Archivio dei post taggati ‘sacerdote’

Questo è sempre stato un modo per fermare il tempo e la velocità.

Scritto il 9 ottobre 2010 alle 19:50

Oggi pomeriggio, dovevo andare a duplicare due chiavi e cambiare la batteria dell’orologio così, ho preso la bicicletta ed ho fatto una delle cose più belle che potessi fare: perdermi!  Dieci chilometri percorsi non saprei dirvi dove. 43 minuti (stando al computer di bordo della bicicletta) pedalando con un po’ di musica alle orecchie. Bellissimo.

Alle 18 invece a Messa con mio papà e finalmente ho trovato un sacerdote col quale confessarmi come si deve: nessuna assoluzione meccanica ma un bel dialogo sereno. Quando ha saputo che sono scout m’ha inviato agli incontri neocatecumenali che stanno per iniziare.

Vedremo… sinceramente mi piacerebbe iniziare qualcosa qui. Gli scout purtroppo – al momento – sarebbero un impegno troppo gravoso (anche perché mi aspettano altri mesi di continui cambiamenti) ma poche riunioni serali potrebbero essere piacevoli. :-)

Adesso però doccia, camicia e… ristorante giapponese con alcuni amici! :joy:

Emanuele

I santi peccavano ma sapevano scegliere bene.

Scritto il 13 settembre 2010 alle 8:05

Ieri il sacerdote – durante l’omelia – ha precisato che i santi non erano persone senza peccato. Anche loro, come noi, erano macchiati non solo dal peccato originale ma anche dai piccoli peccati quotidiani. Anche loro, come recita un proverbio, peccavano almeno sette volte al giorno. Semplicemente – spiegava il sacerdote – erano persone che nel momento delle scelte difficili erano in grado di rispondere col messaggio di Cristo. Un concetto concreto quanto le quattro regole di Don Bosco: allegria, impegno, fare del bene, devozione.

M’è piaciuta questa riflessione e proverò a tenerla in mente nei prossimi giorni. :-)

Buon inizio di settimana,

Emanuele

Ancora una volta, per l’ultima volta.

Scritto il 23 agosto 2010 alle 9:02

Ieri il sacerdote, durante l’omelia ha rievocato una frase di Jean-Jacques Rousseau (attribuendola erroneamente a Sant’Agostino).

La pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce.

Stamattina dopo essermi svegliato mi è tornata in mente e mi sembrano le parole adatte per aprire la stagione universitaria.

Tra 15 minuti ho appuntamento con un collega in facoltà, buon lunedì a tutti voi! :-)

Emanuele

La pace che solo tu puoi donar…

Scritto il 10 aprile 2010 alle 0:29

L’Ave Maria* di Schubert è una di quelle canzoni con le quali sarei in grado di piangere, abbracciando qualcuno, mentre i peli delle braccia si sollevano come un gatto con le fusa.

Chiudo gli occhi quando mi capita di ascoltarla e, in questo momento, tenendo gli occhi chiusi riesco a ballare in un mondo di ricordi.

Torno indietro nel tempo fino alla mia infanzia… perché è li che, per me, si nascondono le origini di questa canzone.

Conosco un frate cappuccino, uno di quelli che non disdegna il buon vino rosso e che accompagna da una vita il suo essere sacerdote ad una pancia identica a quella delle migliori rappresentazioni di Fra Tuck che la canta divinamente.

E così, con questo frate con la barba incolta e la pancia in bella evidenza immaginatevi di trovarvi in una di quelle chiese del tardo ottocento. Immaginatela alta, con una facciata abbastanza scarna dipinta di bianco, in mezzo alla campagna, con la città ancora relativamente distante e provate a vedere le famiglie nobili arrivare in carrozza con i signorotti che scendono per primi e si affrettano ad aiutar la dama mentre il resto del popolo arriva a piedi attirato da questa melodia.

Immaginate la Chiesa vuota, e un sole tipico dei primi di Maggio che batte sulla piazza e sul campanile.

Riesco a vedere la terra secca che si alza in una grande nuvola sollevata dagli zoccoli del cavallo e le gocce di bava che lasceranno il segno esatto della posizione della carrozza. Il vestito della dama striscia a terra, tracciando qui e li delle linee confuse mentre accanto si sommano le orme delle scarpe dell’accompagnatore.

Le cicale trasformano quell’aria afosa in un ronzio di sottofondo senza sosta.

La dama e il signorotto entrano in questa grande Chiesa e nel fresco di quella maestosa struttura, tra le note di un grande organo, si sente un frate, incurante della loro presenza, cantare

E’ il suo modo di sentirsi in pace col mondo, di stabilire un equilibrio tra il suo essere pastore e la tristezza di un mondo che riconosce attratto verso altre strade.

Ave Maria! Jungfrau mild, (Ave Maria! Vergin del ciel)
Erhöre einer Jungfrau Flehen, (sovrana di grazie e madre pia)
Aus diesem Felsen starr und wild… (che accogli ognor la fervente preghiera…)

L’ho visto cantare ad occhi chiusi ed ho imparato ad ascoltarla come fa lui.

La Chiesa ormai è integrata nella città… ma mi piace immaginarla come doveva essere un tempo, perché quelle mura chissà quante volte avran cullato l’aria spinta dalle canne di quel vecchio organo…

Emanuele

Don Paolo.

Scritto il 8 agosto 2009 alle 0:52

Questa sera sono stato a cena dalle mie zie. Insieme a loro, c’era un sacerdote indiano venuto in Italia per completare gli studi. E’ stato a Roma sei anni e tra qualche settimana tornerà in India.

Paolo, 45 anni, proviene da un villaggio del sud dell’India dove la tecnologia, l’informatica e tutto ciò che concerne l’industrializzazione è ancora abbastanza distante. Domani tornerà a Roma (da Palermo) e prenderà la nave per la prima volta.

E’ curioso di scoprire come sarà un viaggio in nave… perché ogni volta deve raccontare ai suoi fedeli come la vita sia un viaggio su un mare spesso agitato, ma a conti fatti, un mare non l’ha mai solcato.

Mi ha confessato di non esser felice del luogo in cui tornerà. Non tanto per l’assenza di comodità, quanto per l’assenza di cristiani.

Paolo infatti è stato assegnato ad un piccolo villaggio del nord dell’India abitato da aborigeni ed induisti.

I primi – a detta sua – non sono un problema. Sono pacifici, hanno le loro religioni (animiste) e sono molto pacifici. I secondi invece vedono di cattivo occhio i cristiani e facilmente creano scompigli e fastidi.

Non potrà battezzare. Purtroppo “è legge”. Per battezzare qualcuno al credo cattolico da quelle parti, è necessario chiedere l’autorizzazione al sindaco (non so come si chiami li, lui lo ha definito così ma non son sicuro sia la traduzione esatta…) e il sindaco difficilmente approverà tali richieste per evitare il malcontento degli induisti. Qualche volta ha ammesso di aver battezzato qualcuno di nascosto.

La vita nel villaggio in cui andrà è totalmente diversa da quella nostra. Innanzitutto dovrà costruirsi la casa. Fango e legna della foresta… costruirà una stanza che – se gli andrà bene – sarà della sua altezza e che gli permetterà di dormire al coperto: tutto il resto si fa fuori, all’aperto. L’acqua è a circa un chilometro dal villaggio.

Mi raccontava che, la notte dopo la sua ordinazione, dormì in una casa come quella descritta sopra al cui interno stavano anche cinque capre da un lato e una grossa macchina da cucire dall’altra. Ovviamente anche per lui fu terribile addormentarsi con gli animali che… non potevano andare a farla fuori.

E’ abituato a dormire a terra. L’ha nel sangue e anche adesso che si trova in Italia continua a farlo. Per ora, ospitato dalle mie zie, non è chiaro se sfrutti il tappeto o meno…

Mi ha affascinato molto quest’uomo. Una vita totalmente diversa da quella che immaginiamo noi. Un futuro che lo aspetta molto distante dalle mie giornate.

Andrà li innanzitutto per insegnare. Non tutto però. In quel villaggio è vietato insegnare la matematica, è vietato insegnare a contare.

La famiglia più ricca del villaggio che detiene il potere, non vuole che la gente sappia leggere o scrivere i numeri o i debiti che andranno firmando e da li a creare dozzine di schiavi il passo è breve.

Mi diceva che ci sono persone che nascono, vivono e muoiono, in una famiglia “indebitata” col signorotto. La cosa buffa è che se il debito è “5000″, il signorotto (che i conti sa farseli) ti pagherà sempre in modo che tu non possa mai colmare quel debito nell’arco della tua vita. Sarai schiavo.

Son tutte cose che giornalmente non vediamo, non sentiamo, non viviamo.

Un mondo così attuale, senza voce.

Mi ha raccontato anche qualche curiosità… come le infinite varianti di “banane” (il frutto!) che hanno. Ne esistono di lunghe quanto un braccio o di colore rosso. Oppure (cosa inimmaginabile!) ho scoperto che da quelle parti i fichi d’india non si mangiano. Dice che chi li mangia vien preso come mezzo pazzo visto che è considerato un frutto selvatico e non commestibile. Un po’ come quando noi vediamo i cinesi mangiar le rane.

Sarei voluto rimanere a sentirlo parlare per ore… peccato che, dopo un po’, si è ritirato nella sua stanza. E’ abituato ad alzarsi alle quattro del mattino… ma questo penso sia un altro discorso…

Emanuele