi sento un po’ Clark Kent quando qualcuno si presenta con – mettiamo – “Piacere, Matteo” e io sovrapensiero rispondo istintivamente “Piacere, Matteo!dovendo motivare successivamente che cavolo ho detto. Mi sento un po’ Clark Kent quando in una “serata pizza&film” aprendo la prima birra faccio distruggere un bicchiere per terra. Mi sento un po’ Clark Kent quando, prima di andar via dal lavoro, entro in una grande sala vuota e chiudo silenziosamente la porta credendo d’esser solo per cambiare maglietta prima di ripartire in bici e mentre mi cambio mi accorgo di non aver notato uno che lavorava al pc nella sala. Mi sento un po’ Clark Kent quando, a casa, un amico mi offre il caffé col vassoio (roba che non accade praticamente mai) e il gatto accovacciato accanto a me mi spaventa e faccio volare l’intero vassoio. Mi sento un po’ Clark Kent quando devo brindare alla firma del contratto con gli amici e verso una birra intera sul tavolo in cui stavamo cenando.

Perché io la maglietta con la mitica-S l’ho, miei cari amici. Dovrei semplicemente ricamargli accanto, in piccolo per preservare un briciolo di dignità, “figato“. Che poi magari non tutti se ne accorgono.

C’è esse ed esse ragazzi miei…

Emanuele

Mamma, mamma, guardaaaa!!!

Scritto il 19 marzo 2011 alle 10:23

Monociclo sull'erba

Passare col monociclo, davanti una scuola elementare-media mi ricorda la storia del pifferaio magico; lui che girando per le vie del paese incantava i topolini e li trascinava con sé! Io non vengo seguito, ma quando attraverso le vie del paesino in cui vivo, gli occhi dei passanti ricalcano puntualmente ogni ciottolo che la ruota calpesta.

Dovreste provare. Dovreste provare a far sorridere, così, senza far nulla. Pedalando. E’ una cosa – questa – che continua a sorprendermi (e motivarmi…). :joy:

Devo finir di colorare il mondo che vorrei abitare,
un giorno, che piove, disegnerò sale
,
con l’acqua del cielo mi farò il mare

Bandabardò – Disegnata

Forse in questo momento non potrò fare volontariato in qualche associazione, ma credo che anche questo sia un piccolo (issimo, esimo, infimo) servizio alla comunità… :-)

Emanuele

Circondatevi!

Scritto il 11 marzo 2011 alle 9:40

Sapete, io sono convintissimo che quando non si può avere ciò che magari si desidera, uno dei metodi migliori per ingannare il tempo (e lasciare che i tempi di chi sta in Alto siano maturi) è quello di circondarsi di tutto ciò che ci diverte, una cosa che – detta così – sembra banale e scontata, ma dare spazio alle nostre qualità e potenzialità è un modo bellissimo per aspettare.

Da ieri, nelle mie giornate, ho introdotto una novità che era in mente da tempo e che l’arrivo della primavera inizia a concedere (sebbene si esca ancora con sciarpa e guanti e berretto di lana): vado e torno dal lavoro in bicicletta! Oggi è il secondo giorno, sono appena 13 chilometri in totale ma mi sveglio mezz’ora prima ed è piacevolissimo arrivare coi muscoli che formicolano!

Non contento ieri sera – rullo di tamburi – sono andato a prendere il pane in monociclo! Un chilometro percorso raccogliendo i complimenti di chi ho incontrato in piazza… 8-)

Così, ripeto, circondatevi di tutte le idee più strane e strambe che vi possano passare in mente! Cambiare abitudini, aggiungere continue novità vi tiene vivi! Cercare nuove felicità in piccoli diversivi vi abitua a godere di ogni singolo istante delle vostre giornate!

Emanuele

Chissà se ha ancora lo stesso sorriso…

Scritto il 11 febbraio 2011 alle 13:42

Uno dei tronchi più felici che abbia mai conosciuto, l’ho incontrato ad un campo invernale scout due anni fa. Mi trovavo in un fortino ed ho ancora la sua foto, chissà come sta oggi. Secondo me le persone che lo incontrano dovrebbero prendere esempio da lui: può persino piovergli in faccia ma quel sorriso furbetto non si scompone mai!

Tronco sorridente

Domenica scorsa sono andato a salutare i ragazzi del mio gruppo scout, non li vedevo dall’estate e mi sono corsi tutti incontro quando ho posteggiato la Vespa. Mi mancano, mi manca terribilmente lo scoutismo e l’odore di erba umidiccia dei campi invernali.

Emanuele