Archivio dei post taggati ‘riflettere’

La porta.

Scritto il 18 giugno 2012 alle 16:30

Lettres

Le parole vanno, vengono. Le parole rotolano, saltellano, affascinano, sorprendono. Le parole, talvolta, disubbidiscono a quelle poste accanto in maniera ignobile ed indecorosa. Vi fu un periodo in cui – le parole – le maneggiavo: avevo potere, controllo, fascino e influenza su di esse. Erano mie suddite. Io il loro re. Potente e irresponsabile le sfruttai secondo il mio volere. Ne sparsi in giro alcune, grandi, pesanti, tredici-quindici-diciotto lettere poste accanto che destavano timore. Arrivavano lontano, raggiungevano le profondità più impensabili e lì vi rimanevano. Erano le mie spade, le mie frecce, i miei scudi, le mie balestre e le mie faretre. Non esisteva angolo del regno in cui non si facessero strada. Poi, un giorno, tutto cambiò. Trovai una porta chiusa, ferma, serrata. Bussai svariate volte, sospettando una degenere sordità. Stetti lì per ore, impaziente. Scorsi una feritoia: fu un dramma. Capii al volo che l’unica via era quella piccola fessura da cui trapelava un respiro lento. Dovevo sfruttarla ma non potevo tentare di spedire una valanga di parole attraverso quell’occhiello misero. Mi accasciai. Spalle su quel legno ruvido pensai e ripensai. Massaggiavo tra le dita cinque lettere. Due e tre. Due due e tre. Cercavo la purezza. La mia bocca chiusa, preda di spasmi, emetteva gemiti che tacevo al volo. Chiusi gli occhi. Fu silenzio e la porta si aprì.

Emanuele

PS: la foto, come la precedente, l’ho scattata in Francia.

“Il compagno segreto” di Joseph Conrad.

Scritto il 30 settembre 2011 alle 14:55

Copertina de "Il compagno segreto" di Joseph ConradQuesto è un libro speciale. Innanzitutto lo è perché dopo enne libri comprati autonomamente questo mi è stato donato insieme ad una dedica in prima pagina e poi perché può essere paragonato ad una bella tazza di tè. Le sue 100 pagine scarse, infatti, volano letteralmente da una mano all’altra e, alla fine, – come se si trattasse di una bustina dal gusto arabico – tutte insieme lasciano un sapore strano in bocca. Ti sembra quasi Sei sicuro debba esserci dell’altro che dalla tua testa deve partire.

“Il compagno segreto”, nella quarta di copertina, riporta una frase che potrebbe rapire chiunque sia alla ricerca.

Il compagno segreto spiega come si fa, secondo Joseph Conrad, a diventare adulti: bisogna scegliere, ma ciò significa rinunciare a qualcosa di se stessi, non soltanto ai rami secchi, il che non costerebbe nulla; anche a quelli fioriti, persino ai più belli. E questo è molto più difficile.

Personalmente però, sebbene sia facilmente affascinabile da prospettive di lettura simili, penso sia limitante e limitativo sintetizzare il senso del libro in questa frase. Conrad infatti, attraverso un viaggio in mare, presenta il tema del doppio che esiste in ognuno di noi. Luce e buio, bianco e nero che si mescolano, si riconoscono e convivono in una maniera quasi sorprendente scandendo – in momenti diversi ma mai disgiunti – ciò che siamo.

L’autore sceglie bene, sia i personaggi che il luogo. Il mare si presta perfettamente per rappresentare la vita di ogni uomo: un capitano (o qualsiasi marinaio) quando è in balia di quell’oceano infinito su un mezzo che fa affidamento a vele e vento è legato fortemente alle sue scelte. La nostra vita può vivere momenti di calma e attimi di tempesta che profumano della fine del mondo. Per ripartire però, chiunque avrà sempre bisogno di un cappello che galleggia, un riferimento che sappia farci notare il nuovo moto – indipendentemente dalla direzione. Ciò che eravamo può benissimo trasformarsi in quel simbolo gettato in mare che da un senso alla nuova fase.

Come dicevo però, oltre all’ambientazione, i personaggi sono scelti con cura. Il compagno segreto – un capitano che naufrago e fuggiasco chiede aiuto – si trasforma facilmente nell’Io di ognuno di noi che parla sommessamente, che si intende con uno sguardo e che, sovente, riesce persino a prevedere le intenzioni e agire di conseguenza. Il libro si dipana tra simbolismo e racconto, tra introspezione e avventura in mare aperto. Il naufrago verrà accolto e mantenuto nascosto dal resto dell’equipaggio per dar modo ai due capitani di scoprirsi e capirsi fin quando non arriva il momento giusto per dividersi arricchiti – in maniera diversa – reciprocamente.

Penso che dalla mia descrizione si capisca ben poco del libro ma è altrettanta la mia voglia di non scrivere una vera recensione. Sia perché devo ancora digerire quel tè, sia perché – di quella bustina – avrei da parlarne per ore mentre, come ogni viaggio interiore che si rispetti, bisogna saper vivere sia la scoperta che l’abbandono di quanto affrontato.

Emanuele

PS: si, si nota lontano un miglio che è stata una psicologa a regalarmi questo libro… :-)

PPS: si, leggetelo se – nei libri – sapete leggere oltre le storie.

Regalami la tua ragione.

Scritto il 26 luglio 2011 alle 21:54

Mancano meno di 4 giorni al mio viaggio in Africa. E’ quasi tutto pronto e ormai sto iniziando a riempir lo zaino ma visto che in questi giorni, stranamente, c’è uno strano subbuglio interiore che mi sta accompagnando, proviamo a fare un gioco.

Datemi voi, una ragione per cui andreste in Africa. Magari qualcuna mi farà sorridere, qualcun’altra mi farà riflettere, qualche altra ancora mi farà sognare. Forse lo zaino si riempirà in maniera migliore, forse mi convincerete – inconsapevolmente – a portar qualcosa in più o a lasciare a casa qualcos’altro.

Perché andresti in Africa tu?

Emanuele

Sfrutta al meglio i tuoi muscoli: rilassali.

Scritto il 17 luglio 2011 alle 12:00

Yoga in riva

Chi corre sempre, saprà sempre meno cose di colui che resta calmo e riflette.

Proverbio Tuareg

Emanuele

(photo credits)

La chiave.

Scritto il 15 luglio 2011 alle 17:28

Emanuele

.chiave nuova la sempre ritrovare nel piuttosto Esercitati .limitata decisamente logica tua la secondo cosa ogni comprendere nel tempo tuo il più sprecare non oggi Da .stesso te a orgoglio con mostrerai che più in chiave una ha momento quel da tasca tua La .originale schema tuo il abbandonato l’aver più preoccupa ti non e senso avere ad torna tutto chiave nuova la trovi se ma spiazza spesso vita la che questo per E’ .tue non regole secondo farlo a adattarti contrario al devi ma canoni tuoi i secondo istantaneamente tutto leggere di pretendere puoi Non .prospettiva cambiare è soluzione l’unica che scoprire poi e tempo del passare Far .attenzione prestare e fermarti Devi .d’occhio colpo a riconoscerlo a o comprenderlo a Fatichi .qui testo questo come è volte a vita La

La tartaruga, la foto, noi… e il movimento.

Scritto il 17 maggio 2011 alle 18:29

Mostra fotografica: tartaruga movimento lento

Le perle di saggezza, per una scelta precisa fatta alcuni anni fa, arrivano solo la Domenica perché mi sembra giusto, almeno un giorno, fermarsi per formarsi (uno slogan che mi ricorda lo scoutismo siciliano) però… non sempre posso resistere a tale scelta perché capita che, proprio Domenica, vai ad una mostra fotografica e becchi una foto accompagnata da un messaggio bellissimo.

L’immobilità di una foto, l’immobilità dello spettatore che s’incanta davanti, l’immobilità di un movimento (ossimoro!) che istante per istante può esser paragonato ad una realtà statica contrapposti all’importanza di avanzare.

Scoprire, capire e accettare che – quand’anche, nella più assurda delle ipotesi, tu sia una tartaruga – non significa che non potrai arrivare dove desideri.

Emanuele

L’Audi dei balocchi.

Scritto il 23 dicembre 2010 alle 23:23

Milano, mi ha accolto in tangenziale con pioggia e traffico. Per evitarlo abbiamo scelto, col mio capo, di cenare fuori.

Parto dalla fine perché dell’inizio vorrei parlare con calma per via delle emozioni contrastanti che mi ha regalato.

Siamo arrivati fuori Teramo nel pomeriggio di ieri. Fatto il check-in e ricevuto il pass per accedere nell’industria siamo saliti al piano in cui ci aspettavano. Dovevamo montare ed avviare quel sistema su cui ho lavorato in queste settimane. Bello, divertente. Ero già – dentro me – al settimo cielo per la sola possibilità di metter piede in quei locali con la borsa da lavoro bloccata sul manico della mia trolley. Poi si è aperto un mondo che non conoscevo e mi ha impressionato.

Ingresso albergo

A fine giornata lavorativa un dipendente dell’azienda mi ha accompagnato in albergo. Lì avevo una stanza già prenotata a mio nome e cena e colazione pagate. Son cresciuto in un mondo acqua e sapone e così ritrovarmi in quella camera mi scombussolava non poco. Da bravo scout (ah, maledetta deviazione…) avevo portato con me la tovaglia per la faccia: nel bagno in camera ho trovato sei tovaglie bianche, riscaldate dal termosifone per teli. Il bagno in camera. Io. E poi perché sei tovaglie? Neanche a casa so usarle sei tovaglie.

C’era anche la tv, il telefono e il frigo bar dove ho dormito. Da un lato dell’albergo vedevo il Gran Sasso innevato, dall’altro, oltre la piscina, una distesa di campi arati a dovere.

Alle 19 ero morto di sonno, il capo era ripartito per Roma e io ne ho approfittato per crollare sul letto prima di scendere per la cena.

Alle 20, un po’ intimorito entro in quella grande sala. Mi attende un cameriere che mi invita a prender posto. Chiedo un menù. Sono abituato, non per tirchieria ma per pura gestione del piccolo patrimonio a controllare i prezzi prima di ordinare. Non c’è menù e mi si invita ad accettare qualche consiglio. Pesce. Ieri sera andava il pesce.

Cena al ristorante

Ho mangiato pesce, da solo, su un tavolo rettangolare, dove all’inizio son stati lasciati sei piatti con antipasti diversi. Cozze, lumache di mare, un’ostrica, sardine, pezzettini di qualche pesce bianco che non saprei riconoscere presentati con dei frutti (bacche?) rossi sopra. Era solo l’inizio però. I piatti si son succeduti con un ritmo che quasi mi lasciava senza fiato. Ne svuotavo uno e accanto avevo già l’altro. Avevo ordinato l’Adriatico a mia insaputa?

Io. A cena in quel ristornate. Non sapendo quanto avrei speso all’inizio avevo rifiutato persino un bicchiere di vino “no, solo acqua, grazie!”. Sia mai che se ordino il vino arriva l’intera cantina…

Dopo un po’ arriva a cena, con la famiglia, uno dei dirigenti di quell’industria. L’avevo intravisto nel pomeriggio e mi viene a salutare. “Buona cena”. “Altrettanto!”.

Mi sentivo catapultato in qualcosa di strano, qualcosa che ancora mi lascia perplesso ma so che ammalia terribilmente allo stesso tempo. Ero sazio, chiedo il conto ma non va bene: mi si obbliga ad assaggiare i dolci della casa, accompagnati da un bicchierino di amaro. Inzuppo qualche biscotto nell’amaro, poi mi alzo sperando di non esser trattenuto ulteriormente.

Torno in camera, finisco di sistemare un po’ il software realizzato, visto che nel pomeriggio mi avevan chiesto qualche modifica e poi mi rannicchio sotto le coperte, in silenzio, guardando Paperissima in quella tv all’angolo della camera. Non riuscivo a prender sonno.

Da un lato ero felice e soprattutto orgoglioso dell’esperienza unica che stavo vivendo, dall’altro avevo una paura – stupida – di perdere ciò che sono. Quello scout, idiota, che spara minchiate con gli amici, che si diverte e ama rotolarsi su un prato, che sente la distanza dal proprio gruppo proprio durante i preparativi per la veglia di Natale. Avrei dovuto chiuder gli occhi subito ma mi era chiarissimo che – in realtà – il vero compito era (e sarà) tenerli aperti.

Emanuele seduto fuori

Alle 8 del mattino ero seduto fuori come vedete nella foto ed avevo già fatto una doccia, ero stato giù a far colazione con la cameriera che, mentre mangiavo da bravo una banana presa dal buffet centrale, è corsa da me chiedendomi “cosa posso portarle?”. Stavo già facendo colazione! Cosa dovrebbe portarmi? Nella mia mente la reazione è stata questa. Ho chiesto solo un caffé, non sapevo immaginare altro. Alle 8 e 20 arriva un dipendente dell’industria farmaceutica con cui avevo preso accordi la sera prima per ritornare da loro.

Ho pranzato da Spizzico, in autostrada verso Milano prendendo persino la macedonia di cui non so neanche il prezzo. Ho cenato da Road House Beef dietro Linate. Ho bevuto addirittura una spremuta d’arancia (mica la Fanta!) in autogrill a metà strada. Quando mai spendere 2 euro e 50 per un bicchiere d’arancia.

Non ho pagato nulla. Nulla di nulla.

Mi fa totalmente impressione questa cosa e in realtà, mi sento anche uno stupido ad esser felice-ma-non-del-tutto. Ci sarà, veramente, da rimanere coi piedi per terra e mi chiedo come mai Dio abbia scelto per me proprio questo settore lavorativo come prima esperienza.

Non voglio cambiare. Se proprio questa vita sarà, voglio rimanere quel tipo idiota che prende il monociclo e si diverte a regalar sorrisi. Di tipi idioti che giocano a fare i ricconi in giro per le città ne è pieno il mondo. Probabilmente che fosse la mia prima trasferta s’è notato perché ero il triplo più gentile con chiunque. Però voglio che rimanga così. O che diventi il quadruplo magari.

Dove mi porterà questa strada? Ne ho fatta tanta negli ultimi anni, mia madre dice che tutto questo è merito dei denti che ho stretto (e so di averlo fatto per svariati motivi…) e della tenacia che ho avuto. L’orgoglio più grande, alla fine, è che il capo s’è sentito tranquillo di lasciarmi in trasferta da solo dopo appena 12 giorni di lavoro in azienda. Solitamente, che io sappia, accade molto ma molto più avanti. Probabilmente il lavoro era semplice ma sono sicuro che la mia determinazione di questo periodo abbia influito parimenti.

Adesso sono nuovamente con una felpa e i pantaloni del pigiama, seduto sul letto di mia sorella, che riguardo le foto di questi due giorni e penso a ciò che sarà. Non voglio sputare nel piatto in cui mangio. Sono stati due giorni bellissimi anche perché rapportarsi coi clienti è qualcosa che mi farà crescere tantissimo, semplicemente non voglio dimenticare le mie radici e spero che questo inizio spumeggiante sia servito a ricordarmelo.

Emanuele

Linee invisibili (ma fondamentali).

Scritto il 8 dicembre 2010 alle 21:43

Nella vita, secondo me, esistono sempre occasioni che favoriscono un cambio di ritmo. Sono attimi diversi dal solito ma fondamentali per la costruzione di nuove vie. Prendere la nave, è uno di quei momenti perché l’aereo in poche ore ti fa calpestare il suolo che vuoi raggiungere, mentre, quel mezzo così grande e pasciuto se la prende comoda e ti obbliga a saper aspettare. Saper aspettare. Appena ho scritto queste due parole ho fatto una pausa.

Divisione mare - nave

La nave, l’altro ieri, è andata via molto lentamente da Palermo e mi ha regalato anche la possibilità di vedere la mia città luce per luce, da una prospettiva diversa. Ecco, vivere in una città di mare è una fortuna incredibile anche per questo. Quando vedi il golfo e tutta la città che lo abbraccia da destra a sinistra; quando dalle luci, dalle forme, riconosci posti e luoghi del tuo passato ti sembra che – anche lei – voglia salutarti. Palermo la immaginavo illuminata per me. Sono stato a guardarla finché il vento sulla testa non faceva intendere che ormai quelle luci erano irraggiungibili anche per un nuotatore esperto. Non mi sentivo strappato dalla mia terra, no questo no, la velocità cui andavamo indicava tutt’altro che un atto di violenza. Però ero felicemente consapevole dei motivi per cui, per l’ennesima volta, la stavo salutando. Avrei voluto avere le braccia più larghe del golfo stesso per poterla abbracciare tutta.

La vita sulla nave è molto rilassata e grazie anche al periodo anomalo per i viaggi in mare c’era pochissima gente a popolarla, così spesso e volentieri potevo trovare angoli in cui rilassarmi o mettermi a pensare anche semplicemente fissando le luci annegate nei soffitti.

Sono stato parecchio a guardare le onde, a vederle andare e venire, infrangersi sui fianchi di questi palazzi galleggianti e poi morire pochi metri più in là. Che poi, le navi di una volta non esistono più. Ormai c’è il cinema, c’è il piano bar la sera, c’è la piscina, c’è la sala discoteca, c’è il bar in cui pochi pazzi (visti i prezzi) decidevano di intrattenersi.

Stranamente durante il viaggio ho avuto poca voglia di leggere: ero troppo distratto dai miei pensieri, dalle storie future e passate che si avvicendavano nella mia mente per poterne leggere di altre. Ho richiuso il libro poco dopo e l’ho rimandato a giorni un po’ più tranquilli interiormente.

Domani inizierò una nuova avventura – e questa cosa – il poter parlare in prima persona, il poter dire a me stesso “Manu, tocca a te, ci sei riuscito!” dopo anni passati a sognare questo momento è qualcosa che mi rende difficile prender sonno la sera. Non l’altro ieri sera sulla nave però. Forse il dondolare della nave conciliava…

E’ stato davvero un bel viaggio. Sei isolato dal mondo, la wi-fi costava 5€ l’ora e non ti viene neanche nei peggiori pensieri la voglia di chiedere informazioni. Per cosa poi? Vivo in un mondo perennemente connesso. Anni fa riuscivo a lasciare il cellulare a casa, era una necessità, un rifiuto dall’essere sempre “raggiungibile”. Col passare del tempo quella bella abitudine l’ho un po’ persa. M’è capitato qualche pomeriggio, ma per distrazione e gli unici momenti in cui avevo la possibilità di “staccare” erano i campi scout in cui – e i miei ormai da anni c’avevan fatto l’abitudine – evitavo di sentire anche loro, per potermi godere quei giorni immerso in altro. Ecco cos’è stata la nave. Il cellulare era in modalità “aereo” e se solo avesse saputo che andavamo a 40km l’ora…

Sulla nave c’era chi leggeva, chi ha dormito (e russato) per quasi tutto il viaggio, chi invece sottolineava appunti di chissà che materia o progetto o chi aveva voglia di chiacchierare ed ogni scusa era buona per attaccar bottone coi vicini di poltrona. Io – che osservavo silenziosamente – sorridevo, buttavo un’occhio alle onde dal vetro accanto alla mia poltrona e mi rendevo conto di quanto quel mezzo enorme ma così lento, stesse segnando un confine marcato tra passato e futuro.

Emanuele